«Filippismo». Intervista a Claudio Filippini

Dopo quattro anni, il pianista abruzzese pubblica il suo nuovo disco. Ne parliamo con lui.

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Claudio Filippini_© Nicola di Camillo

Buongiorno Claudio. Innanzitutto, in cosa consiste il Filippismo?
Filippismo è il mio modo di essere, la liberazione di tutte le barriere etiche ed estetiche che in un modo o nell’altro, inconsapevolmente, ahimè mi sono costruito negli anni. È una sorta di manifesto, un inno alla libertà e al coraggio di esprimere la mia creatività senza limiti.

Claudio, questo disco è la tua rivoluzione copernicana. Suoni una fusione di musiche, elimini – giustamente – ogni barriera musicale, esalti la melodia e tieni gli stilemi tipici del jazz, stretti in un angolo e fai un buon uso dell’elettronica. Cosa è successo?
Ho voluto produrre un disco che raccontasse una storia in cui tutti gli ascoltatori avrebbero, in qualche modo, potuto ritrovarsi.  Una musica per tutti, non per musicisti. Ho scritto uno storyboard, un elenco di suggestioni da voler mostrare, nello stesso modo in cui si scrive la sceneggiatura di un film, consapevole del fatto di avere a disposizione una gamma sonora vastissima. Pochi sanno che nonostante sia l’unico musicista in famiglia la mia infanzia e la mia adolescenza si è svolta al cinema. La mia famiglia (mio padre e mio nonno prima di lui) hanno gestito diversi cinema-teatro della mia Pescara ricoprendo un arco temporale dal 1939 al 2004. Trascorrevo i miei pomeriggi lì, esattamente come il bambino del film Nuovo Cinema Paradiso. Ricordo ancora la cabina di proiezione, il rumore del proiettore e l’odore delle pellicole. Il mio sogno è sempre stato quello di scrivere la colonna sonora per un film romantico, di avventura o di fantascienza. Non avendo mai avuto l’occasione di farlo ho deciso di creare «Filippismo», un film da vedere ad occhi chiusi, la colonna sonora di un film senza film, componendo una serie di brani che potessero in qualche modo trasportare l’ascoltatore attraverso una serie di suggestioni.

Rebirth sembra essere un brano emblematico di questa tua nouvelle vague, sia dal punto di vista stilistico che anche dal titolo che hai dato. Insomma, a quarant’anni hai sentito l’esigenza di rinascere: giusto?
Più che un’esigenza, è stata la vita stessa a portarmi a dover cambiare pelle. Sono successe molte cose personali in questo ultimo lustro, ed essendo la musica lo specchio dell’anima necessariamente essa stessa ha subito delle mutazioni.

Claudio Filippini © Nicola di Camillo

C’è qualcosa o qualcuno che ti ha inspirato in modo particolare?
Ho cercato di concretizzare delle sensazioni, talvolta legandomi a dei ricordi del passato, altre volte a visioni, sogni o cose che immagino nel futuro.

C’è un solo standard in scaletta: Lush Life. Perché proprio questo?
Verso la fine della produzione dell’album, mentre lo ascoltavo di fila con orecchie quanto più possibili “esterne” mi sembrava sempre che tutto fosse troppo pieno. Sentivo l’esigenza di un’apertura più o meno a metà dell’album. Avevo da poco fatto un concerto in duo con Carolina Bubbico e l’idea di inserire un momento di pianoforte e voce per staccare un attimo sarebbe stata perfetta. Decisi così di inserire la nostra versione di Lush Life semplicemente perché mi era piaciuta tantissimo come la suonammo quella sera. Carolina la interpretò in maniera splendida e ogni volta che la riascolto mi fa davvero emozionare. C’era solo un problema, la versione basic piano e voce era troppo distante dal resto dei brani. Ero quasi costretto dunque a doverla depennare e per questo mi piangeva il cuore. Volli così provare a fare un esperimento per salvare capra e cavoli: presi dei frammenti di quel live e cominciai a lavorarci su, creando dei loop e facendo delle sovra incisioni di altri strumenti come basso, batteria elettronica, arpa ed archi. Il risultato è forse pure un po’ troppo dissacrante, ma d’altronde non mi sono posto assolutamente il problema.

Una curiosità: perché Lush Life scompare dai brani presenti su Spotify?
Per dei motivi contrattuali legati alla distribuzione digitale del disco, inserendo una cover non sarebbe stato possibile utilizzare i brani dell’album per le storie di Instagram. Decidemmo così di tenerlo fuori in modo da garantire la distribuzione di Instagram dei brani del disco e di pubblicare Lush Life successivamente come singolo. Questa clausola per un attimo mi fece sobbalzare, pensavo che la rimozione della traccia avrebbe destabilizzato il senso narrativo che volevo dare alla storia ma per ironia della sorte il disco scorre bene lo stesso e i brani adiacenti a Lush Life, il precedente e il successivo, si legano comunque benissimo tra loro, perciò nessun problema.

Indubbiamente, è un disco dalle sonorità differenti rispetto alle consuete d’ambito jazzistico, come si diceva prima. Pensi che possa avvicinare un pubblico più giovane al jazz?
Non lo so, ma se dovesse essere ne sarei felicissimo.

Secondo te, perché in Italia si fatica ad avere i giovani ai concerti di jazz?
Perché il jazz spesso è noioso e autocelebrativo. Io stesso mi annoio spesso ai concerti e non biasimo chi dice che il jazz  «rompe le palle».

H.J. con il suo insistente drum&bass acid a chi è dedicato?
H.J. è l’acronimo di Herbert Jeffrey (Hancock) e l’ho realizzato partendo da un sogno che feci tempo fa in cui sua Maestà mi accompagnava alla stazione Termini a bordo di uno spider fucsia, in una Roma post-atomica decadente.

Che tastiere hai utilizzato?
Ho utilizzato quasi esclusivamente virtual Instruments gestiti da Logic Pro, ad eccezione del pianoforte che è il mio storico Yamaha C7 (per gli amici Sansone)

Parliamo del tuo trio e dei tuoi ospiti?
Con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo suoniamo insieme da circa 20 anni, l’intesa che abbiamo raggiunto è pressoché totale. Con loro riesco a esprimermi al meglio perché abbiamo condiviso molte esperienze sul palco e al di fuori di esso. Sono due musicisti aperti a qualsiasi mia proposta musicale, perciò quando ho deciso che anche per «Filippismo» avevo bisogno del contrabbasso e della batteria, non ho esitato un attimo e ho coinvolto loro. Nell’album compaiono anche Filippo Bubbico, musicista dal talento straordinario che ha contribuito nel missaggio e nel mastering del disco, oltre che per aver suonato la batteria su una traccia (Fotografia). Infine, Carolina Bubbico, musicista, cantante e arrangiatrice stratosferica, è entrata a far parte del disco dal momento in cui ho deciso di utilizzare la versione di Lush Life registrata con lei in duo dal vivo e che ho manipolato successivamente.

Claudio Filippini_© Andrea Buccella

Claudio, se non sbaglio il tuo ultimo disco da leader è del 2018. Cosa è successo in questi quattro anni?
Una serie di cose: mi sono separato, mi è venuta una paresi facciale, ho dormito in un motel per 6 mesi, ho avuto la tendinite a tutte e due le mani, ho dovuto smettere di suonare, sono andato in bancarotta, sono caduto in depressione, diventato alcolizzato, ho vissuto nel terrore e sono ingrassato 11 chili. Ma per fortuna, poi le cose si sono sistemate nel corso degli anni. Tutto è tornato come prima, meglio di prima. C’è voluto molto tempo ma ora sono in perfetta forma fisica e psichica e non ho più paura di niente.

Qual è il tuo background artistico-culturale?
Ho cominciato a suonare il pianoforte a 6 anni e, nonostante l’imprinting con la musica classica, ho sempre amato suonare ad orecchio. Quando il jazz è entrato a far parte della mia vita, mi sono innamorato così tanto di quel linguaggio da volerlo approfondire il più possibile. Ho avuto la fortuna di incontrare musicisti, maestri e persone straordinarie che hanno contribuito a formare il mio linguaggio nel corso degli anni.

Cosa è scritto nell’agenda di Claudio Filippini?
Per fortuna, sull’agenda non c’è uno spazio vuoto. Sto lavorando tantissimo sia come leader che come sideman in vari progetti ed è difficile stare dietro a tutto. Sono davvero felice che si stia tornando alla normalità dopo questo periodo così incerto per tutti. Ho da poco registrato «Filippismo Live», il concerto di presentazione dal vivo dell’album, registrato nei meravigliosi Spheres Studios di Montesilvano (PE). Una sorta di viaggio attraverso la mia musica composta negli ultimi 10 anni, oltre ai brani del disco nuovo, naturalmente. Per fare questo ho deciso di formare gli “Avengers” e ho chiamato Gianluca Di Ienno (rhodes, prophet, synth), Filippo Bubbico (chitarra, voce, moog), Federico Malaman (basso elettrico), Olavi Louhivuori (batteria). In sintesi: tritolo puro.
Alceste Ayroldi