Intervista agli Azymuth

Il trio brasiliano, attivo dagli anni Settanta, si esibirà a Milano il 5 ottobre (Teatro Triennale) all’interno della rassegna JAZZMI. Ne parliamo con Ivan Conti.

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Il vostro trio è nato negli anni Settanta. Avete seguito l’evoluzione dei tempi e quanto hanno influito le nuove tecnologie nello sviluppo della vostra musica?
Dobbiamo stare al passo con l’evoluzione dei tempi e se non avessimo tenuto il passo saremmo rimasti indietro: e se non usassimo le nuove tecnologie, la nostra musica sarebbe stagnante.

Quali differenze riscontrate tra il pubblico brasiliano e quello europeo?
Il pubblico europeo è più abituato alla musica strumentale. Le radio la trasmettono in maggior misura. In Brasile predomina la musica con il cantante, anche se in Brasile abbiamo molta musica strumentale e abbiamo un pubblico fedele.

Ho letto che avete definito la vostra musica come samba doido (pazza). Perché?
In realtà, Crazy Samba non era la nostra definizione. Era la definizione forgiata da un critico musicale straniero che pensava di dover classificare la nostra musica in quel modo, perché era un samba totalmente originale suonata a modo nostro.

L’elettronica è molto importante per voi. Quanto pensate che abbia contribuito nel farvi conoscere da un pubblico più giovane?
Usiamo l’elettronica dagli anni Settanta. E gli scambi con i dj, il nuovo pubblico che veniva accompagnato anche dai genitori. Questa è stata la nostra formazione. Era un modo di pensare, e agire, avanzato all’epoca e che oggi, invece, è molto utilizzato.

Chi è stato l’artefice promotore del trio?
Abbiamo creato il gruppo insieme. Ci siamo piaciuti: in pratica, uno rincorreva l’altro. E così abbiamo iniziato a suonare nel 1968. Abbiamo deciso di provare e abbiamo iniziato a fare spettacoli; poi, improvvisamente ci siamo trovati in sala di registrazione.

Perché avete scelto come nome della band Azymuth?
Il nome  viene fuori da una canzone che abbiamo registrato con Marcos Valle per la colonna sonora del film O Fabuloso Fitipaldi, nel 1973.

Vi va di parlare del progetto Jazz is Dead?
Jazz is Dead è stato un bellissimo lavoro che abbiamo fatto con due grandi produttori e musicisti di Los Angeles. Ci è piaciuto molto fare e partecipare a questa serie.

Parlando di questo disco, c’è fusion, ma anche molto funk. In generale, qual è il tuo rapporto con la musica afroamericana attuale?
Siamo sempre aperti a nuovi orizzonti musicale. Nuove idee ci attirano da qualsiasi paese provengano.

Come agite in fase compositiva?
Agiamo…quando arriva l’ispirazione: siamo sempre pronti!

L’ingresso di Kiko Contentino ha cambiato qualcosa nel gruppo?
Con l’arrivo di Kiko, la struttura non è cambiata, perché la base siamo io (Ivan) e Alex. La vecchia base: stiamo insieme da molti anni. Kiko è venuto a comporre il trio e seguire lo stesso percorso di Bertrami con le sue sfumature ma in stile Azymuth.

Avete inciso tanti dischi fantastici nella vostra carrier, ma se doveste sceglierne uno da regalare a qualcuno che non ha mai sentito la vostra musica prima, quale scegliereste?
«Telecommunication» del 1982. Tutti i dischi hanno la nostra anima e mi piacciono tutti, ogni momento fatto è stato sacro. Questo disco mi piace molto.

La musica degli Azymuth è stata ampiamente campionata e remixata da artisti provenienti da diversi ambiti  musicali hip-hop ed elettronica. Cosa pensate degli altri artisti che reinterpretano la vostra musica?
Penso che sia fantastico che la nostra musica si diffonda, sarebbe spettacolare se avesse un ritorno finanziario soddisfacente con i proventi del diritto d’autore.

Il 5 ottobre suonerete alla Triennale di Milano per il festival JazzMi. Avete già in mente il repertorio che eseguirete?
Suoneremo una serie di brani che faranno parte del disco che sarà pubblicato nel 2023 per festeggiare i nostri cinquant’anni di attività. Sarà un piacere essere a Milano e incontrare nuovi amici e rivedere quelli vecchi.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Alla fine del tour estivo europeo, vogliamo riposare. Abbiamo alcuni spettacoli in programma, ma abbiamo bisogno di un po’ di riposo per riprenderci e, poi, come dicevo, c’è un nuovo album in arrivo.
Alceste Ayroldi