Intervista a Redi Hasa

Il violoncellista italo-albanese sarà in concerto a Milano il 30 ottobre per la rassegna JazzMi.

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Redi, quando sei arrivato in Puglia dall’Albania hai portato con te un violoncello «rubato», al quale – possiamo dire – hai dedicato il tuo primo album da solista. Cosa significava per te questo violoncello e, inoltre, perché rubato?
Sono partito dall’Albania, la mia terra, nel lontano 1998 dopo un conflitto interno molto forte che ha segnato profondamente tutta la mia generazione. Stavo finendo gli studi al conservatorio di Tirana quando nel 1997 è scoppiata una guerra civile che ha portato un caos totale nel Paese. Coprifuoco alle 18, paura di vivere, finché con il passare del tempo ci siamo abituati al terrore della guerra. Oramai tutto ci sembrava normale, ma non lo era. L’unica via d’uscita per mettersi in salvo era scappare. Mio fratello che era già in Italia mi ha chiamato e mi ha invitato ad andare al più presto da lui. Così ho preso la decisione amara di lasciare la mia terra, la mia famiglia, i miei amici, e andare dall’altra parte dell’Adriatico. Insieme a me, un altro corpo che mi ha accompagnato sempre, il mio violoncello. «Mio» perché oramai eravamo inseparabili nelle nostre gioie e nei nostri dolori. Un strumento che avevo in prestito dalla mia scuola di musica, per studiare. Non ci ho pensato due volte, l’ho preso e sono partito: la mia ancora è stato lui. Dopo tanti anni sono tornato per sanare la situazione con la scuola, ci tenevo. Io e il violoncello siamo ancora oggi insieme. «The Stolen Cello» è la mia storia raccontata in musica.

Quindi, nel 1998 sei arrivato in Puglia e hai proseguito gli studi iniziati in Albania presso il conservatorio Tito Schipa di Lecce. Come ti sei trovato dal punto di vista della didattica? La metodologia era molto differente?
Appena arrivato in Italia ho fatto un concorso per entrare al conservatorio Tito Schipa di Lecce. Ho vinto una borsa di studio e così ho cominciato a seguire i corsi. Non è stato difficile per me, grazie agli studi che avevo fatto in Albania. Ovviamente, era un altro tipo di didattica, ma questo non è stato così rilevante. Mi sono trovato a seguire le lezioni di grandi maestri come Roberto Schirinzi, che mi ha aiutato moltissimo curando il mio percorso musicale, o Paolo Ferulli. Mi sono sentito subito a casa grazie a loro.

Ora dove vivi?
Ora vivo nel Salento da 23 anni, prima in provincia, da molto tempo a Lecce. Per la mia carriera da un certo punto in poi forse sarebbe stato più comodo spostarmi a Milano, ma pur amando molto tutte le città italiane è qui, a Lecce, che mi sento a casa. Il Salento è l’altra faccia dell’Albania, il suo incastro perfetto al di là dell’Adriatico. E qui mi piace stare quando non sono in tour. Godere del sole al tavolino di un bar mentre faccio telefonate di lavoro, provare in un piccolo e delizioso centro culturale, tornare a casa e vedere sbucare da ogni dove i quattro gatti della mia compagna, che ormai ho adottato anch’io.

C’è da dire che, dal punto di vista artistico, ti sei immediatamente immerso nel panorama musicale salentino. Tant’è che, nel 2000, hai fondato la BandAdriatica. Che accoglienza ebbe questo tuo progetto?
Ho avuto la fortuna di collaborare con molti musicisti salentini. Uno di questi è Claudio Prima. Con lui sono nati tanti progetti che aprivano finestre su tutto il Mediterraneo e in particolare verso le terre dei Balcani, trovando una scrittura originale, personale, «nostra». Da questo incontro, e dall’incontro con Emanuele Coluccia, è nata la Bandadriatica. È stato un periodo molto importante nel quale la musica ci ha resi più vicini, e ha contribuito a diffondere anche qui da noi l’idea che il diverso, l'”extracomunitario”, porta ricchezza, valore, e non povertà.

Prossimamente suonerai al JazzMi. Hai già in mente il repertorio che intendi affrontare?
Sono felicissimo di partecipare a JazzMi, questo festival meraviglioso nel quale incontrerò tantissimi grandi musicisti che amo. Io presenterò me stesso, quindi «The Stolen cello», in una versione diversa dal disco. Sarò in quartetto con i miei amici fraterni, grandi musicisti che mi riempiono ogni giorno di spunti e idee musicali meravigliose: Rocco Nigro (fìsarmonica, elettronica), Cristian Musio (viola), Marco Schiavone (violoncello).

Non è la prima volta che suoni in un festival o rassegna dedicata al jazz. Pensi di essere un outsider rispetto a questo genere musicale?
In generale, mi definisco un traditore in musica. Ho tradito la classica con il blues, il blues con la musica barocca, e questa con il jazz e il balcan. Mi piace miscelare e sperimentare. Quando mi chiedono: «che genere fai?», mi è difficile rispondere, perché non riesco e non voglio etichettarmi in quello che faccio. Io cerco di raccontare quello che ho dentro di me, che sia bello o brutto. Quando non avrò niente da raccontare non suonerò più o suonerò solo per me.

Il tuo background è duplice: da una parte la musica classica, dall’altra quella balcanica. Qual è il tuo rapporto con il jazz, con l’improvvisazione?
Amo il dio della musica, amo emozionarmi con grandi compositori da Bach a Miles Davis. Ho nutrito la mia anima con la musica. È il mio pane quotidiano. L’ improvvisazione è stata ed è il mio “salto nel vuoto”, uno scoprire vie diverse e ancora non battute, sia musicali che esistenziali. Il violoncello è uno strumento che appartiene principalmente alla musica classica, ma da un po’ di tempo sta cambiando natura, diventa sempre più uno strumento solista grazie a molti musicisti nel mondo che sperimentano le sue infinite potenzialità. Io seguo questa strada da quando avevo 13 anni, “ribaltando” il violoncello e suonandolo come una chitarra, ad esempio.

Hai inciso anche con una leggenda del rock: Robert Plant. Come è avvenuto il vostro incontro?
Ho incontrato Robert Plant dopo un suo concerto a Napoli. Si è incuriosito e mi ha chiesto di fargli ascoltare delle cose che avevo fatto in Salento, ma conosceva già il disco «Taranta project» di Ludovico Einaudi nel quale ho suonato, tratto dalle edizioni 2010-2011 della Notte della Taranta. Da questo incontro è nata la collaborazione con Robert Plant e Jastin Adams. Ho registrato tre tracce dell’album «Carry Fire» negli studi della Real World di Peter Gabriel.

Nel tuo processo creativo quanto è importante il tuo strumento?
Nel mio processo creativo il mio strumento è fondamentale. Come accennavo all’inizio, è un corpo che interagisce, “respira” con il mio. Sintetizzando, direi che diventa il ponte fra la mia anima e il mondo esterno.

Cosa è scritto nell’agenda di Redi Hasa?
Nella mia agenda non c’è scritto niente. Quando vado in tour conosco solo il giorno della partenza e quello del ritorno (a volte). Vorrei essere sorpreso ogni giorno da ciò che mi sta intorno, possibilmente senza aver programmato nulla.
Alceste Ayroldi