Lavorare sul suono. Intervista a Luigi Ranghino

Il pianista di Vercelli sarà protagonista di un concerto in piano solo il 25 settembre all’interno della rassegna Piano City Palermo.

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Luigi Ranghino

Buongiorno Luigi, piacere di conoscerti. Se per te va bene, vorrei iniziare…dall’inizio. Quando hai iniziato ad appassionarti al jazz?
Ciao Alceste, buongiorno. Ah, proprio così, dall’inizio inizio! Beh, credo da bambino. Quindi una passione pura. Perché non avevo ancora sicuramente sviluppato un senso critico o la possibilità di fare comparazioni tra generi. In casa c’erano dischi di jazz, non molti, che ascoltava mio padre che suonava un po’ il pianoforte. Ascoltavo anch’io e… tutto è nato da lì!

Nella tua musica, però, si ascoltano anche echi della musica classica contemporanea. C’è qualcosa che ti lega a questo segmento della musica?
Sì, certamente. Alla fine degli anni Settanta studiavo con il Maestro Carlo Pestalozza. Con lui avevo un bellissimo rapporto. A casa sua era facile incontrare Salvatore Sciarrino, Sylvano Bussotti, personaggio incredibile mancato purtroppo una settimana fa, Luigi Nono, Luciano Berio, Claudio Abbado che era suo cognato. Studiavo privatamente seguendo i programmi del Conservatorio a cui affiancavamo studi di musica contemporanea prevalentemente pianistica. Ricordo con molto piacere le ore passate a suonare, studiare e analizzare il Ludus Tonalis di Paul Hindemith. Ma questa non è più musica contemporanea… Seguo i lavori dei contemporanei certo e mi piacciono i lavori di Carlo Boccadoro, Alberto Colla, Arvo Pärt, per citarne alcuni. Personalmente sono molto attratto dai compositori del primo Novecento. L’ultimo Scriabin, Hauer…

Ho ascoltato una tua intervista rilasciata un paio di anni fa, nella quale affermi che Oscar Peterson è stato il tuo «eroe». Chi sono gli altri tuoi eroi?
Beh, sono tanti. Per Oscar Peterson mi rifaccio alla prima domanda. I dischi che giravano per casa avevano lui come protagonista. Poi da adolescente Keith Jarrett inizialmente con i tre dischi dei concerti Brema/Losanna, poi praticamente sempre! Bill Evans e dopo Herbie Hancock partendo dall’album «Head Hunters», poi sempre Herbie Hancock, tornando indietro, nel gruppo di Miles Davis. Gli altri pianisti di Davis, Wynton Kelly, Red Garland. Poi McCoy Tyner, Chick Corea. Poi i pianisti del passato, James P. Johnson, Teddy Wilson per arrivare a Cecil Taylor. Attualmente Brad Mehldau e seguo molto Robert Glasper.

Hai collaborato a lungo con Franco D’Andrea. Come è avvenuto il vostro incontro e la vostra partnership?
Ho conosciuto Franco da studente ai Seminari di Siena Jazz primi anni Ottanta. Che dire…per me l’incontro con una persona straordinaria.  L’incontro che ti può cambiare la vita insomma. Ho studiato ancora un paio d’anni con lui, poi su suo invito ho iniziato a collaborare come insegnante. È nata così un’amicizia che negli anni è diventata sempre più solida. Tutti conoscono Franco come musicista e ne apprezzano il valore. Io posso dire solo che, ogni tanto, quando mi capitano quei momenti come dire… un po’ così, lo chiamo.  Se si tratta di un problema inerente al lavoro, quindi alla musica, dopo due minuti che gli parli assieme lui ti restituisce sicurezza, fiducia, così tu sai che, lavorando sodo, ce la farai. Questo per me è anche Franco. Praticamente impossibile non volergli bene!

Hai fatto parte di un collettivo particolarmente interessante, la Società Anonima Decostruzionismi Organici. Vorresti dirci come è andata questa esperienza?
Bellissima esperienza! Mi ha coinvolto l’amico di sempre Paolo Baltaro. Paolo è un giramondo polistrumentista capace di suonare di tutto, originario come me di Vercelli. Ironia, gioco, mettersi in gioco. Un gruppo di amici che suonando diventava tutt’uno con il pubblico

Oggi qual è il tuo rapporto con il free jazz?
Non saprei proprio cosa rispondere anche perché in questo momento come tanti altri credo, sento il bisogno sia come ascoltatore che come musicista di andare oltre le etichette.

Sembri essere piuttosto schivo nell’esibirti dal vivo e anche nella tua presenza sul web. C’è qualcosa che non va nel sistema jazzistico italiano?
Sì, hai ragione. Cercherò di rimediare, dai! Anche perché ho proprio voglia di fare concerti, soprattutto in questo periodo. Non credo ci sia qualcosa che non vada nel sistema jazzistico italiano. Per prima cosa penso che nell’arte ci sia posto per tutti. Oggi poi ci sono tantissime possibilità. Tu hai citato il web. Quindi cambia anche il modo in cui la musica viene fruita e per conseguenza probabilmente, anche la musica stessa. Forse bisognerebbe prestare attenzione a questo. Questo anno poi lo ha evidenziato. Anche gli spazi per i live cambieranno. Devono cambiare.

Qual è il linguaggio musicale che preferisci?
In questo periodo, concentrandomi sul piano solo, ho pensato e lavorato molto sul suono. Non sempre al pianoforte. Lo so che può sembrare strano.  Ma è per una necessità. Il pianoforte è diverso ad ogni concerto.  Quindi un lavoro mentale, diciamo. Applico questa ricerca personale, se così si può chiamare, ai diversi linguaggi che ho appreso negli anni. Quindi non c’è un linguaggio che preferisco in particolare.

Il 25 settembre ti esibirai a Palermo all’interno di Piano City Palermo. Vorresti dirci qualcosa sul programma che andrai a eseguire?
Inizio con il dire che è una manifestazione che amo particolarmente. In questo momento poi coincide molto con la “filosofia” del mio modo di far musica. Bisognerebbe farla tutte le settimane in tutte le città. Se qualcuno degli organizzatori legge questa frase probabilmente sviene. Dietro c’è un lavoro pazzesco, lo so. Ma facciamola ogni due settimane, una volta al mese!  Se fosse possibile questo mondo diventerebbe sicuramente un mondo migliore.  Una città per tre giorni avvolta nella musica. Nelle strade, nelle piazze, nei cortili, nelle case, ovunque. Se sei un pianista famoso la gente che viene ad ascoltarti ti conosce sa cosa farai e ti apprezzerà per questo. Io non sono un pianista famoso, la gente che verrà ad ascoltarmi probabilmente non mi conosce, non sa cosa farò e cosa suonerò. È per questo motivo che magari io parto da un brano conosciuto, una canzone. Improvviso un’introduzione, un finale. E via via scelgo il linguaggio che mi sembra più giusto usare in quel momento. A deciderlo è la situazione il luogo, lo spazio, lo strumento e soprattutto il pubblico. In questo modo non suoni per il pubblico ma suoni con il pubblico.  A volte è come se fosse una sfida. Ma è bellissimo.

 Ci parleresti dei Vilod, che annovera anche un deejay?
La collaborazione è nata da un’idea del vulcanico Denis Longhi del Jazz:Re:Found. I Vilod sono il DJ Ricardo Villalobos e Max Loaderbauer. Abbiamo fatto insieme con Gianluca Petrella al trombone un concerto completamente totalmente improvvisato.  Con Ricardo è molto difficile organizzare eventi perché è molto assorbito dalla sua attività di DJ. Ho continuato invece la collaborazione con Max Loderbauer. E spero proprio che in futuro ci siano altre possibilità di suonare ancora insieme.

Tante collaborazioni alle spalle e in fieri. C’è qualcuna che ha lasciato il segno più delle altre?
Guarda, devo dire che tutte le collaborazioni hanno lasciato un segno. Da tutti musicisti con cui ho suonato o collaborato ho “rubato” qualcosa. Poi elabori, sviluppi, e con la condivisione restituisci ciò che hai “rubato”. Spero che anche gli altri abbiano fatto la stessa cosa con me.

Hai un processo che segui nella fase compositiva?
Da pianista probabilmente vedo e sento particolarmente l’armonia. Per me l’armonia rappresenta quasi sempre il punto di partenza. Si tratta poi di trovare il giusto equilibrio tra tensione distensione da cui utilizzando il giusto ritmo possono nascere melodie interessanti. Ma mi ritengo più un improvvisatore. Alle volte registro via MIDI delle improvvisazioni. Poi riascolto. Butto via due registrazioni su tre e della terza tengo lo 0,1% che quasi mai comunque diventa una composizione.  Ti prego di non commentare (ride).

Invece, quali sono le tue fonti di ricerca nella musica?
Sono infinite. Sono curiosissimo. I miei allievi mi tengono informatissimo sulle ultime novità sotterrandomi di link. Fino a poco tempo fa dedicavo qualche notte alla ricerca sul web poi ho lasciato stare per evitare incidenti diplomatici in famiglia! PS: continuo di nascosto.

Cosa è scritto nell’agenda di Luigi Ranghino?
In questo periodo di restrizioni e chiusure il pianoforte mi ha permesso di continuare a viaggiare comunque. Lo ringrazio tantissimo e se posso continuerò i concerti in piano solo. Adesso però sento fortemente il bisogno di altri suoni, confrontarmi e suonare con altri musicisti. Questo è l’obiettivo.
Alceste Ayroldi