«Overseas». Intervista a Claudio Giambruno

Terzo album da leader per il sassofonista palermitano. Ne parliamo con lui.

1545
Foto di Antonio Ilardo

Ciao Claudio, bentrovato e benvenuto a Musica Jazz. Parliamo subito del tuo terzo lavoro discografico da leader «Overseas». Mi piacerebbe partire proprio dal titolo. Che significato ha per te la parola Overseas e quale è quello che assume per il tuo album?
Buongiorno Alceste, grazie. «Overseas» letteralmente vuol dire “al di là del mare”. E’ un termine che a primo acchito potrebbe rappresentare un significato geografico in senso stretto. In realtà per un musicista “isolano” come me, che ha scelto consapevolmente di vivere e svolgere una buona parte della sua attività concertistica e didattica nella propria terra, significa profondamente vedere al di là del mare la propria musica. Avere un gruppo dove la ritmica si trova al di là della propria Sicilia denota il raggiungimento di un limite. Un limite che vivo come punto di inizio, perché insieme a questi straordinari musicisti sento di aver marcato in maniera significativa il mio percorso artistico e spero di suonare con loro tanta musica insieme.

Come è nata l’idea di questo progetto?
L’idea di questo progetto nasce in un modo accurato. Ho scelto i musicisti di questo gruppo con grande attenzione, perché i musicisti che scelgo di avere al mio fianco devono avere delle determinate caratteristiche. Devono trasmettermi affidabilità e allo stesso tempo la giusta verve per poterci divertire.

Nove tra brani originali e composizioni attinte da un carniere molto ampio, anche dal punto di vista temporale. C’è un filo conduttore tra le tue composizioni e i brani a firma di altri che fanno parte di questo disco?
Il filo conduttore che lega i brani del disco, oltre ad una scelta prettamente di gusti e preferenze, è la melodia. La melodia ha un significato fondamentale per me, è il senso della storia che raccontiamo. E’ la prima cosa che cattura l’ascoltatore da un lato e per noi che la scriviamo, dall’altro lato, credo sia l’idea preminente e scaturente del processo compositivo sin dalla nascita. Molto spesso le mie composizioni nascono per caso, mentre pratico a casa col mio sassofono o semplicemente mentre sto percorrendo chilometri su chilometri in autostrada. La melodia, un semplice riff o una frase dalla quale rimango sorpreso poi prende forma e si trasferisce dalla testa al pentagramma.

Tra i brani apocrifi, mi ha colpito la tua scelta per Na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna. Oltre alla immarcescibile melodia, c’è qualcos’altro che ti ha spinto verso questa scelta?
Nei miei concerti, a maggior ragione negli ultimi dieci anni, ho sempre privilegiato il sound e il carattere di queste songs. Credo ci siano tanti tratti in comune con i famosi brani di Broadway che spesso noi musicisti di jazz prendiamo a prestito nel nostro repertorio. Probabilmente saranno state nel tempo queste analogie, nella metrica, nella poesia narrativa e nel pathos delle melodie dal lirismo unico, le caratteristiche che mi hanno catturato. Per anni ho suonato Torna a Surriento, Anema e core  e tante altre..

Ci parleresti dei musicisti che sono al tuo fianco in questo disco?
Ho il privilegio di condividere questo progetto con dei musicisti straordinari. Considero Andrea Rea uno dei migliori pianisti italiani della nuova generazione, con una grande classe nell’accompagnamento. Dario Rosciglione è un professionista serio  che seguo e ammiro praticamente da quando ero bambino e infine Amedeo Ariano, un batterista come pochi, un musicista che porta la musica in un’altra dimensione.

C’è qualcosa o qualcuno in particolare che ha ispirato i brani a tua firma?
Il brano che penso sia il manifesto di questo disco si intitola Sea Muse, che letteralmente vuol dire “musa del mare” (da Overseas…) in realtà foneticamente si pronuncia Seamus, che è il nome di uno dei miei riferimenti moderni, il grande tenorista Seamus Blake, maestro e amico unico con cui ho avuto la fortuna di studiare due volte e ogni volta che suona in Sicilia faccio di tutto per sentire la sua musica e la voce del suo sassofono. Lui ha scritto le note di copertina di questo album e ne vado molto fiero.

Nell’album parli di Jobim. Quali sono i musicisti che hanno influenzato il tuo modo di pensare la musica?
Jobim per me è probabilmente il manifesto più importante della musica popolare brasiliana e insieme a tanti altri giganti ha contribuito e continua a contribuire ad accrescere  il mio background. Da sassofonista tenore che da sempre ha cercato di costruire un proprio vocabolario i miei riferimenti di sempre sono stati Lester Young,  Sonny Rollins e Joe Henderson. Nel mio sassofonismo c’è tanto di loro e impiegherò tutto il resto della mia vita a scoprirli e analizzarli più che posso. Penso che la ricerca di un mio suono personale sia la fisiologica mixture tra loro tre.

Quale posto ricopre questo tuo disco nell’ambito del tuo sviluppo artistico?
Overseas è un disco che porto nel cuore sin dalla nascita. Probabilmente perché a differenza degli altri due lavori a mio nome che ho fatto in passato questo è un gruppo che ho rodato “live” maggiormente rispetto agli altri prima di entrare in studio e fare una “fotografia” alla mia musica. Penso che la realizzazione di un disco sia un’istantanea dove ci lasciamo ritrarre in  tutto quello che abbiamo in modo molto sincero.

Dario Rosciglione, Claudio Giambruno, Amedeo Ariano, Andrea Rea
Foto di Gabriele Rosciglione

Claudio, a tuo avviso il jazz in Italia è seguito come un tempo?
Per il mio modestissimo parere, suonando in giro mi sono accorto di come la gente stia nuovamente ritornando ad interessarsi al mainstream.  Vedo tanta gente, anche miei coetanei per fortuna, che anche per semplice e spontanea curiosità si avvicina a questo mondo. Probabilmente fino a qualche decennio fa c’erano più posti e più associazioni concertistiche dove era possibile suonare e divulgare questa musica. Mi auguro che ci sia un’importante inversione di tendenza.

Collabori anche con l’Orchestra Jazz Siciliana. Ritieni che far parte di un’orchestra sia una importante “palestra”?
Ho il privilegio di fare parte di questa realtà da dodici, quasi tredici anni. L’orchestra a mio modesto avviso è una palestra per la disciplina, per il rispetto dei ruoli altrui e per la creazione di un sound in stile. E’ innegabile che ognuno poi sceglie di vivere la propria dimensione musicale come vuole ma, secondo me, può essere soltanto un importante valore aggiunto. Se poi, come nel mio caso, ti ha dato negli anni la possibilità di suonare con gente come Ron Carter, Ivan Lins, Christian McBride è tanti altri è davvero una grande fortuna…

Ti è mai venuto in mente di lasciare la Sicilia, l’Italia per altri Paesi?
Rimanere nella mia terra è una scelta che ho fatto consapevolmente a diciotto anni e ho rifatto anche anni dopo, con tutti i benefici e le avversità che possono scaturire in un modo o nell’altro. Fortunatamente dal punto di vista logistico ci si può oramai spostare senza problema alcuno.

Fino ad ora i tuoi iniziali obiettivi artisti sono stati rispettati?
L’unico obiettivo che mi sono prefissato sin da bambino è stato quello di studiare e di suonare con più gente possibile. Ognuno col suo contributo può farmi diventare un musicista migliore e questo da un bel po’ di anni lo sto portando avanti, con sacrifici e passione.

Antonio Ilardo

Quali altri obiettivi ti sei posto nel medio periodo?
Una cosa che desidero fare, dopo ovviamente aver suonato la musica di Overseas in più posti possibili, è rispolverare la dimensione del trio con l’Hammond. E’ un tipo di formazione che mi affascina da sempre

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
In questo momento mi trovo in Danimarca dove in questi giorni mi esibirò in tour per tutta la settimana con il mio quintetto danese, composto da Francesco Cigna alla chitarra, Erik Von Spreckelsen al pianoforte, Morten Ankarfeldt al contrabbasso e Tony Cigna alla batteria.  Una volta ritornato in Italia mi butterò a capofitto in un progetto dedicato alla musica di James Taylor di cui sto curando gli arrangiamenti e che condividerò con un cantautore siciliano molto bravo, Marcello Mandreucci.
Alceste Ayroldi