«Lady Guitar». Intervista ad Alessandra Formica

Esordio discografico, per la Camilla Records, della giovane cantautrice e chitarrista siciliana. Un disco che mette insieme pop, soul, canzone d’autore e qualche venatura di jazz, ma con un piglio decisamente personale.

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Buongiorno Alessandra, benvenuta a Musica Jazz. Parliamo subito del tuo esordio discografico «Lady Guitar». E partirei dal titolo: chi è Lady Guitar?
Buongiorno a te Alceste e grazie per questo spazio. Lady Guitar è il nome d’arte che mi ero data ai tempi delle medie sognando di diventare una cantautrice famosa un giorno. Ho iniziato a studiare chitarra classica ad 11 anni e a scrivere canzoni a 13, per cui mi sono sempre identificata nella ragazza con la chitarra. Con gli anni ho iniziato ad esibirmi presentandomi al pubblico con il mio vero nome, ma al momento della scelta del titolo del primo EP ho subito deciso che dovesse essere Lady Guitar, una sorta di omaggio a quella ragazzina con la chitarra per ringraziarla di non aver mollato.

Possiamo parlare di un disco autobiografico?
Possiamo farlo sia per ciò di cui parlano i testi delle mie canzoni, che per la forma fisica del disco stesso: sfondi, fotografie e colori che ricordano il mio paese d’origine, Leonforte, nel cuore della Sicilia. Un posto che ho dovuto lasciare per studio e per lavoro ma a cui resto fermamente legata.

Ciò che colpisce è che ogni brano ha una sua autonomia musicale. Stili, generi differenti. E’ una scelta voluta o casuale?
Assolutamente voluta: ho scelto di presentare questo piccolo album come un biglietto da visita, in cui confluiscono canzoni molto diverse tra di loro, per mostrare a chi non mi ha mai ascoltata le varie sfaccettature della mia musica.

A tal proposito, qual è lo stile musicale che più ti appartiene?
Appartengo al mondo del pop, contenitore di tanti stili diversi: il mio è fatto di chitarre acustiche e testi magari non troppo leggeri ma sempre vissuti.

Come hai lavorato dal punto di vista compositivo?
Per due dei brani presenti nell’album (Maschere e Tempo) ho composto esclusivamente le linee vocali e i testi senza mai approcciare al mio strumento ed è stato interessante: ho lavorato insieme a due musicisti bravissimi, Emanuele Righini e Giacomo Quintili, che hanno cucito una veste che calza a pennello ai miei testi. Per gli altri brani invece sono partita dal classico chitarra e voce, sviluppando in seguito gli arrangiamenti, anche con l’aiuto dei musicisti in studio. Colgo l’occasione per citare e ringraziare il pianista Roberto Iadanza per il suo contributo cospicuo all’arrangiamento di Cosa Resterà.

Quanta rilevanza hanno i testi nel tuo processo compositivo e/o di arrangiamento?
Credo nella forza della parola nella musica, per cui dedico molta attenzione ai testi delle mie canzoni. Mi piace scrivere in italiano, la trovo una lingua così delicata e chiara per dire qualcosa cantando. Scrivo il testo quasi sempre insieme alla musica e questo mi permette di chiudere i brani, almeno nella forma, molto velocemente.

Mi ha colpito, in particolare, Maschere. Come è nato questo brano?
Il brano è stato composto nel febbraio del 2020, un periodo di estremo fermento per via dell’arrivo del Covid in Italia e nel mondo. Il titolo infatti può rimandare proprio ad un simbolo della pandemia, la mascherina chirurgica; nella realtà però il brano racconta della mancanza di fiducia in una relazione e della ricerca necessaria di verità, nonostante tutte le maschere che giornalmente siamo costretti ad indossare. Il sound è quello di una hit estiva, fresca, leggera, in netto contrasto con il testo della canzone.

Non pensi che i testi in lingua italiana possano penalizzare la diffusione della tua musica all’estero?
E’ possibile che non siano capiti nella loro interezza, ma credo che la musica abbia una forza tale da superare anche queste barriere. Ricordo un episodio legato ad uno scambio culturale in Austria nel 2010 organizzato dall’associazione Lions Club: mi ritrovai a suonare con circa venti ragazzi provenienti da tutto il mondo. Mi esibii con le mie canzoni durante il concerto finale e una ragazza svedese si avvicinò per farmi i complimenti chiedendomi se quella canzone parlasse di un’amicizia molto forte, era così. Ho scritto anche alcune canzoni in dialetto siciliano, un lingua piena di musicalità e di passione. Cantare in dialetto fuori dalla Sicilia è un rischio che corro spesso quando mi esibisco nella Capitale: anche in quel caso i brani vengono apprezzati e persino “capiti”, con le giuste premesse. Tutto questo a dimostrazione del fatto che la musica, come tante altre forme d’arte, è un linguaggio universale.

Cosa influisce maggiormente nello sviluppo della tua linea melodica e nelle tue armonizzazioni?
E’ quasi necessario il silenzio e la solitudine quando ho bisogno di scrivere, ma ho imparato a farlo anche in luoghi rumorosi e affollati. Tutto va registrato e scritto immediatamente, anche di notte, prima che l’ispirazione voli via. Il canto è molto legato a ciò che suono sulla chitarra e a come lo suono. Si può dire che tutto parta da cosa sto suonando, piano piano inizio a canticchiare una frase melodica o anche solo ritmica e dopo arrivano le parole. Ma è un processo unico, musica, voce e parole si muovono in gruppo, si cercano tra di loro, si rincorrono, si completano e a poco a poco si aggiustano per dare una forma finita al brano.

Alessandra, qual è il tuo background culturale e artistico?
Al centro metterei gli anni di studio di danza classica e moderna, disciplina formativa del corpo ma soprattutto dello spirito. Fondamentale è stata la partecipazione all’orchestra didattica durante le scuole medie, da cui ho appreso il valore di suonare insieme. Per ultimo, ma non per importanza, il gruppo Folk Granfonte di Leonforte, di cui faccio ancora parte dopo tanti anni, mi ha avvicinata al mondo della tradizione popolare, aspetto centrale nella mia formazione”.

Chi è (o sono) i tuoi riferimenti artistici?
Sicuramente i grandi cantautori italiani che fanno della parola il loro tratto distintivo, tra questi Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Niccolò Fabi e Pino Daniele. Poi c’è Rosa Balistreri, immensa artista siciliana e continua scoperta in ogni suo brano per la drammaticità della sua interpretazione e la crudezza della sua storia. Ma anche in ambito internazionale mi sento legata ad artisti come James Taylor, chitarrista e cantautore di altissimo livello, a cui mi ispiro per migliorare la mia tecnica sullo strumento durante il canto”.

Alessandra, so che fai parte del Flowing Chords. Ce ne parleresti?
Faccio parte dei Flowing Chords sin dalla sua costituzione nel 2016. Si tratta di un coro a cappella di circa 30 elementi, tutti giovani musicisti, una sorta di orchestra vocale, diretti dal M° Margherita Flore. Insieme abbiamo preso parte a tantissime manifestazioni, festival, eventi, su palchi di un certo spessore come il teatro Eliseo e l’Auditorium Parco della Musica di Roma, collaborando con artisti di fama nazionale, tra questi Diodato, Serena Brancale e Noemi. Abbiamo già pubblicato un primo album nel 2018 e nei prossimi mesi verrà pubblicato il secondo, registrato quest’anno. Per me è un’esperienza di continua crescita professionale, un posto in cui sentirmi a mio agio, mettendo la mia voce al servizio del gruppo.

Oramai hai maturato una certa conoscenza del sistema musicale italiano. Cosa pensi che non vada bene? Cosa cambieresti?
Oggi il mercato musicale italiano è saturo dal punto di vista dell’offerta, grazie all’uso dei social e dei tanti talent televisivi che da anni sfornano un artista dopo l’altro, completo di disco, band, merchandising e quant’altro. La domanda è diminuita e anche la possibilità di emergere. Parliamo di meteore che molte volte non hanno le conoscenze giuste per quella professione: non leggono la musica, non conoscono l’armonia né la storia della musica. L’attenzione del pubblico si è abbassata moltissimo. La gente si stanca e non perde tempo ad ascoltare un intro di un pezzo, o non presta attenzione alle parole di un testo. Ci vorrebbe forse una maggior educazione all’ascolto e dovrebbe partire dai programmi televisivi. Ma è difficile chiedere di rallentare ad un mondo che corre costantemente.

Se dovessi dedicare un disco a uno scrittore, e a un libro in particolare, chi sarebbe?
Forse dedicherei un disco a Paulo Coelho, uno scrittore che mi appassiona molto per la sua spiritualità. Ma potrei anche dedicare qualcosa ad Andrea Camilleri, attento narratore della Sicilia di ieri e di oggi.

Qual è la tua missione artistica?
Cantando e scrivendo anche in siciliano, mi piacerebbe far conoscere a molte più persone la bellezza del dialetto e della cultura popolare (siciliana nel mio caso), ricordando a tanti ragazzi della mia età che questa lingua fa parte della nostra storia e va tramandata. Per quanto riguarda la mia produzione in italiano, al momento molto più ricca, mi piacerebbe poter pubblicare quante più canzoni possibili, vedere se il pubblico le apprezza, le ricorda e magari le canticchia. La fama è qualcosa di allettante ma a me basterebbe vivere di musica, la mia musica. Sarei già felice per questo.

Cosa è scritto nell’agenda di Alessandra Formica?
Il 2023 è già pieno di progetti ambiziosi: voglio iniziare a lavorare al prossimo disco, pensavo ad una raccolta in siciliano, pezzi miei e cover di grandi artisti siciliani. Tra l’altro concluderò il mio percorso accademico al Saint Louis College of Music di Roma in estate con il conseguimento della laurea di II livello in chitarra pop.
Alceste Ayroldi