Il tuo primo grande progetto è stato il Quintetto di Fiati Ibleo, fondato nel 1999 insieme ad altri musicisti. Che tipo di idea musicale c’era dietro quella formazione e cosa ti ha insegnato l’esperienza di quasi un decennio di attività cameristica?
Il progetto era quello di studiare e suonare il repertorio cameristico del quintetto di fiati (fagotto, oboe, clarinetto, corno e flauto), io ero il più giovane di tutti, avevo 17 anni quando mi hanno coinvolto. Per me è stata una grande palestra formativa, fondamentale per la mia crescita di musicista professionista, grazie a questo quintetto abbiamo realizzato un’intensa attività concertistica e vinto tanti concorsi nazionali e internazionali
Nel 2002 hai fondato l’associazione Musicale Kuintiblea: quanto era importante, per un giovane ensemble, costruire anche una struttura organizzativa autonoma?
L’associazione Kuintiblea è nata proprio dall’esigenza di gestire, organizzare e promuovere l’intensa attività concertistica del Quintetto di Fiati che aveva sede in provincia di Siracusa ma si esibiva in tutta Italia, in tempi in cui ancora Internet non era affatto sviluppato come oggi. L’Associazione si occupava di tutto, anche dei programmi di sala. Questa per me è stata la prima esperienza concreta da cui ho appreso cosa c’è dietro l’organizzazione di un concerto in tutti i suoi aspetti.
C’è stata un’orchestra o una produzione sinfonica che ha lasciato un segno particolare nella tua formazione musicale?
Senza dubbio l’Orchestra Giovanile Italiana a Fiesole, ho avuto il privilegio di farne parte nel 2004, studiavamo e suonavamo otto ore al giorno, da opere sinfoniche, liriche a musica da camera e poi partivamo in tournè all’estero, in America Latina. Tanti compagni di corso di quell’anno oggi sono prime parti e solisti in teatri importanti. La Giovanile è stata la mia università come orchestrale, mi ha insegnato la professione e il piacere di suonare in orchestra. Sono tante le orchestre in cui ho suonato e le produzione a cui sono legato. Una delle ultime produzioni in cui ho suonato e che ricordo con emozione è stata la Sesta di Malher con l’Orchestra di Santa Cecilia diretta da Pappano
A partire dal 2009 inizi a esplorare nuove sonorità per il fagotto, avvicinandoti al tango al jazz. Da dove nasce questa esigenza di uscire dal repertorio classico tradizionale?
Fin da piccolo ho sempre ammirato i miei coetanei jazzisti che si divertivano a improvvisare. Ho suonato il trombone nella banda e mi ha sempre attratto il “divertimento” della musica e la curiosità per tutti i generi senza pregiudizi. La scelta del fagotto, strumento nobile, certamente mi ha legato alla formazione e al repertorio classico, ma la seduzione di questo strumento è stata legata al suono, alla “voce” del fagotto, così tenorile e alla sua naturale “cantabilità”. Nel 2009 mi iscrivo a un corso di tango argentino, lì resto folgorato dalle musiche delle orchestre tradizionali di tango, musiche degli anni Trenta e Quaranta, da lì inizia la mia passione per questo genere musicale. Determinante fu ascoltare il CD di una fagottista argentina Andrea Merenzon che suonava da solista brani di Astor Piazzolla riarrangiati per archi e fagotto e brani originali in stile tango. Questa fu la svolta per iniziare a divertirmi anch’io col fagotto, un repertorio appassionante e nuovo per questo strumento. Il jazz arriva dopo un lungo periodo in cui l’esplorazione del repertorio di tango col fagotto mi fa scoprire la versatilità di questo strumento fuori dal suo repertorio classico.

Foto di F.A. Nespoli
Grazie al Pannonica Jazz Workshop hai lavorato con musicisti come Dave Burrell e Karl Berger. Che cosa hai imparato da quell’esperienza sull’improvvisazione?
Dave Burrell mi ha fatto capire dov’è il cuore pulsante del blues nell’improvvisazione, Karl Berger mi ha fatto capire come si crea la musica usando bene le conductions con l’ascolto attento di ogni spunto proposto dall’improvvisazione strumentale.
Quali sono i tuoi ascolti in ambito jazzistico?
Frank Sinatra, Bill Evans. In questo ultimo periodo ascolto tanto Javier Girotto.
Il progetto Ensemble Armonia nasce per portare la musica di Astor Piazzolla in una formazione insolita: fagotto e quintetto d’archi. Come è nata l’idea di trascrivere per fagotto la celebre Trilogia dell’Ángel?
Dopo aver conosciuto la fagottista argentina Andrea Merenzon ho scoperto, nel suo sito di edizioni musicali, che esisteva un vasto repertorio di tango per il fagotto con tante trascrizioni per fagotto e arrangiamenti di tango “nuevo”, soprattutto musiche di Piazzolla come la Trilogia dell’Ángel, Escualo, Ave Maria ed altre, da suonare con fagotto e quintetto d’archi. Questa scoperta avvenuta nel 2011 è stato un momento fondamentale perché mi ha aperto un orizzonte definitivo. Un giacimento di repertorio tutto da suonare. Altri musicisti argentini avevano realizzato trascrizioni di tanghi di Piazzolla per fagotto, solo che queste musiche non avevano ancora trovato interpreti in Europa.
Nel 2012 pubblichi il disco «Pasion de Bassoon», dedicato proprio al tango di Piazzolla: qual è stata la reazione del pubblico e della critica a questo esperimento timbrico?
Certamente stupore, curiosità e anche entusiasmo da parte del pubblico che ha scoperto per la prima volta il fagotto in una nuova veste totalmente a suo agio nella musica travolgente di Piazzolla che è stata fondamentale per fare passare il messaggio del fagotto tanguero.
Il pubblico è stato accogliente e lo è sempre con gli esperimenti di qualità musicale. La critica inevitabilmente si è divisa. Essendo stato io il primo in Italia a suonare col fagotto questi brani di Piazzolla in chiave cameristica, non c’era un parametro di riferimento. Tendenzialmente la critica proveniente dal jazz e dal tango mi ha sostenuto e plaudito comprendendo il tipo di esperimento e lo studio ricercato che ho realizzato. Mi sono sentito del tutto ignorato dal mondo del fagotto tradizionale, ma era anche giusto.
Nel 2014 fondi il Quartetto Atipico Danzarin, poi diventato Trio Atipico. In cosa si distingue questo progetto rispetto al lavoro su Piazzolla?
Il Quartetto Atipico Danzarin nasce dalla mia esigenza di suonare l’altro tango, quello “vecchio”, antico, quello che sentivo durante le lezioni di tango e quello che si balla ancora oggi nelle milonghe di tutto il mondo, la musica tradizionale delle Orchestre Tipiche, musica scritta (tra gli anni 30 e 50) per essere “ballata”, interpretata con il ballo del tango in una sorta di improvvisazione coreutica. Questa musica è la stessa in cui si è formato il giovane Piazzolla che per anni ha suonato e creato arrangiamenti dentro l’orchestra tipica del suo maestro Anibal Troilo. Suonandola ho scoperto come il fagotto riusciva facilmente a entrare in questo repertorio milonguero sia dal punto di vista tecnico che della cantabilità, io sono totalmente a mio agio a suonarlo.

Foto di F.A. Nespoli
Nel repertorio del Trio Atipico c’è una forte attenzione alla figura di Aníbal Troilo, storico bandoneonista e maestro di Piazzolla. Cosa ti affascina del suo linguaggio musicale?
Io sono un amante della musica di Anibal Troilo e del suo stile interpretativo inconfondibile, mi affascinano tante cose dello stile di Troilo, una su tutte: i “rallentati” che fa sulla musica, quando sospende tutto d’improvviso per poi lasciare esplodere, è la sua firma inimitabile.
In che modo il fagotto riesce a dialogare con l’estetica delle orchestre tipiche del tango?
Io sono riuscito a crearmi uno stile del fagotto per suonare il repertorio milonguero sia utilizzando la cantabilità del fagotto applicata a quella del tango, ricalcando le cadenze e gli accenti tipici del stile suonato e anche cercando di “pensare” come un bandoneon nella costruzione del suono, nel fraseggio, alla ricerca del groove del tango.
Con il pianista Luciano Troja hai dato vita al progetto «An Italian Tale», un dialogo tra fagotto e pianoforte con musiche originali. Come è nato questo incontro?
Nasce dalla necessità di unire due mondi apparentemente distanti ma uniti da l piacere di fare musica insieme, il mio fagotto di provenienza classica (ma che aveva già iniziato ad esplorare il tango) e il pianoforte di Luciano di provenienza jazz (ma certamente aperto come autore ed interprete a esplorazioni musicali senza frontiere). Ci siamo accorti che la musica di Giovanni Danzi in qualche modo univa queste due anime, da questa ispirazione Luciano che è anche compositore ha scritto musiche originali per il duo dove il fagotto ha il ruolo del cantante dal timbro tenorile con lo swing come Rabagliati e al piano è affidata la parte jazzistica più libera e legata all’improvvisazione.
Il duo con Troja è stato ospite sia in festival jazz sia in rassegne di musica classica. Questo attraversamento dei generi è stato cercato fin dall’inizio?
Nel 2016 noi abbiamo prima registrato il disco «An Italian Tale» più come un esperimento e un piacere personale senza pensare dove ci avrebbe portato, l’attraversamento dei generi era già insito nel progetto musicale. Fin dai primi concerti la “strana coppia” del nostro duo ha trovato un’accoglienza entusiasta nei contesti più differenti, invitato sia da rassegne musicali sia classiche che jazz, ovunque creando grande curiosità nello scoprire il fagotto in queste veste proprio grazie alla scrittura di Luciano che attraversa i generi.
Il compositore argentino Fabrizio Gatta ti ha dedicato dieci brani riuniti nell’album «Un tango para vos». Come è nata questa collaborazione internazionale?
La collaborazione è nata dalla mia ricerca di repertorio scritto per fagotto, quando su internet ho scovato spartiti di tanghi composti da Gatta per fagotto, l’ho subito contattato e gli ho fatto ascoltare quello che avevo già inciso. È stata una corrispondenza immediata che, anche a distanza tra Italia e Argentina, ha sollecitato in entrambi la necessità di fare musica insieme, Gatta ha scritto dieci brani in stile tango, otto per fagotto e pianoforte e due per fagotto solo. E’ stata una grande soddisfazione che il mio modo di suonare tango abbia stimolato un compositore argentino a scrivere per me.
Nel progetto Fagottango, con il pianista Fabrizio Mocata, il fagotto entra ancora più esplicitamente nel mondo del tango contemporaneo. Che direzione musicale state esplorando?
Il progetto Fagottango condiviso con Mocata oltre ad essere un disco è stato soprattutto un incontro. Uno scambio di idee musicali incentrato sulla comune passione per la musica di Troilo e quella di Piazzolla, in occasione del centenario della nascita di Piazzolla. Dopo mesi di ideazione in cui ci siamo scambiati le parti, senza mai esserci visti prima, io e Mocata ci siamo incontrati direttamente in studio di registrazione dove per prima cosa abbiamo suonato, in un pomeriggio abbiamo fatto il disco. Fagottango è un brano originale scritto dal Mocata per piano e fagotto e riassume lo spirito di questo incontro e della contemporaneità della scrittura del tango, genere sempre in evoluzione.
Dopo tanti anni di attività tra classica, tango e jazz, che cosa ti interessa ancora scoprire nel suono del fagotto?
Dopo tutti questi anni di esplorazione del suono del fagotto mi piacerebbe tornare indietro e dedicarmi al fagotto barocco, il fascino di quel suono mi richiama da tempo.
C’è un progetto o una direzione musicale che senti di voler sviluppare nei prossimi anni?
Certamente, mi piacerebbe incidere un disco per solo fagotto con brani originali composti per me, con brani sia di tango che in stile jazz. Mi piacerebbe sviluppare nuove collaborazioni che accendano nuovi stimoli creativi.
Cosa è scritto nell’agenda di Antonino Cicero?
In questo momento ci sono tanti concerti estivi in Italia e all’estero. Non vedo l’ora di far conoscere ancora di più il fagotto e i suoi nuovi linguaggi.
Alceste Ayroldi