«For The Living». Intervista a Cristina Zavalloni

Nuovo album per la cantante bolognese, un disco che, anche nelle parole della sua autrice, rappresenta un vero punto di svolta in una carriera ormai già lunga e piena di riconoscimenti. Sentiamo quindi da lei il perché.

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Cristina Zavalloni Foto di Barbara Rigon

Cristina, parliamo subito del tuo nuovo album: una rivoluzione copernicana per te, la tua musica. Cosa è successo? Come è iniziata la collaborazione con Jan Bang?
E’ un disco per me molto importante, perché mi ha tenuto ancorata alla realtà in questo momento difficile per tutti. Devo ringraziare il produttore esecutivo di «For The Living», Roberto Lioli che ne è anche il sound engineer, ed è il patron della Encore Jazz, una casa discografica che ha un catalogo selezionato. In fase di post produzione del mio precedente disco avevo espresso il desiderio di avere un brano che fosse manipolato da un deejay. Tieni conto che è da diciassette anni che ho in mente, e nelle orecchie, un disco basato su di un repertorio di musica classica manipolato da un creatore di scenari musicali elettronici. Quando ho manifestato questo desiderio a Roberto, lui mi ha detto che aveva la persona giusta. Roberto è il fonico di Stefano Bollani e aveva appena terminato di registrare un disco di Stefano in cui c’era Jan Bang. Ho ascoltato il file e sono rimasta folgorata: era lui che cercavo. Dopo le presentazioni, è seguito un lungo periodo di corteggiamento, perché Jan non è easy. Il terreno sul quale ci siamo subito trovati è stato il Novecento. A lui è piaciuto moltissimo un mio album e, in particolare, il brano dal titolo Mio, in duo con Andrea Rebaudengo. Jan ha accettato di collaborare, ma dettando lui le condizioni. Ha accettato di mettere le mani su di un brano, in particolare – tra l’altro, non quello che volevo io: Autumn NocturneVaga luna che inargenti: lo ha preso e lo ha fatto diventare un piccolo capolavoro, con una partitura sinfonica. La scintilla era scoccata e mi augurai, un giorno, di poter fare un disco con lui. Incontro, per la prima volta, Jan in Grecia a un festival: lui era con Sidsel Endersen e ho capito che era una persona divertente! L’anno dopo invito Jan alla presentazione del disco e, finalmente ci siamo conosciuti. Poi, è stato ospite con la sua famiglia nella mia casa in Salento. Insomma, ho mantenuto vivo il rapporto. A un certo punto gli ho detto: io vorrei fare un disco con te e vorrei che tu lo producessi. Jan ha accettato e sono andata in Norvegia e sono stata lì per una settimana e abbiamo stabilito le basi del disco. Jan è stato fermo su di un punto: il disco doveva avere un solo colore, contrariamente alle mie abitudini di mettere in campo mille colori. E il suo colore preferito è quello intimo: dal pianissimo al piano, delicato, meditativo. Io ho incominciato a sudare freddo, pensando di non essere capace. E’ iniziato un lavoro di un anno, a distanza. Lui ha voluto partire dalla matrice classica, ritenendola il mio primo linguaggio. Purtroppo il COVID-19 ha ritardato tutto e la scaletta ha cambiato forma, perché Jan ha iniziato a scrivere e mi ha inviato i demo (in cui suonava e cantava), che per me sono stati scioccanti, perché quando canti metti a nudo la tua anima. Si è creata un’intimità di lavoro significativa e i suoi brani mi hanno ispirato altre musiche, altre parole. Per esempio, nel disco ci sarebbe dovuta essere anche Fiume, che non ha trovato spazio fisico.

Lo hai voluto produrre tu. Perché questa scelta?
Jan, a causa delle restrizioni imposte per la pandemia, non è potuto venire in Italia e, quindi, sono stata – di fatto – la produttrice della sezione italiana. Io ero in contatto con lui continuamente. Non doveva essere così, ma era una necessità. Dovevo svolgere numerose incombenze, cantare, dirigere un ensemble corposo. Al termine, gli inviavo la take che, spesso, non gli andava bene, perché voleva che «girasse» diversamente, messaggi che non era facile tradurli dal punto di vista musicale: è stata un’esperienza fantastica. Però, ho capito che non sarei riuscita a concentrarmi anche sulla voce. Quindi, ho inciso sulle basi registrate dall’ensemble, oltre alla sua elettronica; idea che Jan aveva da tempo, perché la voce doveva essere al di sopra di tutto e tutti.

Ed è un progetto finanziato dal Mibact.
Fortemente finanziato dal ministero, perché è stato – ed è – un progetto molto costoso. Oltre al Mibact c’è stato un contributo da parte dell’etichetta e uno mio personale.

Parliamo dell’ensemble. A parte l’elettronica di Jan Bang, con te c’è un ensemble strumentale: musicisti classici e jazzisti. Ce ne vorresti parlare?
Lo abbiamo scelto io e Jan. L’idea era partire dal repertorio classico e mi ha fatto alcuni nomi. A me non andava bene, perché io ho il mio gruppo, il Clara Ensemble, che ho creato un paio di anni fa proprio perché avevo voglia di non essere nelle mani di un altro direttore: ho la mia idea musicale e mi piace avere il contatto diretto con i musicisti. L’ensemble lavora senza direttore, perché io comunico loro la mia idea musicale e ci lavoriamo. A Jan l’idea è piaciuta, però ha voluto che ci fossero degli improvvisatori. Aveva già conosciuto Simone Graziano e Cristiano Arcelli e ha voluto entrambi. E ha voluto che Cristiano si occupasse anche degli arrangiamenti. Poi, mi ha proposto-imposto (con mio piacere) di avere nel gruppo Eivind Aarset, con il quale non ci siamo mai incontrati di persona a causa della pandemia. E’ una persona meravigliosa e un musicista raffinato. Poi, per alcune vicissitudini sempre causate dalle restrizioni dovute al COVID, abbiamo registrato nel nuovissimo studio di Francesco Ponticelli ad Arezzo. Quando ci siamo dedicati agli arrangiamenti, Cristiano ha detto: «Certo che se ci fosse un contrabbasso, sarebbe più facile». E, quindi, abbiamo tirato dentro anche Francesco Ponticelli. Comunque, tutte le decisioni sono sempre state condivise da me e Jan.

Foto di gruppo
di Barbara Rigon

E nei live come procederete?
Abbiamo già pensato a una risoluzione, perché ci rendiamo conto che tutto l’ensemble è quasi impossibile portarlo in tour. Lavoreremo con una formula snella, a parte qualche luogo dove presenteremo il disco con la formula completa. In generale, ci saremo io, Simone Graziano, Francesco Ponticelli e Eivind Aarset. Jan ha detto che la sua presenza dal vivo non è necessaria, perché la musica, per come è concepita, è tutta musica scritta, quindi il suo apporto nei live non è necessario: le sue basi saranno riprodotte da Eivind.

C’è un tuo apparentamento con il jazz scandinavo? Lo trovi più interessante e a te confacente rispetto a quello statunitense?
Rispetto a quella statunitense sicuramente, perché sono europea. Mi sono trovata molto bene come modalità produttiva a lavorare con i norvegesi; per molti anni ho lavorato con altri paesi del centro-nord Europa e ho fatto fatica a imparare una metodologia di lavoro diversa: più seria. La serietà professionale è incredibile e fino a quando il lavoro non è finito non si va a casa. Viene messo da parte l’ego e la personalizzazione: al centro di tutto c’è la musica; quindi, se qualcuno dice che c’è qualcosa che non va, non mi sta criticando, ma significa che non abbiamo insieme ancora trovato quel che va bene per la musica. Questo è un metodo che mi trova perfettamente d’accordo e con il quale sono a mio agio. Per quanto riguarda il suono scandinavo, con il quale io mi trovavo ad avere a che fare per la prima volta, ho potuto farmi una mia idea anche frequentandoli, vivendo con loro. La coerenza del loro suono e della loro estetica è frutto di una cultura che offre meno stimoli rispetto alla vision: la visione della musica è una; il cibo è quello, il panorama è quello, la luce è quella. Quindi, se ci si incontra artisticamente è più facile riconoscersi. In Italia, siamo milioni di persone e visioni differenti. Un album così, senza Jan Bang, non sarei stata capace di farlo.

La track list immortala delle composizioni molto intense e particolari, a partire da Maurice Ravel. Come hai proceduto nelle scelte dei brani e perché hai scelto Serenity di Charles Ives?
Il mio amore per il Novecento storico è di vecchia data e ho inciso anche un album con Andrea Rebaudengo, con il quale abbiamo lavorato anche sul repertorio di Ives. Non avevo mai inciso Serenity. A Jan avevo detto quale fosse il repertorio che già avevamo suonato. Jan ha detto la sua e, quindi, quali fossero i brani che andavano bene per questo album. Tieni conto che, al termine della selezione, avevamo una considerevole esuberanza di materiale a nostra disposizione e, quindi, abbiamo dovuto effettuare delle scelte. Del materiale classico abbiamo potuto tenerne solo quattro: Soupir, Là-bas, vers l’église, Chanson de la mariée e Serenity. Ne abbiamo dovute scartare sei o sette. Quindi, Jan sceglieva quelli che riteneva più giuste nel mood del disco, che erano brani lenti e intimi. E, quindi, gli ho proposto Ives, compreso un «post-Ives» Radiance, completamente scritto da Cristiano Arcelli sulla scorta del sentimento musicale del disco e di Ives. C’è stato un fitto scambio di opinioni, tra me e Jan, sui brani da inserire.

E poi c’è Random Weather di Erik Honoré.
E’ un brano che Jan ha scritto con Honoré; brano che è arrivato il giorno prima che entrassimo in studio per registrare. E io gli dissi: bellissimo, ma è troppo tardi. Mi accorsi, però, che ci era rimasto male. Ho lavorato fino a notte per trascriverlo e arrivai in studio con questo brano, non arrangiato, ma dissi al gruppo quale fosse la mia idea, compresa quella che la sesta acuta dovesse assomigliare a un canto di una balena. Loro sono bravissimi e hanno tradotto perfettamente le mie idee.

Cristina, classica e jazz sono parecchio vicini nel tuo universo interpretativo. E’ così?
Io sono per la consapevolezza che siamo in comunione, che tutto è un grande unicum. Le differenze mi interessano poco: mi interessano moltissimo le specificità. I muri li lascio a Trump.

C’è un brano il cui titolo è molto attuale: Contagio, con la musica di Jan Bang e il tuo testo. Ce ne vorresti parlare?
E’ nato a marzo, perché in quel periodo gli altri ti venivano fatti vedere come un veicolo di contagio. Io che sono estremamente aperta al mondo, anche oggi faccio tutto il possibile per proteggere me e la mia famiglia, ma quando sono con gli altri non mi sento mai in pericolo; in pericolo mi sento quando le persone non sono sincere. Era così grande il mio sgomento per questa nuova prospettiva che ho sentito l’esigenza di scrivere questo brano, scritto sulla musica inviatami da Jan Bang. Tieni conto che Jan è un analfabeta musicale e ciò rende ancora più grande la sua visione artistica, che è istintiva: è un genio. Dopo aver terminato di lavorare a notte fonda, alle sei del mattino dopo, Jan mi manda un messaggio e mi dice: «Immaginati questo brano cantato da un coro polifonico di otto voci alla Gregorio Allegri». Roba da matti, perché c’è il COVID-19 e otto persone non si possono mettere insieme e, poi, perché avevo finito i soldi. Ma era un’idea geniale, così una settimana dopo ho messo su un coro di otto amici e lo abbiamo scritto io e Cristiano Arcelli. E’ l’intuizione giusta, perché in quel momento si parla di loro, degli altri; il brano in cui entra la coralità e lui ha avuto questa intuizione. Mi ha sempre detto: «Lo so che sei stanca, ma la devi rifare perché deve venire bene, perché altrimenti lo buttiamo. Non dobbiamo far uscire una cosa che non è convincente». E così è stato anche per i video: ne abbiamo già pronti due e un terzo è già in fase di montaggio, ma prima di avere il suo placet ne abbiamo dovuti girare parecchi.

Visitazioni è interamente firmata da te. Il mood è quello della canzone, della bella canzone e hai inteso scrivere i testi in italiano. Non pensi che sia penalizzante per il mercato internazionale?
No, anzi penso che sia la forza di questi brani. Penso che sia penalizzante, invece, per noi italiani cantanti di jazz di dover declinare il nostro pensiero in una lingua diversa da quella che ci appartiene. Anche i cantanti francesi utilizzano la loro lingua madre. Anzi, mi rimprovero di non averlo fatto abbastanza fino a ora.

Cristina, si può parlare di un concept-album?
Penso proprio di sì. Il concept si è creato suo malgrado, perché così come è poteva solo nascere al 2020: si lavorava ascoltando il suono delle sirene dei soccorsi, delle ambulanze. Ho dedicato questo album a una mia amica, la musicista olandese Sanne van Hek, che ha ceduto e si è uccisa nel momento in cui buona parte del mondo si fermava e anche il Belgio entrava in lockdown. Era una persona debole, ma non si sarebbe uccisa se la situazione non fosse stata così buia. Noi, purtroppo, adesso siamo assuefatti a tutto ciò. Per me questa perdita è stata uno shock e tutta questa tristezza si è incanalata in questo album e mi ha alleggerito il cuore.

Ritieni che questo disco possa essere uno dei passaggi fondamentali della tua vita artistica?
Penso di sì, per me è una pietra miliare. Lo considero il disco per eccellenza. Se dovessi salvare due miei lavori, sarebbero questo e «Scoiattoli confusi»; quest’ultimo perché è un lavoro sporco, strano, ma spontaneo e fresco, registrato in duo, quando avevo vent’anni, con Stefano De Bonis.

Cristina Zavalloni
foto di Barbara Rigon

E quali sono gli altri passaggi fondamentali nella tua vita artistica?
Direi tre. Il primo l’incontro con Louis Andriessen, che mi ha tenuto compagnia da quando avevo poco più di vent’anni fino a un paio di anni fa. Ora lui è in un ospedale per malati di Alzheimer e la sua meravigliosa moglie si occupa di lui. Si è creato un allontanamento doloroso e anche questo dolore si ascolta nell’album. Poi, l’incontro con Andrea Rebaudengo e che mi ha forgiato. E poi l’incontro con Cristiano Arcelli e la Radar band, con il quale ho fatto un disco e la cui ossatura è il mio quartetto: oltre a Cristiano ci sono Alessandro Paternesi e Daniele Mencarelli sono diventati la mia famiglia musicale.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?
Sto leggendo Un’amicizia di Silvia Vallone, che è una mia amica di Bologna. Ho molte amiche scrittrici e leggo sempre con piacere i loro libri. In questo periodo sto leggendo molta letteratura al femminile.

Cosa è scritto nell’agenda di Cristina Zavalloni?
Paolo Fresu
mi ha coinvolta in una rilettura di antologia di brani dello Zecchino d’Oro. Innanzitutto perché Paolo vuole inaugurare, per la sua casa discografica, una collana dedicata ai bambini. Mio padre è stato l’anima dell’Antoniano di Bologna e, così, è nato questo progetto, con gli arrangiamenti di Cristiano. Terminato questo progetto, inizierò a lavorare al mio nuovo disco, che avrà la mia formazione standard, più Walter Magrini: un giovane e talentuoso pianista umbro.
Alceste Ayroldi
Le foto sono di Barbara Rigon
Articolo pubblicato su Musica Jazz di marzo 2021