«UNO». Intervista a DayKoda

Al secolo Andrea Gamba, producer, che si muove tra elettronica, jazz e hip hop. Il suo nuovo album rivela tante belle sorprese. Ne parliamo con lui.

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Partirei subito dal tuo ultimo lavoro discografico «Uno». E partire dal titolo: qual è il suo significato all’interno del messaggio musicale dell’album?
Ecco, l’ ”uno” è il concetto filosofico (ma non solo) per cui tutto ciò che esiste nell’universo nasce da una radice unitaria, ovvero da un unico senso logico che per ovvie ragioni non conosciamo ma che, forse, percepiamo. Ho voluto esplorare questo concetto attraverso una critica (prima di tutto rivolta a me stesso): spesso le nostre maschere terrene ci fanno sentire onnipotenti, anche quando ciò che ci muove in vita non è compreso da nessuno – il messaggio che ne deriva è che dovremmo meditare su questo, invece che lasciarcelo scivolare addosso.

E’ il tuo terzo disco. Quale ruolo ricopre nell’ambito del tuo sviluppo artistico?
E’ un disco che mi ha dato tanto in termini di conoscenza e sperimentazione musicale, mi ha aiutato a comprendere lati della musica che non conoscevo e ha reso il mio lavoro ed il mio percorso ancora più ricchi di significato.

Come hai agito in fase compositiva? I brani sono nati esclusivamente per questo album oppure avevi già iniziato a comporli prima?
Questo disco è nato suonandolo live prima che venisse ideato il suo concetto, con i ragazzi che mi seguono nei tour: Andrea Dominoni, Riccardo Sala e Matteo D’Ignazi. In un secondo momento ci siamo poi chiusi in studio e abbiamo lavorato a 8 mani sul materiale prodotto assieme, ed il risultato è «UNO». E’ un processo di cui sono particolarmente fiero perché l’impatto e la resa che si ha live sono molto vicini al sound del disco.

In generale, qual è il tuo approccio alla composizione?
Prima di avere un approccio più strumentale e ibrido tutto nasceva e terminava da produzioni a computer, in the box. Nell’ultimo anno tutto è nato quasi sempre da una mia produzione embrionale e successivamente sviluppata con i ragazzi.

In questo disco confluiscono molte influenze musicali: dal jazz, all’elettronica, all’ambient, all’hip hop. E molto altro. Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali?
Credo ci sia una mescolanza di questi generi proprio per i miei ascolti degli ultimi anni: amo il sound beat di Los Angeles ma anche la  scena UK Jazz e l’ambient giapponese – credo che negli anni stia piano piano uscendo il mio suono.

A tal proposito, qual è la tua liaison con il jazz?
Sono sempre stato affascinato dall’armonia jazz e dal concetto di improvvisazione musicale ma non mi considero un musicista jazz, la maggior parte della musica che ascolto è contaminata dal jazz ma non può essere definita tale (perlomeno non con il senso che molte persone danno alla parola).

E il tuo rapporto con il pubblico del jazz? Parlo soprattutto dei più “tradizionalisti”, come è?
Con mio grande piacere ho scoperto che anche chi mastica un jazz molto tradizionale resta affascinato e colpito dalle nuove contaminazioni che stanno nascendo nel nuovo millennio. Credo sia un pò la prerogativa del jazz anche più tradizionale: evolversi e non fare l’errore di credere di rispettare le tradizioni all’infinito rimanendo così ancorati al passato.

The Process è un brano incalzante, grintoso con una sassofono sfumato rispetto al telaio elettronico.
E’ il sax tenore suonato da Riccardo Sala, a mio parere uno dei sassofonisti più forti in Italia.

In questo disco ci sono alcuni featuring come Naima Faraò, Jason Wool, corto.alto. Ci parleresti di loro, di come hai voluto associarli ai tuoi brani?
Con ognuno di loro ho avuto approcci differenti: Naima Faraò è una talentuosa cantante milanese che conosco da tempo, quindi è stato molto facile collaborare e con Reborn abbiamo trovato lo spazio perfetto per la sua voce ed il suo timbro. Jason Wool è a mio parere uno dei producer più forti della scena americana electro/jazz – è conosciuto ai più per il suo progetto WOOLYMAMMOTH con il quale produceva bass music. L’ho contattato sui social e siamo riusciti a scrivere un brano assieme – mi ha reso molto felice.
corto.alto (all’anagrafe Liam Shortall) è invece un trombonista fortissimo della scena new jazz di Glasgow, che ho avuto il piacere di coinvolgere in uno dei brani più azzeccati per un fiato di quel tipo. Anche lui conosciuto inizialmente via social viste le distanze.

Che strumentazione hai utilizzato per la realizzazione di questo disco?
Potrebbe essere un elenco lunghino (ride n.d.r) principalmente ho lavorato con: Nord Electro, Korg Monologue, Ableton Live, sax, Batteria, basso, voce e chitarra.

Mi sembra che la tua musica sia molto vicina alla scena britannica. In Italia è ancora difficile farsi strada come producer?
Negli ultimi tempi anche la musica strumentale e/o elettronica sta avendo un certo tipo di appeal nelle persone che frequentano i concerti e che, magari, non masticano ancora il mio sound. La strada è ancora lunga, in Italia funziona ancora molto il rap, il pop e l’indie-pop ma allo stesso tempo è un mercato incredibilmente saturo. Magari un giorno cambierà!

In Anybody Else, con Jason Wool, rileggi anche il soul (e il neo-soul) con dei ritmi e tempi stranianti. Come hai lavorato per la preparazione e arrangiamento di questo brano?
Tutto è nato dagli scat di Jason e dalle sue registrazioni di Bass Synth, da lì ho costruito il brano con Abelton Live come un loop che si ripete – formato da varie sezioni e da cambi armonici.

Qual è il tuo background culturale-artistico?
Vengo da ascolti prevalentemente rock e post-rock, una volta scoperti i Radiohead a 17 anni ho iniziato ad addentrarmi nei reami della musica elettronica e da li non ne sono più uscito – Brainfeeder, Ninja Tune, Warp Records, 4AD – sono tutte label che ho ascoltato e ascolto ancora tantissimo.

Dove vivi ora?
Vivo a Milano! Inizialmente mi sono spostato qui per motivi di studio (ho studiato al conservatorio e mi sono laureato in musica elettronica e sound design nel 2020). Successivamente ho deciso di rimanere perché è una delle poche città italiane in cui si sta formando una scena per ciò che faccio e ho conosciuto persone stupende con cui ho condiviso e condivido tutt’ora musica e non solo.

Qual è la tua filosofia di vita artistica e quali sono i tuoi obiettivi?
Voglio raccontare delle storie e mandare dei messaggi, muovere qualcosa nelle persone che riescono a connettersi con ciò che faccio – il mio obbiettivo è crescere musicalmente per crescere come persona e come spirito.

Amsterdam, Londra, Berlino. E’ vero che da queste tre città nasce la musica del Terzo Millennio? New York perde colpi?
Nessuno perde colpi! (Ride n.d.r) sicuramente Londra è stata una città importantissima per lo sviluppo di alcuni tipi di sonorità e sfaccettature del jazz più contemporaneo e fresco – cosi come il nord Europa sta facendo emergere progetti sempre più fighi (come ad esempio gli Athletic Progression).
Alceste Ayroldi