Nel panorama del jazz d’avanguardia europeo, il sodalizio artistico tra Trevor Watts e Jamie Harris rappresenta una delle più significative espressioni della ricerca contemporanea sull’improvvisazione, sul ritmo e sulla contaminazione interculturale. Frutto dell’incontro tra l’esperienza di uno dei padri fondatori del free jazz britannico e la sensibilità di un percussionista formatosi attraverso un intenso percorso di apprendistato musicale, il duo ha sviluppato un linguaggio sonoro che supera i confini tradizionali del jazz, fondendo improvvisazione libera, poliritmie africane, minimalismo e strutture melodiche di forte impatto espressivo.
Trevor Watts (York, 1939) è una figura cardine della scena improvvisativa europea sin dagli anni Sessanta. Cofondatore della Spontaneous Music Ensemble insieme al batterista John Stevens, ha contribuito in modo determinante alla nascita dell’improvvisazione libera britannica, distinguendosi successivamente con progetti fondamentali come Amalgam, la Moiré Music e la Moiré Music Drum Orchestra, attraverso i quali ha esplorato il dialogo tra jazz, musica africana e tradizioni ritmiche extraeuropee. Nel corso della sua lunga carriera ha collaborato con alcuni tra i più importanti protagonisti della musica improvvisata internazionale, tra cui Archie Shepp, Don Cherry, Steve Lacy, Barry Guy, Paul Rutherford, Veryan Weston e numerosi musicisti africani e latinoamericani, mantenendo sempre una costante tensione verso la sperimentazione e l’innovazione.

Foto di Alessandra Sgorbati
Jamie Harris, inizialmente cantante e chitarrista, incontra Trevor Watts alla fine degli anni Novanta durante un laboratorio musicale organizzato dal sassofonista. Proprio Watts ne intuisce le potenzialità percussionistiche, avviando un lungo percorso di formazione che porterà Harris a diventare uno degli interpreti più originali della percussione contemporanea applicata all’improvvisazione. Dopo l’esperienza nella Celebration Band, Harris affianca stabilmente Watts in un duo che, a partire dal 2003, si esibisce in Europa, Nord America, America Latina e Asia, sviluppando un repertorio basato sull’interazione spontanea tra sassofono e percussioni, nel quale ritmo e melodia si intrecciano in un equilibrio dinamico e costantemente mutevole.
La collaborazione tra Watts e Harris si fonda su un dialogo musicale costruito nel tempo, alimentato da una profonda intesa artistica e da una comune concezione dell’improvvisazione come processo creativo collettivo. Album come Live in São Paulo, Brasil (2006) e Ancestry (2007) testimoniano questa ricerca, nella quale il sassofono di Watts si confronta con una trama percussiva essenziale ma ricca di sfumature, dando vita a un linguaggio che unisce libertà espressiva, pulsazione ritmica e costruzione formale. Negli anni più recenti il loro sodalizio si è ulteriormente ampliato con la nascita del trio Eternal Triangle, completato dal pianista e tastierista Veryan Weston, formazione che continua a sviluppare la poetica musicale di Watts attraverso una sintesi originale di jazz, improvvisazione, influenze africane e composizione estemporanea.

foto Stefano Galvani
L’opera di Trevor Watts e Jamie Harris costituisce oggi un esempio emblematico di continuità tra la stagione storica del free jazz europeo e le più attuali forme di improvvisazione creativa. La loro collaborazione dimostra come il dialogo tra tradizioni musicali differenti, sostenuto da una costante apertura alla sperimentazione, possa generare un linguaggio universale capace di coniugare rigore compositivo, spontaneità esecutiva e profonda comunicazione artistica.
Parla Jamie Harris
Da quanto tempo suonate insieme come duo?
Trevor e io abbiamo iniziato a collaborare all’interno della sua Celebration Band. Tutto è cominciato nel 1999. Mi era stato chiesto di organizzare alcuni laboratori per una compagnia artistica di Brighton in occasione di una performance a Hastings, mentre Trevor era stato incaricato della direzione musicale e della composizione delle musiche.
Dopo quello spettacolo ci siamo resi conto che lavorare insieme ci piaceva e abbiamo deciso di continuare. Fu così che nacque la Celebration Band. Curiosamente, all’inizio io non ero un percussionista ma un cantante. Durante la prima vera prova non avevamo un batterista, Trevor mi passò un tamburo e disse: «Perché non provi tu a suonarlo?». Da quel momento sono diventato un percussionista. Nel corso degli anni Trevor mi ha insegnato moltissimo sul ritmo, sulla musica e soprattutto sull’ascolto. Mi ha insegnato come interagire con gli altri musicisti e come costruire un dialogo musicale. La Celebration Band ebbe una bella attività concertistica e ci portò anche negli Stati Uniti nel 2003. Durante quel tour, all’Edgefest di Ann Arbor, oltre al concerto principale, gli organizzatori ci chiesero di dividerci in piccoli gruppi per alcune esibizioni più informali. Trevor ebbe l’idea di proporci come duo. Preparammo alcuni brani basati su elementi ritmici e melodici piuttosto che sulla pura improvvisazione libera.
Fu proprio ad Ann Arbor, nel 2003, che il duo debuttò per la prima volta.
Quando la Celebration Band concluse naturalmente il proprio percorso nel 2004, Trevor e io continuammo a suonare insieme. Da allora abbiamo fatto tournée in tutta Europa, siamo tornati negli Stati Uniti, abbiamo suonato in Brasile e in Messico, dove abbiamo collaborato con il musicista Gibran Cervantes formando anche un trio. Abbiamo avuto l’opportunità di esibirci in Mongolia, persino nel deserto, e di partecipare al primo raduno degli sciamani mongoli sulle rive del lago Khövsgöl, sulla strada che conduce verso la Siberia. Sono state esperienze straordinarie che hanno contribuito a far maturare la nostra musica. Dopo alcuni anni molto intensi decidemmo di prenderci una pausa alla fine del 2007. Non abbiamo più suonato insieme fino al 2019. Da allora abbiamo ripreso stabilmente la collaborazione, sia come duo sia, dal 2021, all’interno degli Eternal Triangle insieme allo straordinario pianista Veryan Weston.

foto Stefano Galvani
Che tipo di musica presenterete durante il tour? Come si è sviluppato il duo e quali sono le principali differenze rispetto agli Eternal Triangle?
La differenza più evidente è l’assenza di uno strumento armonico. Nel duo non ci sono pianoforte o chitarra, quindi in un certo senso l’armonia viene suggerita e immaginata piuttosto che esplicitamente dichiarata. Allo stesso tempo io suono strumenti a percussione intonati, come congas e djembé, per cui anche le altezze sonore dei tamburi assumono una certa importanza all’interno delle composizioni. In questo periodo Trevor sta scrivendo melodie molto semplici che utilizziamo come temi iniziali. A partire da queste melodie sviluppiamo strutture ritmiche che diventano il punto di partenza per l’improvvisazione. I brani mantengono una forma riconoscibile, con un inizio, una parte centrale e una conclusione, ma al loro interno esiste un ampio spazio di libertà.
Direi che la nostra è una musica profondamente ritmica. Entrambi siamo influenzati dalla musica della diaspora africana, dalle tradizioni ritmiche africane, dal blues, dal jazz e da tutte le forme musicali che da quelle radici sono nate. Ma il nostro interesse non si limita a questo. Ci affascinano i rapporti ritmici presenti nelle musiche di tutto il mondo e il modo in cui strumenti e voci differenti possono dialogare tra loro. In fondo è proprio questo il cuore del nostro lavoro: utilizzare ritmo e melodia come punto di partenza per una conversazione musicale spontanea.
Trevor Watts viene spesso associato all’esperienza pionieristica della Spontaneous Music Ensemble. Guardando al suo percorso nel suo insieme, come si è evoluto il suo linguaggio musicale nel corso degli anni?
Lo SME è stato senza dubbio fondamentale e Trevor è giustamente conosciuto per quel lavoro pionieristico. Fu una delle formazioni che contribuirono a sviluppare l’improvvisazione libera in Europa. Detto questo, credo che spesso si dimentichi quanto presto Trevor abbia iniziato a esplorare altre direzioni. Già dagli anni Settanta, con Amalgam, stava sviluppando una musica basata sulle relazioni tra melodia, armonia e ritmo. Successivamente arrivarono i progetti Moiré Music Drum Orchestra e Moiré Music Orchestra, che coinvolgevano musicisti africani, britannici ed europei e che erano fortemente fondati sulla composizione e sull’improvvisazione all’interno di strutture definite. Se si osserva l’intero percorso artistico di Trevor, si scopre che gran parte della sua produzione è stata dedicata proprio alla ricerca di nuovi modi di utilizzare e combinare ritmo, melodia e armonia. Naturalmente ha continuato a esibirsi anche in contesti completamente improvvisati, ma ridurre la sua carriera alla sola esperienza dello SME significherebbe trascurare una parte molto importante del suo lavoro.

Quali sono i vostri desideri per il futuro?
Come tutti i musicisti, il primo desiderio è rimanere in salute e poter continuare a fare musica. Ci auguriamo anche che la scena musicale resti aperta, vitale e curiosa. È importante che la musica continui a essere un luogo di sperimentazione e di scoperta, senza restringere le proprie possibilità espressive. Per quanto ci riguarda, vorremmo semplicemente continuare a condividere la nostra musica, portare gioia alle persone e continuare a crescere artisticamente. Speriamo di poter suonare ancora a lungo davanti a pubblici disposti ad ascoltare con attenzione, curiosità e mente aperta.
Alceste Ayroldi
