Home Concerts: intervista a Enrico Pieranunzi

di Andrea Pedrinelli

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Enrico Pieranunzi

A partire da oggi 20 maggio, gli home concerts del pianista romano. Ne parliamo con lui.

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«Il punto è che siamo a un bivio, un bivio importante. Si rischia la fine di un’epoca, ma non solo: forse, è la fine di una musica».
Enrico Pieranunzi sorride e si schermisce un poco, mentre pronuncia queste parole, però è chiaro che il ciclone del Covid-19 ha accelerato un processo di mutazione genetica almeno del fruire la musica, più che del farla. E senz’altro –stante il lockdown globale che ha caratterizzato gli ultimi mesi – la faccenda Covid rischia di distruggere se non il mercato in sé della musica dal vivo, quantomeno certi suoi riferimenti abituali; nonché le abitudini del pubblico senza dimenticarsi (anzi) le vite professionali di moltissimi addetti ai lavori del settore spettacolo, i quali purtroppo stante la situazione di lavoro non ne hanno da tempo, né possono intravederne all’orizzonte di nuovo.
Ed è anche per tutto ciò, in fondo, che il grande pianista romano, unico jazzista italiano a poter vantare concerti e dischi (da leader) allo storico Village Vanguard di New York, ha deciso di scendere in campo: ovvero, per quanto è concesso fare, di tornare a suonare dal vivo… su Internet. Ovviamente gli “Home Concerts” dell’artista si terranno al piano solo da casa sua, e avranno luogo il 20 e 27 maggio e il 3 e 10 giugno: però, attenzione, non somiglieranno ai tanti eventi online (o dai balconi) degli ultimi mesi. Questi “Home Concerts” saranno a pagamento.
La ripresa professionale degli eventi live di Pieranunzi, trasmessa in streaming, avrà infatti un biglietto d’ingresso (ammesso si possa definire così…) di 3 euro e 99 centesimi per concerto, e l’abbonamento al pacchetto di quattro serate fissato a 14 euro; il tutto già prenotabile e acquistabile al sito della sua agenzia, www.internationalmusic.it, e sul suo sito web personale, www.enricopieranunzi.com.
Per reagire al rischio della fine d’epoche e musiche aprendo all’arte percorsi nuovi; e per rispondere al comune fermo prolungato da Coronavirus in modo concreto, audace, soprattutto diremmo ammirevole: in quanto attento anche a ipotizzare risposte per alcune delle fasce professionali in questo momento meno tutelate in assoluto.

Partiamo dal capire quante professionalità rischiano di non avere futuro e non poter dare da vivere alle loro famiglie quando si parla di stop allo spettacolo dal vivo. Per dire, per un live normale di Pieranunzi al piano solo quante persone sono coinvolte?
Questa è una domanda molto giusta, per testimoniare cose importanti in giornate come quelle che viviamo. Diciamo che dal momento in cui viene richiesto un mio concerto all’attimo in cui cala il sipario parliamo di venti-venticinque persone. Solo per un mio piano solo c’è lo staff organizzativo, amministrativo, promozionale, poi il tecnico del suono con i suoi assistenti, e i tecnici del teatro o quello che è… Però per esempio per mio fratello, che è primo violino al San Carlo, ogni volta che si alza il sipario il numero che ti ho detto va moltiplicato per cento: orchestrali, maschere, biglietteria… E se poi pensiamo a chi fa teatro, che non può farlo in streaming con tutti a recitare da remoto, o a chi fa cinema, è una situazione molto difficile davvero. E ben al di là dei problemi che presenta a noi artisti.

Gli “Home Concerts” daranno invece certezze di pagamento del lavoro, giusto?
Giusto. Tutto è legale, tutto è dichiarato, c’è la SIAE, ci sono le tutele necessarie. In questo caso, in questo tentativo, per tutelare me e i due operatori video. Ed è faticoso, credimi; però si possono sperare di tutelare molti, sviluppando questo tipo di idea. Che però resta sperimentale e certo non è detto diventi capace di compensi come quelli cui si era abituati, nella normalità in vigore sino a due mesi orsono. Si cerca di lavorare su uno sbigliettamento, per così dire, tra strategie e tecniche di mercato adattate alla contingenza; usando Facebook e Instagram, sponsorizzando spazi sui social… Nei primi giorni abbiamo già avuto un riscontro decoroso, la speranza è che la presenza virtuale di un pubblico non più fisico riesca però anch’essa a farsi paga del lavoro, come accadeva prima.

Paul Motian ed Enrico Pieranunzi – foto Andrea Boccalini

Com’è nata quest’idea degli “Home Concerts”?
Viene dall’agenzia che si occupa di me, International Music and Arts. Dove sono a dir poco preoccupati dal fermo totale, soprattutto direi per i loro attori e il teatro. Isabella Ruggeri mi ha chiesto la disponibilità al progetto, e io l’ho data anche perché fortunosamente ho un amico videomaker con cui avevo già fatto alcune cose in modo professionale e dunque si poteva agire in modo serio. Poi devo dire che l’idea del pagamento l’ho trovata corretta, di fronte al movimento gratuito degli ultimi mesi. Non biasimo nessuno, io stesso ho fatto delle cose per la giornata internazionale del jazz o per ricordare Lee Konitz, però bisogna tutelare chi lavora e chi fa arte. Inoltre, nel mio caso specifico ti devo confessare che mi mancava anche il focalizzarmi sui live, sono passato da decine di concerti in Europa al nulla, mi è venuto meno il potermi concentrare sulla relazione con un pubblico; questo biglietto virtuale in parte mi fa pensare di aver davanti quattro serate tradizionali, invece, in cui dialogare con le persone.

Ma cosa mancherà, senza pubblico fisicamente davanti a lei?
Il pubblico è un brivido speciale. Mancheranno proprio il rapporto fisico, la condivisione concreta di spazi e reazioni; nonché l’energia che tale condivisione crea. Fra l’altro per il futuro sono preoccupato per i jazz club, che penso saranno i posti più difficili da far ripartire, lì si sta addossati l’uno all’altro… Ma è vitale, quello, è vita, i dischi storici del jazz sono nati in jazz club: il Vanguard, il Birdland.

Come ha scelto i quattro repertori, le quattro serate tematiche?
Il 20 maggio suonerò Scarlatti, perché in quel disco del 2008 per la prima volta univo il jazz alla classica, che ha segnato la mia preparazione, in parte il mio lavoro nella misura in cui ho insegnato, e le mie passioni: per Bach, Debussy, Chopin. E ovviamente Scarlatti.
Il 27 maggio, “My Songs”: nel tempo si è creato un gruzzolo di mie composizioni rimaste negli anni e apprezzate anche da colleghi che le hanno riprese. E siccome mi chiedono in questi live di suonare un’ora e un quarto, quella sera ne farò una decina.
Il 3 giugno farò invece “Fellinijazz”, è il centenario della nascita del regista e a febbraio, che mi pare cinquemila anni fa se ci penso, fra Washington e New York con Luca Bulgarelli e Mauro Beggio avevamo proposto i nostri nuovi arrangiamenti in trio delle musiche felliniane agli Istituti italiani di cultura. Avremmo avuto una marea di concerti, quest’anno, invece… Ovviamente il 3 giugno proporrò però arrangiamenti di piano jazz solo.
Infine il 10 giugno ci saranno “New Songs”. Perché ho scritto sei-sette cose che mi paiono decenti, nella quarantena, e vorrei proporle. È stato complicato, scrivere, anch’io ho avuto alti e bassi, depressione, tristezza, abulia, però qualcosa è nato.

E cosa invece è tramontato? A quali progetti dovrà rinunciare?
Sarà duro rinunciare a tutti i live possibili per Fellinijazz in trio. Poi avevo un progetto con arrangiamenti sinfonici per il quarantennale dalla morte di Bill Evans e anche questo s’è arenato. Spero di poter salire fra giugno e luglio in Danimarca per registrare con un giovane contrabbassista, fortissimo, erede della tradizione di lassù: questo, se riapriranno i confini, dovrebbe tornare fattibile, possiamo suonare anche distanti otto metri…

Lei è comunque forte sul mercato digitale: su Spotify nell’ultimo mese è stato ascoltato 400mila volte, e i suoi “top five” come brani hanno in tutto 15 milioni di visualizzazioni. Si trova bene nella musica “liquida” o…?
Cerco di essere flessibile. Quando penso a un disco lo progetto in modo tradizionale perché così le energie si convogliano correttamente nell’opera, però è pesantemente mutato il modo in cui la gente la fruirà. Oggi si ascoltano i singoli pezzi, il rapporto fisico-digitale mi dicono fosse prima del Covid 15% a 85%, e quando finirà l’emergenza chissà dove arriverà… Senza contare che l’emergenza ha penalizzato anche i pochi negozi rimasti. Però non mi scandalizzo, se la musica è bella e suonata bene l’importante è che giri. Certo sembra proprio che siamo al bivio verso la fine di un’era, forse anche d’una musica, e lo dico pensando pure al collasso del sistema educativo, che certo ripartirà e però intanto le lezioni online non sono le lezioni in presenza e qualcosa si perderà. Punto sul fatto che la bella musica, ne sono convinto, rimarrà sempre più forte del mezzo con cui verrà distribuita e fruita. C’è un altro aspetto però che va sottolineato: Spotify purtroppo non paga, è una struttura diciamo disinvolta, i 15 milioni di visualizzazioni che citi mi valgono 4 dollari. Insomma, siamo di fronte a nuovi mercati, nuove sfide, questi aggeggi tecnologici e i loro meccanismi ci devono spingere a ragionare in modo diverso, e non ci vedo niente di male, bisogna adattarsi; il male però è lo sfruttamento. Lì sì che occorre reagire, rivedere gli accordi, ridare valore ad autori e produttori e consentire loro un equo compenso per il loro lavoro.

Enrico Pieranunzi & Chet Baker a Roma, dicembre 1979 - foto Massimo Perelli
Enrico Pieranunzi & Chet Baker a Roma, dicembre 1979 – foto Massimo Perelli

Quindi… Ottimista o pessimista? O meglio, queste quarantene ci stanno permettendo di rivedere tante distorsioni oppure ne stanno facendone emergere altre? Per esempio, il lockdown non è che sottolinei come siamo ridotti, il nostro impoverimento dell’attenzione per arte e cultura?
Temo che qualcuno mi troverà sgradevole, ma questo impoverimento è in essere da tempo. Il calo di considerazione, il calo di comprensione… E nasce dai social, in parte anche da radio e TV. Oggi anch’io i social li uso: bene. Ma tolgono pubblico. Jazz e classica scontano da anni un crollo del numero di spettatori e ci sono generazioni che a noi proprio non arrivano. Anche il recente far musica sui social non penso muterà l’andamento, e pure il mio esperimento temo non cambierà il processo di continua erosione del pubblico per certe musiche, o la difficoltà sempre maggiore di chiamare giovani ad ascoltare jazz o musica colta. Devo confessarti che sognavo, all’inizio del lockdown, che venisse voglia di guardare al passato, d’approfittare del tempo nuovo a disposizione per studiare e godere della storia: su Youtube ci sono ore fantastiche di Miles, Coltrane, Bill Evans, Chet Baker… E poi lezioni, incontri, interviste. Ma non mi sembra ci sia stato un movimento di quel tipo. Non abbiamo sfruttato l’opportunità formidabile di educare, e anche quella di rilanciare energia ai giovani prendendola dalla storia.
Andrea Pedrinelli