Intervista a Beatrice Dellacasa

La cantante, tastierista, compositrice e attrice emiliana sarà sul palco del Firenze Jazz Festival con Dj Gruff l’11 settembre.

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Beatrice Della Casa appartiene a quella generazione di artiste per le quali il confine tra canto, performance e ricerca espressiva appare sempre più labile. La sua voce si muove tra jazz, soul, R&B e sensibilità contemporanee, privilegiando l’intenzione interpretativa alla semplice esibizione virtuosistica. Cantante e attrice, Della Casa affronta la dimensione musicale con una teatralità misurata, capace di dare peso tanto alla parola quanto al timbro e alla presenza scenica. Ne emerge una personalità curiosa, poco incline alle formule precostituite, che guarda alla tradizione non come a un recinto, ma come a un repertorio di possibilità da rimettere in discussione. È soprattutto nell’incontro fra musica e gesto teatrale che trova una cifra distintiva: una ricerca dell’espressività intesa come racconto, relazione e continua trasformazione.

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Partiamo dalla tua identità musicale: quanto è ancora centrale oggi quel territorio tra soul, jazz e R&B nel quale sei stata collocata fin dagli esordi?
Questo è un ottimo punto di partenza, non sono arrivata a una centrata consapevolezza della mia identità musicale, altresì sono molto contenta di poter viaggiare lungo un ricco percorso. Ho mosso i miei primi passi nella musica bolognese, quella di casa, tra un ritornello cantato per amici che facevano rap e la scoperta di pietre miliari del soul e dell’ R&B, in mezzo sono nate passioni per il cantautorato e un percorso accademico di jazz, ad oggi posso dire che queste sono centrali come ascolti, studi e influenze che mi porto dietro.

Quanto il jazz ha contribuito a costruire il tuo modo di concepire la voce, non soltanto dal punto di vista tecnico ma soprattutto come strumento di interpretazione e improvvisazione?
Il jazz mi ha fatto scoprire il mondo a colori. Arrivo da una famiglia che non ha mai avuto un’ educazione musicale e ricordo che il mio primo approccio fu grazie al cofanetto della verve Jazz Gold, trovato casualmente. Il primo brano del cd 1 è la versione di Louis Amstrong e di Ella Fitzgerald di Summertime. Ricordo la sensazione nell’ascoltarlo, lo studio assiduo e la prima (per fortuna di una lunga serie) figuraccia nel cantarlo a una jam session, situazione al tempo sconosciuta e dove per me cantare un brano voleva dire eseguirlo così com’era stato registrato. Li ho scoperto l’interplay e negli anni è diventato un momento fondamentale!

Nella tua musica quanto conta la ricerca di un equilibrio tra scrittura e libertà interpretativa?
Nell’ultimo anno sto lavorando a un nuovo progetto di musica pop, che considero il mio primo vero lavoro dopo una piccola serie di tentativi e sono alla ricerca di parole che possano dare libertà a piccole verità quotidiane. La musica è in funzione del testo e il testo cerca di danzare insieme all’armonia. Ma ancora più importante è un lavoro collettivo, tutto è suonato da amici e colleghi che stimo e ci sono spazi volutamente costruiti per lasciare loro dei momenti liberi.

Quest’anno sei entrata nel progetto live legato alla ristampa di «O tutto o niente» di DJ Gruff. Come è nata questa collaborazione?
Come tante cose belle della vita è nata in modo inaspettato, sono stata contattata da Django, il booking che segue il progetto, perché serviva una sostituzione a Lauryyn su una data, con DJ Gruff ci siamo trovati immediatamente, così come con Combass e Lauryyn stessa e dal primo concerto di Milano, dove ho partecipato come ospite, Dj Gruff ha allargato la squadra e ne sono super onorata.

Beatrice Dellacasa

Nel lavoro con DJ Gruff, che cosa ti ha interessato maggiormente: la dimensione vocale, il rapporto con il beat, la reinterpretazione dei brani o il confronto con una cultura musicale precisa?
La commistione dei fattori citati, DJ Gruff è sempre stato un’istituzione, soprattutto per chi come me ha nuotato nell’underground bolognese e poter lavorare in un progetto che trasuda hip hop mi ha dato modo di vedere da vicino il modo in cui Sandro fa fluire le parole sopra il beat, proprio come un fiume in piena, sia a livello testuale che attraverso i movimenti magici dello scratch, è interessante vedere anche come la parte melodica e armonica riescano a intersecarsi in modo libero e nuovo sul beat e su brani iconici.

In una performance dal vivo, quanto spazio lasci allimprevisto e quanto invece preferisci affidarti a una struttura definita?
Come dicevo, io lavoro principalmente nel mondo del pop, luogo dove solitamente la maggior parte è affidata a una struttura definitiva e che ti insegna tanto sul palco, ma l’imprevisto mi piace, trovo fondamentale l’ascolto e il gioco, parola che in inglese si usa proprio per esprimere il gesto stesso di suonare, in italiano è vista come specifica espressione fanciullesca e da una parte per fortuna.

Nel repertorio contemporaneo il confine tra cantante, autrice e performer è sempre più labile: dove collochi oggi te stessa?
Ho trovato una definizione del termine cantante che dice “chi esercita l’arte del canto” e rispecchia il lavoro, il bisogno e la voglia di unire i due ad oggi.

Quanto ti interessa confrontarti con la produzione elettronica e con le possibilità offerte dalla tecnologia applicata alla voce?
Spesso lavoro con produzioni elettroniche, non sono mai l’unico elemento, parto dallo strumento acustico per poi capire come poter sviluppare il lavoro attraverso la produzione, tornando però spesso a farlo suonare da uno strumento reale. Per quanto riguarda la tecnologia applicata alla voce penso sia una via molto interessante, chiaro è che avere un buono strumento non vuol dire usarlo con cura. Tutto questo non lo faccio da sola ma con dei collaboratori, perché l’uso del computer in questo senso mi è ancora estraneo.

Beatrice Dellacasa

Come vivi il rapporto tra la tua identità artistica e le esigenze dellindustria musicale contemporanea, sempre più condizionata da playlist, piattaforme e formati brevi?
È un rapporto che potrebbe confrontarsi con quello della vita stessa, lo trovo confuso e senza una direzione precisa. Per tempo ho cercato di trovarne la chiave, la via giusta, il formato migliore e capire come immergermici, ad oggi sto pensando al lavoro nel senso più concreto possibile, a creare qualcosa che mi faccia sentire bene o male che sia e proporlo così com’è.

Pensi che oggi un artista debba necessariamente costruire anche una propria narrazione digitale, oltre alla propria musica?
Credo che non ci sia una ricetta giusta per ognuno, ci sono veramente tanti fattori che possono cambiare il gioco. Penso, però, che oggi la narrazione digitale sia un canale molto efficace e diretto, da non sottovalutare e soprattutto da usare con l’obiettivo di portare le persone ad ascoltare dal vivo la musica e non farla rimanere dietro uno schermo.

Quanto sei interessata alle possibilità dellintelligenza artificiale applicata alla musica e alla vocalità?
Al momento non saprei dare una risposta sensata perché non ho ancora un’opinione a riguardo, devo approfondire, sicuramente una piccola parte di me è spaventata dal grande interrogativo sul futuro, ma chi non lo è stato nella storia?

C’è unartista, anche molto lontana dai tuoi abituali riferimenti, che in questo momento senti particolarmente vicina alla tua idea di musica?
Mi sento di citare due persone, in rappresentanza di una piccola collettività con la quale mi trovo a confrontarmi, sono due artisti che stimo e, altresì, due persone importanti per me, Aldo Betto, chitarrista e compositore e Vincenzo Destradis, in arte De.Stradis. Con entrambi ho spesso conversazioni in merito all’idea di musica, sia quella che si porta sul palco che quella che si attua fuori,  nella vita di tutti giorni. Un pensiero che passa attraverso vari generi ma che va alla ricerca di un lavoro concreto, sincero e dove spesso ci troviamo allineati.

Beatrice Dellacasa

Dopo lesperienza con DJ Gruff, quali territori musicali senti di voler esplorare che non hai ancora attraversato?
Quest’anno sto avendo modo di attraversare luoghi veramente inaspettati, Gruff in primis, attualmente sono in tour anche con il gruppo electro pop Dov’è liana, ho preso parte a un progetto che toccherà la musica popolare del sud Italia in una veste elettronica, una nuova sperimentazione insieme a un mandolinista e a maggio abbiamo registrato con alcuni colleghi del conservatorio di jazz un disco di musica originale che verte verso l’improvvisazione libera. Non so bene cosa mi riserverà il futuro, cosa rimarrà e cosa servirà come passaggio, però non vedo l’ora di scoprirlo. La cosa certa è che, grazie anche ad ascolti vicini, sto sbriciando la musica maliana, come Ali Farka Tourè, Boubacar Traorè e Fatoumata Diawara per citarne alcuni e che meraviglia!

Se dovessi immaginare oggi il tuo prossimo progetto senza alcun vincolo di genere, con quali musicisti e quali linguaggi vorresti confrontarti?
Senza immaginarlo per nulla abbiamo dato luce una settimana fa, con il primo concerto, a un nuovo progetto, una sperimentazione in duo formata da voce e mandolino insieme al chitarrista e mandolinista Antonio Stragapede. Abbiamo deciso di non limitarci a un genere o un momento storico, bensì di portare questi due strumenti in un viaggio e di farli dialogare tra spazio e tempo.

Qual è la direzione nella quale senti che la tua ricerca artistica si sta muovendo in questo momento?
Ad ora sto cercando di formare un mio vocabolario, di trovare le parole, leggere, per poter comunicare in maniera semplice e chiara e di conciliare queste ultime con delle armonie che possano essere fruibili, credo che la semplicità non sia facile ma necessaria.

E, soprattutto, quale parte di te pensi che la tua musica non abbia ancora raccontato?
Ad oggi mi sento in viaggio, un po’ come l’alchimista di Coelho, a inseguire un sogno che ancora non ha linee ben definite e chissà dove mi porterà! Ecco, appena lo scopro allora sì che saprò quali sono quelle parti che certamente ad oggi rimangono inesplorate.
Alceste Ayroldi

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