Intervista a Francesco Buzzurro

Chitarrista poliedrico e valente didatta, il musicista e compositore siciliano si racconta a Musica Jazz.

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Francesco, leggo nella tua biografia che hai iniziato a suonare la chitarra a sei anni. Perché proprio la chitarra?
Semplicemente perché mio zio ne regalò una a mio padre e fu subito amore a prima vista e forse anche per la facilità immediata con cui riuscivo a suonarla. Attualmente suono la splendida BB ONE, una archtop nylon strings ideata da me e realizzata dalle abilissime mani del liutaio Mirko Borghino.

Quando ha iniziato a scrivere/produrre musica, quali o chi sono state le sue prime passioni e influenze? Cosa ti ha attirato della musica e/o del suono?
Ritengo che col talento verso la musica ci si nasca e basta. Ho amato sin dal principio l’autonomia della chitarra classica con la sua polifonia, con la sua capacità di condensare basso, accordi e melodia. Tra le prime passioni senza dubbio i dischi di Segovia, Paco De Lucìa, Baden Powell, Joe Pass e la straordinaria musica di Jobim.

Per molti versi la tua tecnica chitarristica è unica. Quali sono stati gli ambiti di ricerca in cui ti sei mosso?
Mi è sempre riuscito naturale muovermi tra la musica classica e il latin jazz. Da adolescente, vivendo nella piccola città di Agrigento, non avevo amici con cui praticare la cosiddetta musica improvvisata quindi dovevo fare tutto da solo cercando di riprodurre sulla sola chitarra i suoni di un trio o di un quartetto. Da qui probabilmente l’appellativo di one man band che i critici mi hanno sempre attribuito.

Per la maggior parte degli artisti, l’originalità è preceduta da una fase di apprendimento e, spesso, di emulazione degli altri. Come è stato per te questo periodo? Come descriveresti il tuo sviluppo come artista?
Il mio percorso è stato caratterizzato da un impegno musicale a tutto tondo ovvero da un lato una solida formazione accademica in conservatorio e dall’altro la passione irrefrenabile per il jazz, il folk, la musica brasiliana e in generale tutte forme musicali che richiedevano un approccio squisitamente creativo. In realtà l’apprendimento dei primi anni è avvenuto nel mio caso suonando con gli altri e per semplice imitazione, con l’effetto di consumare letteralmente i dischi che mi piacevano e le musicassette fino all’arrivo del Cd e del tasto repeat del relativo lettore…

Una tua peculiarità è quella di fondere gli stilemi jazzistici con musiche e sonorità provenienti da altre parti del mondo. Quanto è importante per te la tradizione jazzistica?
La conoscenza della tradizione è imprescindibile per me. Il jazz si impara suonandolo, ascoltando i dischi dei grandi e trascrivendo con approccio analitico il maggior numero possibile di soli. Peraltro, appena ventenne,  ho avuto l’opportunità di entrare a far parte prima della Sicilia Jazz Big Band diretta all’epoca dal compianto Claudio Lo Cascio e poi dell’Orchestra Jazz Siciliana diretta da Ignazio Garsia, all’interno di questi prestigiosi ensemble ho praticato il repertorio di Glenn Miller, Benny Goodman, la musica delle grandi orchestre di swing come quella di Count Basie e tutte quelle sonorità sono rimaste nelle mie orecchie esercitando un’influenza decisiva sul mio solo playing.

Quanto incide nella tua concezione musicale l’essere siciliano?
Essere siciliano è un motivo di grande orgoglio per me, sia per l’amore che nutro per la mia terra con tutte le sue complessità, sia per la straordinaria varietà di sedimentazioni culturali che ne hanno caratterizzato la musica popolare. La Sicilia con la sua meravigliosa gente e le sue bellezze naturali hanno da sempre influenzato le mie composizioni che spesso sono nate di fronte al mare. Il mio disco «Il Quinto Elemento» ad esempio è un indiscusso omaggio alla mia regione e ai quattro elementi naturali trattati dal filosofo agrigentino Empedocle.  Il Quinto Elemento è per me la Musica.

A proposito delle tue origini, sei rimasto sempre fedele alla Sicilia, non l’hai mai abbandonata?
Sì, sono rimasto in Sicilia per amore verso i miei figli e con assoluta  convinzione, rifiutando una cattedra alla University of Southern California offertami in un periodo molto delicato della mia vita. Penso che si possa fare una buona carriera anche senza scappare dato che le distanze ormai si sono accorciate in questo nostro pazzo mondo globalizzato. Ho comunque vissuto una bellissima parentesi di otto anni come docente di Chitarra Jazz al Conservatorio di Salerno ed oggi sono orgogliosamente docente al Conservatorio Scarlatti di Palermo.

Quali sono i tuoi punti di forza quando suoni?
Sicuramente l’incredibile gioia, quasi bambinesca, che provo a stare sul palcoscenico comunicando le mie emozioni al pubblico che considero come il mio più grande alleato durante la performance. Altri punti di forza sono il mio controllo tecnico dello strumento, la capacità di sentire gli umori del pubblico dialogando costantemente con esso e modulando all’istante la scaletta…forse per questo in molti sui social mi definiscono “il Bollani della chitarra” e l’accostamento, onestamente, mi piace molto, anzi mi onora.

C’è qualcosa che ritieni di dover migliorare?
Sì, dovrei imparare a cucinare ma ci provo, lo giuro! Scherzi a parte, sono sempre molto critico con me stesso e ritengo  che nella vita non si debba mai smettere di studiare, di approfondire e di crescere artisticamente. Guai a quell’uomo che si sente arrivato! Del resto, non avrebbe alcun senso veicolare l’importanza dello studio ai propri allievi e poi pensare il contrario.

Quali sono i tuoi obiettivi a lungo termine?
Incidere il maggior numero possibile di dischi interpretando la musica che mi piace e ovviamente quella che compongo.  A questo aggiungerei tante nuove collaborazioni con artisti che ammiro e la realizzazione di un metodo didattico specifico che in qualche modo riesca a descrivere il mio stile particolare, direi unico, frutto della commistione tra una tecnica di chiara matrice classica e la mia smisurata passione per il jazz.

Hai dedicato un album, in solo, a Django Reinhardt. Cosa ti lega così tanto a Django?
Django Reinhardt
mi ha sempre affascinato sia dal punto di vista umano per essere stato un affascinante personaggio bohemien senza regole e geniale, sia per il suo estro creativo e compositivo con un’indubbia capacità di improvvisare come pochi chitarristi nella storia.  Django ha anche dimostrato che la disabilità non va mai vista come  un limite, al contrario può diventare un punto di forza straordinario. «Solo con Django», ovvero il mio tributo a questo meraviglioso interprete, è scaturito dall’ambizione/esigenza di reinterpretare in chiave solistica alcuni dei suoi grandi classici in un’operazione mai compiuta da nessun altro chitarrista nella storia del nostro strumento.

Se potessi dare a qualcuno che sta pensando di imparare a suonare la chitarra un suggerimento o un consiglio che ti ha aiutato di più, quale sarebbe?
Consiglio sempre ai miei studenti di dedicarsi totalmente alla chitarra cercando di varcarne i confini tecnici e di arrivare con essa ad una simbiosi reale che consenta loro di esprimere al meglio emozioni intense e autentiche.  Senza studio non si va da nessuna parte, tuttavia sono anche convinto che il mondo di un musicista non debba confinarsi nell’alveo delle esperienze compiute con lo strumento, ma debba al contrario arricchirsi grazie agli stimoli e alle influenze derivanti dai più svariati ambiti del sapere. Il desiderio di conoscenza deve sorreggere ogni essere umano per tutta la vita.

Hai collaborato con tantissimi artisti sia nell’ambito jazz che pop. Tra i due mondi quale preferisci?
Sicuramente il mondo del jazz per la pluralità di significati della parola stessa e per l’elevato numero di forme che questa musica assume in forza delle contaminazioni che la caratterizzano. Amo anche il mondo del pop, ma in modo diverso nel senso che mi divertono molto i contesti di duo con cantanti come nel caso delle frequenti collaborazioni con Antonella Ruggiero, in questo frangente riesco ad avere totale libertà nel controllo del comping e del groove non dovendo necessariamente sottostare ad arrangiamenti preconfezionati. La chitarra, nel mio immaginario, è una piccola orchestra ed è così che la vivo sin da quando ero bambino.

Inoltre, c’è qualcuno con cui hai collaborato che, in particolare, ha segnato un momento importante della tua carriera artistica?
Scegliere un musicista in particolare sarebbe veramente difficile ma se dovessi riferirmi alla chitarra potrei dire che suonare con Bireli Lagrene o Yamandù Costa mi ha dato molti spunti di riflessione. A loro aggiungerei il mio conterraneo e grande amico Francesco Cafiso col quale mi trovo di tanto in tanto in duo sul palcoscenico e che con la sua libertà espressiva rappresenta per me un’autentica fonte d’ispirazione. In generale, grazie ad un ascolto attivo, ritengo di imparare costantemente da ogni musicista che incontro e anche dai miei studenti che con le loro domande mi pongono di fronte a situazioni sempre nuove.

Alla fine della maggior parte delle settimane, hai l’impressione che il tempo sia passato così in fretta che non sei riuscito ad esercitarti quanto avresti voluto?
Questo aspetto è una costante per me. Non sono una persona che guarda indietro e che si crogiola nei ricordi delle cose belle che ha fatto in almeno trent’anni di carriera a carattere professionale ma amo invece guardare avanti e penso che il tempo non sia mai abbastanza per realizzare tutto quello che vorrei.

Quali sono le tre abilità che rendono grande un chitarrista?
Senso ritmico, competenza armonica,  creatività melodica.

Come giudichi il sistema dell’industria musicale italiana e, in particolare, quello jazzistico?
L’industria musicale italiana in senso ampio vive una fase di triste decadenza. A parte poche eccezioni di cantautorato vero, noto un costante scimmiottamento verso quanto di più brutto offre il mondo musicale angloamericano. Le realtà che non si adeguano a un format comunicativo scarso e che guarda solo alla forma estetica e mai al contenuto sono inevitabilmente tagliate fuori. Di contro ritengo che il jazz sia diventato un pò meno musica di nicchia e rilevo un concreto ritorno ai live, alla musica suonata davvero sui palchi. Probabilmente tutto questo riflette la reazione spontanea di noi tutti all’impoverimento e alla barbarie musicale che ci circonda. Il jazz, la musica classica, la musica popolare di ogni latitudine continueranno ad esistere fortunatamente e ad emozionare ancora a dispetto di quanto di becero i media ci propongono costantemente. Siamo ancora liberi di scegliere, di buttare via il telecomando, di spegnere la radio e di andare di persona ad un concerto evitando di vederlo dallo schermo di uno smartphone.

Cosa è scritto nell’agenda di Francesco Buzzurro?
Dopo la triste pausa pandemica ci sono fortunatamente in programma tante belle cose, molti concerti estivi tra cui una bella collaborazione in Olanda da solista accompagnato dalla Concertgebouw Jazz big band, un tour tedesco, un tour italiano in autunno, pubblicazioni didattiche, un nuovo disco nel 2024 e la partecipazione attiva agli eventi musicali previsti nel 2025 nella mia città, Agrigento, che sarà in quell’anno capitale della cultura italiana.
Alceste Ayroldi