«Decanter». Intervista al trio Accordi Disaccordi

Accordi Disaccordi, al secolo: Alessandro Di Virgilio e Dario Berlucchi alle chitarre e Dario Scopesi al contrabbasso, ci parlano del loro nuovo lavoro discografico e di tanto altro.

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Foto di Gabriella Di Muro

Buongiorno a tutti. «Decanter» è il vostro ultimo lavoro discografico. Inizierei dal nome: che significato assume nel contesto della musica del disco?
L’idea di «Decanter» nasce da un progetto ambizioso, di una nuova ricerca musicale, che ha voluto estraniarsi dal tradizionale jazz manouche, genere con cui siamo nati. Come un buon vino che ha bisogno di un suo tempo di maturazione per raggiungere la perfetta armonia, così «Decanter» ci ha richiesto del tempo per arrivare al giusto equilibrio tra nuove sonorità timbriche e melodie che cercavamo.

In questo lavoro si ascolta tanta musica che attinge da diversi mondi musicali. Però, vi è un filo rosso che è dato dalla funzione narrativa che, per voi, assume la musica. Cosa racconta questo disco?
«Decanter» per noi è un disco importante. É interamente strumentale; ci piace pensare di riuscire nell’intento di raccontare una storia che attinga dalle influenze musicali e culturali diverse che abbiamo acquisito con le nostre esperienze di vita e durante i nostri concerti in giro per il mondo. In copertina infatti, abbiamo scelto la realizzazione di un piccolo mappamondo, simbolo di come la musica possa essere trasversale ed arrivare a tutti, ma proprio a tutti, non solo ad intenditori ma anche a orecchie profane.

Qual è stata la genesi di «Decanter» e qual è lo spazio di tempo che gli avete dedicato per la creazione?
Ha richiesto una gestazione di circa tre anni per vedere la luce. É un lavoro non nato a tavolino, ma frutto di una propria ricerca musicale. Melodie classiche, suoni latini, virtuosismi chitarristici, influenze blues e ballad dai suoni cinematografici, influenzano ciascun brano di questo album, donando ad esso una sonorità acustica originale e del tutto nuova.

Un brano è dedicato a Barcellona. Cosa rappresenta per voi la capitale della Catalogna?
La verità? Semplicemente abbiamo voluto sognare di poter essere con questo brano nella colonna sonora di un film di Quentin Tarantino, realizzato magari proprio a Barcellona. Oppure affiancare un mito come Ennio Morricone nella soundtrack di un film western. Abbiamo parlato di sogno, e dato che i sogni non prevedono confini, limitazioni di ambizioni, abbiamo voluto fantasticare in grande.

Da artisti di strada a band che ha girato quasi tutto il mondo riscuotendo successi, il passo non è propriamente breve. Qual è stato il momento in cui la vostra vita artistica è cambiata?
È stata un’evoluzione costante e continua che ha richiesto tanti sacrifici (e ne richiede ancora tanti). Lo spartiacque diremmo che è stato l’incontro fortuito con Umbria Jazz, nel 2015. Suonavamo in strada a Perugia proprio in quei giorni di luglio del festival, ed è lì che ci hanno notato. Non solo: ci hanno proposto di partecipare, come artisti ufficiali del festival, per l’anno successivo, suonando ogni sera sul palco a fianco a quello dell’Arena Santa Giuliana, poco prima dei grandi live. Ed è così che abbiamo avuto l’onore di suonare prima dei concerti di artisti come Herbie Hancock, Chick Corea, Lady Gaga, Tony Bennett, Stefano Bollani, Paolo Conte, Caetano Veloso, Gilberto Gil, etc.

Quanto ha inciso la vostra costante presenza a Umbria Jazz nella vostra evoluzione artistica?
Tantissimo, è stata fondamentale. Da quell’incontro nel 2015 è nata una collaborazione ed un’amicizia che è continuata negli anni e che continua ancora oggi. Umbria Jazz è il più importante festival italiano, e non solo. Essere presenti nel cartellone degli spettacoli musicali significa molto.

«Decanter» rappresenta un punto d’arrivo o un punto di svolta?
Decisamente un punto di svolta. È un disco diverso dalla nostra precedente produzione. Seppur vi siano all’interno richiami e sonorità gipsy jazz, è il disco meno manouche della nostra carriera artistica. Crediamo che abbia indicato la nostra via maestra, su cui continuare a lavorare e sperimentare.

foto di Dario Berlucchi

Siete partiti come un trio gipsy jazz. Qual è il vostro legame con questa corrente musicale?
Il gipsy jazz rappresenta il nostro imprinting e sarà sempre il richiamo che continueremo a corteggiare, pur distaccandocene, alla ricerca di nuove sperimentazioni. Ed è proprio quello che facciamo in “Decanter”: richiami gipsy jazz che si miscelano con generi musicali diversi tra loro.

C’è qualcosa che vi fa rimpiangere i tempi passati da buskers?
Il busking per noi è stato un ciclo che ha avuto il suo tempo e si è concluso. Ci siamo divertiti tanto ed è stata una grande esperienza formativa.

Avete mai pensato di ampliare la formazione?
Spesso lo facciamo. Alcuni nostri concerti infatti sono animati da musicisti di grande valore e spessore musicale, con il loro violino, fisarmonica, clarinetto, etc. Anche quando siamo in trio però, ci piace realizzare uno spettacolo vario, che rispecchi le diverse influenze che ci caratterizzano. Per questo motivo portiamo con noi non solo i nostri strumenti principali, come chitarre acustiche e contrabbasso, ma anche strumenti come ukulele, glockenspiel e chitarre elettriche. Siamo sempre alla ricerca di nuove sperimentazioni.

Girate il mondo e, quindi, avete rapporti con diversi sistemi musicali. Come giudicate il sistema giuridico-economico-politico dell’industria musicale italiana? C’è qualcosa che cambiereste?
Facendo un confronto con l’Italia, una delle cose che più ci ha colpito di alcune realtà musicali estere, è la maggiore facilità nel creare rete e scambiarsi idee riguardo la possibilità di organizzare concerti. Negli Emirati Arabi per esempio, molto spesso sono stati gli stessi gestori di locali a darci i contatti di altre venue, e molto spesso i promoter vengono a sentire i tuoi concerti anche se non sono nel loro club. Siamo rimasti stupiti dalla facilità e dalla semplicità con cui ci si relaziona. Questo tipo di apertura, ti da grande fiducia e semplifica il lavoro di tutti.

Foto di Dario Berlucchi

Come artisti, qual è il vostro messaggio sociale e artistico?
Viviamo in un periodo storico in cui crediamo che l’abbondanza di contenuti abbia superato di gran lunga, la capacità di saper filtrare ed assorbire. La musica come sappiamo è prima di tutto un’educazione all’ascolto. Credo sia fondamentale ad oggi maturare una capacità critica e di analisi dei contenuti. Può essere il caso di una canzone o un disco che per essere apprezzati in tutte le loro sfumature richiedono più livelli di ascolto, ma sicuramente si può applicare la stessa metafora a molti aspetti della vita. Ascoltare, avere attenzione e cura per i dettagli non solo nel momento in cui si crea ma anche quando si ascolta il messaggio di qualcun altro. La musica è contaminazione e unisce trasversalmente diverse culture ed è fonte di benessere comune per chi l’ascolta. Uno dei nostri intenti infatti è proprio quello di abolire gli immaginari confini musicali e non.

Cosa è scritto nell’agenda de Accordi Disaccordi?
Nelle prime pagine ci sono le date dei prossimi concerti: suoneremo per gli istituti di Cultura Italiani di Monaco e Amburgo, al PercFest di Laigueglia il 14 giugno, il 27 giugno saremo a Milano per il Blue Note Off e a luglio nuovamente artisti resident per il Cinquantesimo anno di Umbria Jazz. Se si guarda più avanti nell’agenda ci sono segnati tutti i nostri sogni nel cassetto, che quasi sempre coincidono con i luoghi e i festival in cui vorremmo portare la nostra musica. Suonare dal vivo e viaggiare sono le cose che più amiamo del nostro lavoro.
Alceste Ayroldi