Ventuno anni senza Michel: un doppio cd per ricordarlo meglio. Intervista ad Alexandre Petrucciani

Il 6 gennaio 1999 ci lasciava il grande pianista francese. Ne parliamo con il figlio Alexandre in occasione dell'uscita di un'eccellente antologia di suoi brani (con un inedito).

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Michel Petrucciani. © Courtesy of David Michael Kennedy/ Blue Note

Alexandre, a gennaio si celebreranno i vent’anni dalla scomparsa di tuo padre. Per questo motivo, in ottobre, è stato pubblicato un doppio antologico album. La prima domanda è sei d’accordo con le scelte dei brani selezionati dalla casa discografica?
Sì, ovviamente. Abbiamo un accordo con BMG e il giornalista Pascal Anquetil ha selezionato alcuni brani tra quelli che più amo. Il vero problema è stata la scelta, perché la discografia di mio padre è vastissima e sono tutte composizioni molto belle. L’obiettivo è stato quello di sceglierle in maniera tale da fornire alle persone la più ampia gamma di aspetti della musica di mio padre e ogni tipo di formazione con la quale si è esibito.

Troviamo anche un inedito, Montelimar. A chi spetta il premio per aver trovato questa perla?
In realtà non lo so. Non sono stato io, però: probabilmente è stata la BMG. Sono rimasto stupito da questa scoperta, perché è un brano che non è mai stato inciso su disco: una grande e bella sorpresa anche per me.

In futuro ci saranno altre belle sorprese come questa?
Le stiamo cercando e siamo sulle giuste orme per trovare delle buone cose. A ogni buon conto, non è l’obiettivo di questo album, perché puntiamo a ricordare mio padre come compositore, così come pianista. In futuro speriamo di trovare altro materiale da poter condividere con il pubblico, ma probabilmente non si tratterà di nuove composizioni bensì di standard rivisitati secondo lo stile di Michel Petrucciani. E posso anticiparvi che ce ne sono.

La copertina riprende il titolo dell’album. Chi l’ha scelta?
E’ stata realizzata da un nostro collaboratore e prende il nome da una delle composizioni di Michel Petrucciani e, in particolare, sottolinea la sua affinità con la sinestesia. Mio padre diceva: «Ho messo il colore in ogni nota: per me la A è verde, la C è rossa, la G è blu, la E è marrone, la F è gialla e così via». Amava abbinare i colori alle note. E non solo, perché lui vedeva ogni cosa, anche le più impalpabili, associando dei colori.

Quindi, il titolo e la copertina rappresentano lo spirito di Michel?
Sicuramente! Mio padre era pieno di gioia, di vita, di colori.

Tu sei un compositore di musica elettronica?
E’ una parola grossa! Preferisco dire che, di tanto in tanto, compongo musica. Ma non è un’attività professionale, è giusto per mio piacere personale. In verità, amo il blues e suono la chitarra e per comporre utilizzo il programma Ableton e altri programmi per campionare gli strumenti. Ho iniziato da poco a suonare la tromba, ma il problema è che mi sono fatto male alla schiena e non posso soffiare troppo a lungo; poi vivo in un appartamento e quindi non posso esercitarmi troppo a lungo, altrimenti gli altri condomini protestano…

Vivi a Parigi?
No, in una cittadina a circa un’ora di treno da Parigi. Per me, per le condizioni in cui mi trovo, la capitale è impossibile da vivere o, almeno, è troppo impegnativa. Soffro dello stesso male di mio padre, ma lui era circondato da amici e da altre persone che lo aiutavano, io no. Poi, lui aveva una vita da artista, io ho una vita molto regolare.

Quali sono stati gli insegnamenti di tuo padre?
Di essere sempre sul pezzo, di essere generoso, di essere spiritoso e di essere positivo. Dal punto di vista musicale, però, non mi ha insegnato nulla materialmente, perché a quel tempo non ero molto interessato alla musica. Poi, tieni conto che quando mio padre è morto io avevo solo nove anni.

Però, ricordo di aver visto una bella foto di te e Michel al pianoforte.
Sì, in verità è stata una delle rare volte in cui mio padre ha cercato di farmi capire il pianoforte e di insegnarmi qualcosa. Ovviamente, quando suonava a casa, io non ero sempre presente perché i miei genitori erano separati e, spesso, ero con mia madre. Quando ero con lui, durante i weekend, lui mi faceva sentire qualcosa, ma senza insegnarmi veramente alcunché. Mi ha insegnato molto dal punto di vista umano: era un grande uomo, un grande padre.

Michel Petrucciani, Francis Dreyfus -photos Jean Ber

Alcuni anni fa, fu pubblicato il documentario Body and Soul. Pensi che abbia ben rappresentato la vita e il pensiero di tuo padre?
In qualche maniera sì, ma non in tutti gli aspetti. Sicuramente è stato un gran lavoro quello di Michael Radford, perché non conosceva bene mio padre ma ha svolto un gran lavoro di indagine, ricercando la verità tra quello che mio padre gli aveva detto e quanto altri gli avevano riferito. Non era facile avere a che fare con mio padre, perché una volta ti diceva una cosa e un’altra l’esatto contrario. Penso, comunque, che ci fosse anche molto altro da fare e da dire. Ora, con mio fratello Rachid stiamo realizzando un nuovo documentario nel quale intendo intervistare gli amici di mio padre e ogni altra persona possa essere utile a formare una visione omnicomprensiva di Michel Petrucciani. Speriamo che possa uscire il prossimo anno. Il documentario di Radford è una gran lavoro, ma ritengo che vi sia molto altra da far vedere e ascoltare di Michel Petrucciani.

C’è una composizione, in particolare, di tuo padre che porti nel cuore?
Sì, posso dire senz’altro September Second, perché è dedicata al compleanno di mia madre e anche perché trovo che sia una musica molto moderna. Adoro anche Colors, così come Rachid dedicata a mio fratello. Ma in realtà amo tutte le composizioni di mio padre.

A parte la musica di Michel Petrucciani, che musica ascolti?
Mi piace tutta la musica, senza barriere di genere. Il jazz, amo Miles Davis, Bill Evans, Chet Baker, ma anche rap, hip hop, r&b e il blues: sono un grande fan di Steve Ray Vaughan; mi piace moltissimo Joe Satriani penso che sia un grande uomo e abbia una tecnica formidabile.

La tua principale occupazione e preoccupazione è di gestire l’eredità artistica di tuo padre. Quali sono i tuoi obiettivi primari?
Sì, con mio fratello. Il nostro principale obiettivo è quello di far conoscere, al più vasto numero di persone, la musica di nostro padre.

C’è qualche pianista e compositore che potrebbe essere l’erede di tuo padre?
Non saprei dirlo, perché non sono un pianista. Ci sono alcuni meravigliosi tributi alla musica di Petrucciani come quello di Laurent Coulondre: c’è un sacco di energia e di dolcezza, al contempo. Penso che sia importante che ognuno riesca a esprimere se stesso al meglio, facendo mostra della sua tecnica e del suo cuore. Era quello che amava anche mio padre.

La bella biografia di tuo padre, firmata da Benjamin Halay, non è mai stata tradotta in italiano. Perché?
Il lavoro di Benjamin partì come tesi, quando ancora mio padre era in vita. Quindi, non è una vera e propria biografia, anche se ritengo che sia ben strutturata. Non sarebbe una cattiva idea tradurla in altre lingue, anche in italiano. Ma occorre tempo per farlo. Io non sono un gran lavoratore poi, a essere onesto, il docu-film sarà la mia – nostra biografia di Michel Petrucciani.
Alceste Ayroldi