«Panta rei». Intervista a Klaus Bellavitis

Il pianista, compositore, cantante e arrangiatore milanese pubblica il suo nuovo lavoro discografico presente anche all’interno di una trilogia. Ne parliamo con lui.

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Klaus Bellavitis

Salve Klaus, inizierei, se sei d’accordo, con il tuo ultimo lavoro discografico «Panta rei». Innanzitutto, perché hai scelto il celebre aforisma di Eraclito come titolo?
Perché avrei voluto che il brano da cui l’album ho preso il titolo, diventasse una sorta di potente esortazione ad andare avanti nonostante i baratri nel quale cadiamo. Mi piace pensare che sia un dovere di tutti ricordare a noi stessi, attraverso arte e musica, che dopo le peggiori tempeste, risplendono i migliori arcobaleni. Sono certo di aver disseminato questo album con il massimo spettro emotivo possibile e di aver generato il mio miglior sfogo creativo. A volte l’ho fatto sussurrando intimamente note e parole, a volte l’ho fatto gridando con veemenza.

Cosa rappresenta per te questo disco?
Un genuino e sincero spaccato di vita senza filtri, una sorta di confronto musicale con me stesso, una competizione interiore per raggiungere una nuova personale vetta artistica. Si tratta di una caleidoscopica raccolta di brani incastonati dentro un arzigogolo fantasioso nel quale volevo “mimetizzare” il mio racconto autobiografico. La mia speranza era che in molti ci si potessero identificare e di essere riuscito a rappresentare una grande diversità di sfaccettature emotive. Spero quindi di averlo fatto in maniera credibile, anche quando si trattava di stati emotivi opposti e… “dissonanti” tra loro come delicatezza e irriverenza, disperazione e ironia, dramma e romanticismo, becero disincanto e ostentata autocelebrazione. Credo di essermi dunque messo, per così dire, coraggiosamente a nudo, anzi di essermi «confessato», sviscerando i miei più reconditi spaccati emotivi.

 Un disco ironico e duro nei testi. Possiamo parlare di un concept-album?
Quello era il mio obiettivo e la mia ambizione, però per me è ancora troppo presto concedermi il lusso di considerarlo tale.  Poiché sono il peggior critico di me stesso, devo ancora raggiungere un certo “distacco” dal mio progetto e ci vuole tempo, tempo per comprendere davvero che lavoro artistico ho realizzato. Spesso alterno momenti in cui non riesco neanche ad ascoltarlo, perché ci trovo infinite imperfezioni e penso sia stato un errore o peggio, un lavoro… inutile. Confesso che, a volte, è così che mi sento anch’io nel profondo, ovvero un artista… “inutile” che fa musica che nessuno vuole o ne comprende il valore. Altre volte, invece, lo ascolto e lo vivo appassionatamente e in questi momenti, il mio cuore tracima di orgoglio e gioia. Quel senso di appagamento che ne proviene mi concede addirittura di considerarmi un artista meritevole e degno, la grande fatica di dare vita alla mia musica ha finalmente un senso. Momenti simili sono rari e vengono innescati dalle risposte positive di coloro che ascoltano e valorizzano le mie composizioni e, proporzionalmente, anche la mia autostima aumenta. Non vorrei però venire frainteso, non sono un uomo insicuro, forse troppo modesto, ma non cieco di fronte al mio potenziale artistico. So di poter realizzare musica di buona qualità ma, per farlo, devo ottenere il meglio da me stesso estraendo dalla mia matita solo le note più belle e i testi più significativi. Per realizzando il miglior progetto possibile ci vuole fatica, fisica e psicologica, determinazione e una grande forza d’animo per contrastare l’eccesso di auto critica che mi tiro addosso da solo. Giusto o sbagliato che sia, mi concedo questo contrasto psicologico interiore perché, in fondo, so che è proprio questo eccesso il principale motore che mi porta all’eccellenza.

Però, musicalmente è un disco che fa swing da tutte le parti! Un disco che ripercorre la storia musicale del jazz. Una forte antitesi tra testi e musica. E’ una scelta voluta oppure è nato tutto per caso?
Fatico ad immaginare di aver creato anche una sola nota in modo casuale ma, al contempo, fatico anche ad immaginarmi cerebralmente concentrato a costruire musica con calcolato piglio ingegneristico. In verità ho attinto ad un serbatoio di esperienze di vita e ho permesso loro di diventare qualcos’altro, ritmi, melodie e testi generati dal caos emotivo. Caos che, diversamente da quello che si crede, non è frutto di pura causalità, bensì di uno “schema” che è troppo complicato per essere compreso. Uno schema che, per il momento, non sono ancora in grado di decifrare, ma sono in grado di intuirne l’esistenza e di sapere, nel mio quadrato intimo, se sto attingendo da lui nel modo corretto.

Vorrei descrivere i brani singolarmente, perché meritano tutti un capitolo. Però, quello che mi ha sbalordito è E’ morto Klaus Bellavitis, che dietro l’ironia nasconde una realtà condivisa da molti jazzisti. Ce ne parleresti?
Adoro quel pezzo, mi diverte perché mi piace prendere bonariamente in giro me stesso e chi mi ascolta. Se penso che il giorno dopo la pubblicazione sui social di questo brano, con tanto di maiuscolo e punto esclamativo nel messaggio che recitava: E’ MORTO KLAUS BELLAVITIS!!! e penso al macabro fraintendimento che aveva generato, me la rido ancora adesso! Subito dopo sono arrivati messaggi di condoglianze a moglie e figli, addirittura telegrammi! Qualche giorno dopo ho dovuto fare pubblicamente ammenda, anche a famigliari stretti che si erano spaventati. Però fu un successo da un punto di vista comunicativo, il mio crudele esperimento voleva stimolare il senso di colpa che il mondo dovrebbe provare verso gli artisti. Chi alla musica dedica la propria vita, ha un grande credito verso il mondo che il mondo, però, non riconosce loro se non in modo… postumo. L’idea di anticipare quel riconoscimento mi solleticava e, divertendomi, me lo sono concesso. D’altro canto, è mia convinzione che chi sappia trasformare in bellezza qualsiasi sentimento, compreso il dolore, tocca il motore più profondo dell’arte. Se poi si riesce ad aggiungerci un po’ di ironia, come in “è morto Klaus Bellavitis”, il messaggio diventa ancora più forte e magari, si fa capire alla gente qualcosa in più del nostro mondo di artisti. Le nostre paure di essere anonimi e di non vedere riconosciuto il nostro talento, si perché l’anonimato per noi è la peggior violenza che la vita ci possa fare. Per un artista essere anonimo significa morire, a volte non solo artisticamente e creativamente, anche psicologicamente e fisicamente. Ecco dunque che il rammarico per l’artista scomparso mi può far guadagnare visibilità e, poiché sentivo di meritarmela, ho inscenato questo provocatorio e macabro siparietto. D’altronde, in sintonia con la massima di San Francesco: «meglio perdersi nella propria passione, che perdere la propria passione», perché non concedersi un momento di estemporanea follia? Con quel video ottenni più visualizzazioni di quante ne avrei ricevuti in un anno. Un simpatico aneddoto connesso al brano è sui miei figli, che allora erano ancora piccoli, andando a scuola, il loro maestro, che non sapevo essere mio amico su Facebook, appresa la falsa funerea notizia disse a mia figlia: «Povera bambina, ti faccio le condoglianze per il tuo papà», e lei: «Cosa servono le condoglianze maestro?» e lui, con fare accorato: «So che il tuo papà ieri è volato in… cielo». E lei, stupita rispose: «Davvero? Che bello!» e il maestro basito: «Come bello? Perché dici così?»; e lei ingenuamente rispose: «Non sapevo che il mio papà sapesse volare! Pensi che oggi mi ha portato a scuola in macchina, ma domani gli dico di portare anche me in… aereo!»

Invece, ci diresti qualcosa sui tuoi sodali?
Poiché un pianista e cantante crooner è musicalmente autonomo, nel senso che si può accompagnare mentre canta, formo gruppi diversi a seconda del genere musicale da suonare. Ho quindi suonato con tantissimi musicisti meravigliosi, anche se quelli che ricordo con maggior affinità personale erano quelli statunitensi. Non vorrei apparire snob verso i musicisti italiani, ma quelli americani vivono il Jazz in modo diverso, più intenso e totale, così come noi viviamo la musica classica, il jazz per loro è un patrimonio culturale acquisito e annidato nel loro DNA. In più, diversamente dalla media dei jazzisti italiani, mentre suonano gli americani fanno una cosa straordinaria: sorridono. A proposito dei miei appassionati sodalizi, ricordo uno tra tutti il progetto realizzato a Las Vegas «Jazz For Sale» con lo storico trombettista di Frank Sinatra: Walter Blanton, il chitarrista del Pavarotti and Friends Gary Queen, Mike Tracy, un progetto che ha avuto molti riconoscimenti. Poi ho suonato con molti altri musicisti anglo americani, come il sassofonista Andrew Fawcett, il pianista Phil De Greg, Greg Bosler, John Nassham e davvero molti altri. A volermela tirare un po’, potrei anche asserire di aver condiviso il palco con l’immenso pianista Chick Corea, poiché mi accompagnò durante un workshop nel teatro Berklee Performance Center a Boston, o ricordare che quando suonai nell’orchestra di Burt Bacarach: lui mi definì il Burt Bacharach italiano, posso anche citare un mio insegnante estimatore, il noto compositore di musica da film Gary Burton, che mi consegnò la laurea nel 1988 o l’amico sassofonista leggenda vivente del jazz Benny Golson, con cui ho suonato in Versilia quando venne portato per l’ultima volta in Italia dalla mia adorata e storica booking agent svizzera Ilse Weinmann. Ho poi suonato e cantato con altrettanti musicisti italiani, a partire, da quando ero giovane, da Romano Mussolini, Renato Sellani, Christian Meyer o, da adulto, con Gigi Ciffarelli, Paolo Tomelleri, Mario Rusca, Gianni Basso, Marco Brioschi, Ronnie Jones, Hilary Kramer e Bruno de Filippi. Ricordo anche con simpatia quando Mario Biondi mi disse che non credeva possibile che fosse realizzato da un italiano un sound così “americano”.

Le tue origini italo-americane influenzano la tua concezione di jazz?
Assolutamente sì, poiché i musicisti nostrani, seppur bravissimi, specialmente se formatisi tra gli anni Ottanta-Novanta nei conservatori, hanno una visione della musica più “ristretta”, esclusiva e non inclusiva, sono diventati dei bravissimi “artigiani” della musica, degli ottimi “mestieranti”, ma non dei solisti, non dei band leader. Poiché a quei tempi in Italia gli ambienti accademici erano poco meritocratici, se non addirittura “punitivi” verso il talento, negli USA, invece, la musica veniva assimilata, non insegnata. Per gli americani la musica è una parte importante della vita e il jazz è una tradizione di cui essere fieri.Imparare a suonare jazz per un americano è un’assimilazione totale, culturale, muscolare, epidermica, la musica entra prepotentemente nella quotidianità di chi la studia. Un aneddoto forse aiuta a comprendere ciò che dico. Quando insegnavo musica ai ragazzi della High School, vedevo che quando si annoiavano, si distraevano suonando sul banco con una matita, un righello o qualsiasi oggetto che simulasse una batteria. Osservandoli, mi stupì; facevano una cosa che un ragazzo italiano non farebbe mai. Sul banco stavano suonando ritmi complessi, non tenendo il solito tempo di base, ovvero il classico quattro quarti suonato sull’1 e sul 3, ma suonandolo tenendo il tempo sul 2 e sul 4 e riempiendo con variazioni ritmiche come fossero batteristi. Mi spiego, poiché nel 4/4 c’è il battere (1 e 3) e il levare (2 e 4), chi ha un retaggio di musica classica, pop e dance, come da noi, è abituato a tenere il ritmo con l’1 e il 3, chi invece ascolta musica sincopata e più “complessa”, come funk, swing e jazz, viene naturale tenerlo sul 2 e sul 4. La riprova di ciò che dico la si scopre ascoltando lo stesso concerto di jazz in Italia e in Usa. Se il pubblico è italiano e tiene il ritmo con le mani, sarà sull’1 e sul 3, se invece è in America sarà sul 2 e sul 4. Posso assicurarvi che in tutti i miei concerti al Blue Note di Milano, non sono mai riuscito a far tenere per più di 4 o 5 battute il tempo sul 2 e sul 4. Dopo pochi secondi mi ritrovavo sempre il pubblico fastidiosamente fuori tempo, purtroppo i battiti dell’1 e del 3 cozzano e “uccidono” lo swing. Il punto è che tenere il tempo sull’1 e sul 3 è molto più semplice, si tratta di un ritmo primitivo, ancestrale, quasi… “tribale”, mentre tenerlo sul 2 e sul 4 è una scelta più “evoluta”, perché più difficile, lo si può fare solo se si sta davvero ascoltando la musica e si è in sintonia con essa. Infine una cosa che contraddistingue l’italiano dall’americano è che negli USA il talento è sacro, protetto, ricercato, valorizzato, sostenuto e rispettato. In un Italia così poco meritocratica, se hai talento e se sei pure più bravo del maestro che ti sta insegnando, vieni punito, svilito, quando non addirittura temuto, invidiato e, infine, isolato.

Klaus, ho letto delle tue vicissitudini durante il periodo della pandemia causata dal COVID-19. Come si è evoluta la situazione?
Direi più involuta purtroppo. Spesso a chi vuole sapere come sto, chiedo se ha una domanda di riserva, nel senso che non so come rispondere poiché è tutt’ora un momento difficile per tutti a causa della pandemia, nel mio caso in più ci sono altri gravi problemi di tipo famigliare. Parlando solo della pandemia, oggi servirebbe un vaccino psicologico per tutti e far tornare la gente nei teatri, nei concerti, nelle suole di musica, nelle cantine a suonare, la gente è in preda a una fobia inguaribile, a mio avviso peggiore del virus. Per chi, come me, aveva l’80% dei concerti all’estero è stata una terribile batosta, in patria non avevo investito su un network di amicizie. Inoltre, sentivo che in Italia non ero capito dal pubblico, spesso mi sento ancora dire che sono troppo entertainer stile USA, come se ciò fosse un difetto. Purtroppo in Italia il jazz è portato avanti da sovraesposti e inamovibili “dinosauri” pieni di sé che si trincerano nell’autodefinizione di “puristi del jazz”. Addirittura asseriscono che il jazz è stato formato più in Europa che negli Stati Uniti e, pur essendoci una piccola base di verità, ma si tratta di un contributo che l’Europa ha dato, asserire che il jazz si è formato qui è come quando i miei amici americani dicono che la pizza è stata inventata da loro.

Qual è il tuo background culturale?
Ho vissuto quasi otto anni negli USA e mi sono sempre sentito più simile a quella cultura che a quella italiana, ma porto orgogliosamente lo stile e la tradizione nostrane e il mix personale che ne è uscito mi piace molto, mi sento un cosmopolita. Musicalmente mi definisco un musicista completo (per quanto questo termine si riferisca a una meta impossibile da raggiungere per un essere umano con una sola vita) poiché da giovane suonavo la batteria, il sax, la chitarra, un po’ il violino e altri strumenti. Diventato compositore da musica da film e quindi direttore di piccole orchestra da camera per le mie composizioni, ho imparato a conoscere e suonare un po’ tutti gli strumenti. Ma il mio primo amore rimarrà per sempre la batteria, ricordo ancora quando andavo a scuola al Capolinea con il grande maestro Lucchini e studiavo gli assoli di Buddy Rich, rullata dopo rullata, nella cantina di Christian Meyer con due batterie. Il pianoforte lo suono da quando avevo cinque anni e durante i miei primi concertini ero il terrore di Suor Rosa, la mia maestra di piano, perché tendevo sempre ad aggiungere “variazioni” e piccole improvvisazioni nei brani classici. Cosa che veniva corretta con il sistema educativa degli anni 60, ovvero a suon di bacchettate sulle nocche.

Ci parleresti del tuo progetto Jazz & Magic?
Posso asserire con assoluta certezza, che sono l’unico musicista jazz illusionista al mondo, anche se ancora non ho capito se questo sia una cosa buona o meno (ride). Di certo ho imparato che la musica “allontana”, ma la magia “avvicina”. Voglio dire che quando faccio concerti dove rivesto esclusivamente il ruolo di esecutore, alla fine del concerto vengono solo poche persone a salutarmi o complimentarsi con me. So capire che la mia musica viene apprezzata, ma la gente vede il musicista come un’entità diversa e distante da loro, una persona con la quale è difficile scambiare due parole alla fine di un concerto. Se invece mi metto in gioco, rido e scherzo con la gente stupendola con qualche trucco unito alla musica, alla fine ho una lunga file di ammiratori che vengono a ringraziarmi per averli intrattenuti. A Las Vegas facevo molti spettacoli dove appunto univo un concerto di jazz-swing con molti brani a la Sinatra e qualche numero di mentalismo, a volte uso anche l’ipnosi musicale. Si tratta di far cadere in trance uno spettatore e di convincerlo di essere un pianista con il suo pubblico che non aspetta altro che lui suoni. A quel punto do il primo comando: «Alza la mano destra e suona un tasto del pianoforte ce è davanti a te» lo spettatore esegue, ma davanti a lui non c’è alcun piano, che invece suono io al posto suo. L’ipnosi prosegue con l’illusione indotta allo spettatore in cui gli dico di suonare liberamente e io, seguendo i movimenti delle sue mani, suono al piano quello che sembrerebbe essere lui a suonare. Cercando su Youtube “ipnosi musicale” oltre al mio nome ci sono dei filmati che lo dimostrano e ci tengo a dire orgogliosamente che, a differenza di moltissimi noti ipnotizzatori, non uso alcun complice. Quando ho presentato lo stesso progetto in Italia all’Expo del 2015 è stato un successo, sono riuscito a portare il jazz a un pubblico allargato, grazie alla magia coloro che non sarebbero mai andati a sentire jazz inizialmente vengono perché incuriositi dalla magia, ma poi escono innamorati della musica. Quindi credo che la magia sia anche un veicolo per diffondere il jazz, anche se in molti in Italia mi hanno criticato per questo. Inutile dire che in America il mio spettacolo suscita reazioni che in questo paese non ho mai visto, forse un poco quando ho fatto dei tour al sud e la gente è più genuina, meno “nordica”, più libera, meno ingessata, più in contatto con i propri sentimenti che non si vergogna ad esprimere. Meno “milanesi” imbruttiti insomma!

Chi sono i tuoi artisti di riferimento?
Da pianista vecchio stampo quale sono, ho una venerazione per Errol Garner, Oscar Peterson, da cui ho preso lo stile dove la mano sinistra si comporta come se fosse una chitarra “manouche” che suona la struttura accordale del pezzo e la desta suona la melodia come una sezione di fiati riarmonizzati a 3,4, a volte 5 voci. La mia anima “progressiva” mi fa anche ammirare i grandi maestri del third stream, ovvero Chick Corea, Herbie Hancok, da loro ho imparato l’arte dell’armonizzazione “modale”, con essa mi sono divertito a volte a stravolgere pezzi come Smoke On The Water dei Deep Purple o We Are The Champions dei Queen dove avevo inserito un giro di basso di So What di Miles Davis. Il brano sul mio cd «Jazz for Sale» difatti ha preso il nome di We Are The Champions/So What. Amo commettere sacrilegi del genere e, poiché i grandi compositori che mi hanno ispirato sono perlopiù classici, mi sono divertito a profanare musicalmente il Rhapsody in Blue di Gershwin unendolo in un Medley jazz/swing con il Piano Concerto n°2 di Rachmaninov (sull’ album «Panta Rei»). Per la parte vocale invece sono cresciuto a pane e Sinatra, ma oggi i crooner che mi emozionano sono Kurt Elling, Frank Mc Comb e il meraviglioso ed impareggiabile Stevie Wonder. Dal mondo dei crooner mi dicono di aver preso la verve da rat pack, ricordo che insieme a Larry Franco, un bravo crooner tarantino, ci siamo divertiti a fare concerti-spettacoli dove suonavamo due pianoforti e improvvisavamo gag dove ci prendevamo in giro nello stesso modo in cui Sinatra faceva lo stesso con Dean Martin e Sammy Davis Jr. Purtroppo anche questo tipo di intrattenimento non è capito nel nostro paese, mediamente il jazz viene percepito come una musica “tossica” con assoli chilometrici, musicisti immusoniti che annoiano e che sembrano non divertirsi a suonare perché non sorridono mai. I miei musicisti di riferimento sono come Pat Metheny, sorridono sempre.

Cosa è scritto nell’agenda di Klaus Bellavitis?
Il COVID-19 non ci permette di imbrattarne le pagine come una volta, ma ci si deve reinventare, mai abbattersi o stare fermi, se i concerti sono fermi, insegni, componi, inventi, crei, studi e ti arrangi. Presto tornerò al Blue Note per presentare «Panta Rei», spero però che mi si permetta di suonare anche nei Blue Note all’estero, senza dovermi fare quattordici giorni di quarantena andata e ritorno. Sto cercando di organizzare un tour in Costa Azzurra, di creare un nuovo concerto-spettacolo teatrale dal titolo: Il Jazz non Paga e di preparare il prossimo concept-album interamente dedicato alla musica, un progetto di musica che parla di se stessa, del mondo interiore dei musicisti, di come la musica è percepita dal mondo, di quanto sia difficile farlo, di quanto sia importante per l’umanità l’arte e di quanto sia vuoto il mondo senza. Nel frattempo sto anche trasformando il mio pluripremiato romanzo Il conte (premio Bookcity Milano città del libro 2015) in una sceneggiatura di otto puntate da proporre a qualche Tv e comporne la colonna sonore e, magari, inserirmi in un cameo dove reciterei la parte del “misterioso” musicista bostoniano.

Alceste Ayroldi