Intervista ad Anna Bignami e Laura Veltri (anteprima)

La pubblicazione di «Non-Places» ha offerto l'occasione di intervistare nuovamente Anna Bignami e Laura Veltri (lo aveva già fatto Alceste Ayroldi nel 2023, negli articoli riportati a piedi pagina). L’incontro ha permesso di raccogliere un punto di vista «dall’interno» delle logiche della composizione e dell’arrangiamento, decisamente istruttivo. Anche in vista del prossimo Top Jazz, considerata l’oggettiva novità che le due artiste rappresentano, abbiamo deciso di anticipare alcuni contenuti dell'intervista, in attesa della sua pubblicazione integrale.

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Nel disco le composizioni riferiscono di un progetto e di un suono comuni, ma immagino che ciascuna di voi conservi un proprio modo di pensare la forma, il colore e lo sviluppo musicale. Che cosa riconoscete immediatamente come «proprio», ciascuna nella scrittura dell’altra e che cosa, invece, rimane irriducibilmente personale? Questa è una domanda veramente difficile. Sin dal nostro primo incontro al conservatorio, abbiamo riconosciuto una condivisione della passione per la musica orchestrale, ascoltando molti artisti in comune, e queste influenze comuni poi si riversavano nella scrittura. Forse è per questo motivo che si ritrova una certa omogeneità nei nostri lavori, pur essendo le nostre personalità ben distinte. Negli anni, poi, ci siamo sempre più definite dal punto di vista compositivo, anche perché, individualmente, abbiamo avuto esperienze diverse. Anna: Ho continuato gli studi in Danimarca, ho avuto l’occasione di imparare da compositori come Miho Hazama e Søren Møller e ho avuto l’opportunità di scrivere per Aarhus Jazz Orchestra, che è comunque una big band dalla formazione tradizionale, mentre Laura si è trasferita in Germania a stretto contatto con la Frankfurt Radio Big Band e ha poi fondato una sua orchestra contenente anche una sezione d’archi. Riconosco nei lavori di Laura un’attenzione più minuziosa alla sperimentazione sonora. Crea delle sonorità veramente speciali, grazie al suo interesse per le tecniche estese, all’improvvisazione più «free», per così dire, e grazie anche al suo utilizzo di influenze provenienti dalla musica classica contemporanea, nell’utilizzo di armonie non convenzionali. Ogni volta che arriviamo alle prove e ascolto i suoi brani per la prima volta mi accorgo di quanto potrei anch’io fare di più, da quel punto di vista. Io penso, d’altro canto, di sperimentare di più all’interno del «tradizionale»: raramente utilizzo tecniche estese o strutture politonali, ma mi cimento in contrappunti liberi, in armonie dense pur rimanendo nello standard e nell’utilizzo di poliritmi, groupings, modulazioni ritmiche e, ultimamente, anche indicazioni di tempo irrazionali. Forse la mia attenzione alla ritmica dipende anche dal fatto che provengo dalla scuola jazz irlandese, il cui pioniere, Ronan Guilfoyle ha una vera e propria ossessione per il konnakol e ha sempre enfatizzato come noi allievi dovessimo essere, dal punto di vista ritmico, forti, ma anche creativi. Nonostante ciò, il ritmo è forse quella parte della musica dove mi sento meno solida. Infatti, è un mio obiettivo quello di dover imparare qualcosa di nuovo ogni volta che mi metto al pianoforte a comporre ed è anche così che cresco, sia tecnicamente che artisticamente. Laura: Una caratteristica che sicuramente noto subito nei brani di Anna è la forte energia che trasmettono, soprattutto ritmica, incalzante, e la chiarezza tematica e strutturale, che si sviluppa sempre in maniera molto organica. Talvolta ci ragiono su, per cercare io stessa di incorporare maggiormente queste caratteristiche nella mia musica, quando abbiamo un progetto assieme specialmente per quanto riguarda il ritmo e l’energia, ma tante volte realizzo che il contesto musicale in cui compongo non lo richiede, oppure mi porterebbe in una direzione troppo distante da ciò che sto cercando, per cui tendo ad esplorare maggiormente l’armonia, la forma oppure l’orchestrazione. Anche io ricerco uno sviluppo formale organico all’interno dei miei brani, spesso però mi ritrovo a dare precedenza all’idea narrativa che c’è dietro (un esempio è In And Out Of The Toy World, dal nostro EP del 2023), che poi genera una forma alquanto articolata e talvolta può non risultare immediata a chi ascolta. Ragionavo sul fatto che un altro elemento che abbiamo in comune è che siamo entrambe chitarriste e siamo cresciute con molti ascolti rock e blues in comune. Secondo me, questo aspetto si rispecchia in parte nelle melodie che scriviamo che, nonostante possano essere molto articolate, spesso sono molto cantabili e con molti elementi blues alla radice.

Non-Places – GleAM Records

Esiste una genealogia importante della scrittura per ensemble ampio, che tiene insieme Gil Evans, Maria Schneider, Jim McNeely, Darcy James Argue e Miho Hazama, tra gli altri. A quale punto un’influenza smette di essere un modello da seguire e diventa un «linguaggio»? In quale parte di questo linguaggio vi riconoscete, oppure in quali altri rami? Anna: Come accade per una vera e propria lingua, è molto difficile spiegare dettagliatamente come diventare fluenti, se mai si possa farlo. Personalmente, ho sviluppato il mio modo di scrivere odierno attraverso la pratica dello strumento da sola e con altri, tantissimo ascolto di tanta musica diversa, sia jazz che classica, e analisi di partiture degli artisti da te elencati, tra gli altri. Nel mio processo di ascolto e di analisi, provo poi ad individuare i punti per me più interessanti o, semplicemente, i punti che mi suscitano una reazione emotiva e tento di implementare quegli elementi nei miei brani. Non è affatto diverso dal percorso di un sassofonista che trascrive John Coltrane, o che prende i licks dal Charlie Parker Omnibook e tenta di buttarli ovunque durante gli assoli. Più si cerca di implementare gli elementi appresi e più quegli elementi diventano propri. Per quanto riguarda il momento in cui i modelli smettono di essere modelli, la risposta è probabilmente mai. Sono sempre alla ricerca di nuovi elementi per tentare di includerli nei miei prossimi brani, questo mi aiuta profondamente a non ricadere nel confortevole, d’altronde si sa che «Good composers borrow, great composers steal». Aggiungerei, inoltre, che, per ora, non mi sento di aver trovato una mia voce unica, o un mio vero e proprio linguaggio. Mi sento ancora molto in fase di sperimentazione e apprendimento. Laura: Personalmente mi muovo attraverso tanti linguaggi diversi e la mia formazione piuttosto «disconnessa» ha favorito un approccio un po’ meno lineare, che da un lato porta a risultati magari interessanti e più insoliti, dall’altro – in determinati contesti lavorativi più «definiti» – mi penalizza. Provengo da una formazione rock e blues, ho iniziato a suonare la chitarra all’età di nove anni, sono poi passata al jazz quando mi sono iscritta al Triennio in Chitarra Jazz e da lì è iniziata la mia lenta scoperta del mondo del jazz e, più tardi ancora, della musica orchestrale e delle big band. Sono stata a contatto con musicisti e compositori di formazione molto differente tra loro, che hanno generato in me moltissima curiosità verso la musica classica contemporanea, di cui alcuni elementi timbrici e strutturali mi affascinano particolarmente. Idealmente mi piacerebbe creare un ponte tra questi due generi per non avvertirli così distinti fra loro, sia a livello di ascoltatori, sia a livello di musicisti ed esecutori. Allo stesso modo mi piacerebbe inserirmi maggiormente all’interno di linguaggi più pop o rock, sempre a livello orchestrale, come per esempio la Metropole Orkest.

Dopo «Non-Places», quale rischio compositivo sentite oggi la necessità di assumervi? Le idee riguardo il futuro del Bignami Veltri Jazz Ensemble sono tante, e speriamo siano prima o poi tutte realizzabili! Ci piacerebbe realizzare progetti con ospiti di rilievo, italiani e internazionali, componendo un repertorio nuovo ad hoc per loro. Anna: Io personalmente sto apprezzando tantissimo Melissa Aldana e Linda May Han Oh, sarebbe un’opportunità unica poter scrivere e suonare con loro e, idealmente, anche registrare un disco. Ci piacerebbe inoltre creare progetti che coinvolgono anche altre discipline oltre alla musica, come danza o poesia e ciò sarebbe sicuramente una sfida interessante e diversa per la parte compositiva. Un altro tipo di rischio di cui abbiamo in parte discusso sarebbe quello di includere noi stesse tra i musicisti – essendo entrambe chitarriste – quindi aggiungere questa sonorità all’ensemble. Chissà: magari ci vedrete presto sul palco con una chitarra, e non solo di spalle davanti al leggio del direttore. Abbiamo anche dei nostri progetti personali che sono già «in progress». Laura: Nell’ultimo anno, sento di essermi assunta forse fin troppi rischi compositivi. In parallelo a «Non-Places», ho formato il mio large ensemble con cui ho registrato un disco. Ritengo che tutto questo lavoro sia una grande sfida compositiva per molti motivi, soprattutto per il fatto che ho voluto affrontarla per «capirmi» musicalmente e indirizzarmi verso ciò che mi interessa, al di là di commissioni, richieste esterne, domande tipo «Cosa può essere un buon biglietto da visita?», compromessi e via dicendo. Come prima cosa, ho riflettuto molto su che tipo di formazione rappresentasse al meglio la mia idea di musica al momento. Ero partita con l’idea di formare una big band, ma dopo alcune bellissime esperienze con ensemble misti, ho deciso per batteria, basso, pianoforte, chitarra, cinque sax (più clarinetti, flauti), due trombe, corno, trombone, tuba, e un quartetto d’archi. Tutti musicisti a cui sono molto vicina personalmente e musicalmente. Mi sono dunque cimentata nel comporre una suite specificamente per questa formazione. Il repertorio è estremamente ampio, per cui ho spaziato da brani prettamente jazz, a brani rock, a interludi di musica contemporanea, ad improvvisazioni libere su una cornice data: non sono riuscita a stare dentro un solo stile. La narrazione comunque segue un filo conduttore che tiene insieme mondi così lontani. Ritengo che la maggior parte di queste scelte sia stata parecchio rischiosa e non so bene che reazione aspettarmi dall’esterno una volta che sarà uscito. L’uscita di «Over/Under Exposed» – si intitola così – è prevista per la primavera del 2027 e non vedo l’ora! Anna: Sto lavorando a due commissioni, un brano originale e un arrangiamento, per la Danish Radio Big Band, in occasione del loro evento Ny Dansk Jazz, dedicato alla presentazione delle nuove leve della scena jazz danese. Un brano è ispirato a uno dei giganti del jazz, McCoy Tyner, scelta che rappresenta un rischio compositivo in sé, in quanto devo riuscire a scrivere un brano che lo ricordi, magari utilizzando anche dei motivi dalle sue composizioni, ma senza copiare o cadere nella scrittura di un classico arrangiamento nel formato tema-assolo-tema. Ho scelto di fare un omaggio a lui perché  grazie alla scoperta dell’album «Fly With The Wind» ho iniziato ad interessarmi sempre di più alla composizione di jazz per big band contemporanea. Quando ho ricevuto la notizia che avrei composto per la Danish Radio Big Band ho tentato di creare subito una connessione tra me e l’orchestra e ho trovato che Tyner si esibì con questa band nel 1993, nel locale Montmartre a Copenhagen, e tra gli altri brani suonò anche Fly With The Wind. Non potevo quindi non cimentarmi in una «love letter» a questo artista così influente e spero vivamente di riuscire a rendere l’idea di cosa fosse la pura potenza di un pianista eccezionale come lui. La premiere è fissata per il 22 gennaio 2027.

 

Bignami Veltri Jazz Ensemble

 

Epitaphs From The Hill. Intervista ad Anna Bignami e Laura Veltri – parte I

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