Intervista a Elina Duni

Il nuovo album della popolare cantante albanese tocca temi profondi e molto importanti. Lasciamo che sia lei stessa a guidarci attraverso i suoi brani.

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Elina Duni Foto di Blerta Kambo

Elina, «Lost Ships», a chi è dedicato questo disco?
Il brano da cui prende il nome il disco è dedicato ai migranti che hanno perso la vita nel mare Mediterraneo. Tutto il disco ha questo colore della nostalgia, così come tratta di temi difficili, che è bene non dimenticare mai.

Ci sono quattro traditional, di cui uno italiano Bella ci dormi, che appartiene alla tradizione salentina. La prima domanda è perché hai scelto proprio questo brano?
E’ un brano che ho cantato per la prima volta con Piers Faccini, che ha origini pugliesi, ma è nato e vive in Inghilterra, in un festival vicino Losanna. Poi, Rob Luft lo ha arrangiato, lo ha armonizzato diversamente. Sia io che Rob amiamo l’Italia e, quindi, abbiamo voluto tributare questo meraviglioso paese.

La seconda, invece, riguarda il fatto che, oltre all’Italia troviamo due brani del folclore albanese, la tua terra natia, e un traditional statunitense. Cosa c’entrano, geograficamente parlando, gli Stati Uniti?
The Wayfaring Strangers è un brano che segue il mood del disco, perché parla di una persona che si trova in esilio. E’ un traditional che viene anche dagli irlandesi. Mi piace fondere le tradizioni appartenenti a diversi paesi. E’ una canzone che, anche oggi, un migrante potrebbe cantare: la verità è che tutti siamo migranti o siamo stati migranti.

Una caratteristica dei tuoi dischi è, senza dubbio, quella di cantare in diverse lingue. In questo ultimo ne affronti quattro; in «Partir», ben nove. Fa coppia con il tuo «nomadismo»?
In questo disco ho utilizzato anche l’inglese per sottolineare l’universalità della lingua, con un linguaggio che tanti comprendono. Per questo, con Rob, abbiamo composto dei brani ai quali io, di volta in volta, ho voluto associare un tipo di linguaggio, a seconda del sentimento che mi trasmettevano. Il mio girovagare, l’entrare in contatto con altri popoli, altre culture influenza il mio modo di concepire la musica.

Per inciso, dove vivi oggi?
Tra Ginevra e Londra.

Elina Duni
Foto di Blerta Kambo

Numb e Bella ci dormi sono anche i due singoli che anticipano l’uscita dell’album. Perché avete scelto proprio questi due – bellissimi – brani come singoli?
La scelta è dell’Ecm: è una politica della casa discografica. E lo fa per lanciare il disco prima dell’uscita. Bella ci dormi l’ha scelta Manfred Eicher, perché a lui piace molto e, poi, perché fa da ponte tra gli altri miei dischi incisi con l’Ecm e quest’ultimo; in particolare il mio amore del repertorio per i brani appartenenti alla tradizione folclorica di vari paesi. Numb l’abbiamo scelta noi, perché volevamo una canzone originale. E’ una canzone molto forte, che trae ispirazione dagli incendi delle Madonie nel 2019. Inizia in minore per poi terminare in maggiore, perché c’è sempre qualcosa che possiamo fare quando succedono certi eventi, anche catastrofici: è un monito.

D’altro canto, tutti i tuoi brani sono dei messaggi molto forti. Soprattutto stimolano a viaggiare.
Da quando ero piccola pensavo che volevo guadagnare un po’ di soldi – non molti – per poter viaggiare. Era, ed è, il mio obiettivo. E sono molto contenta per il fatto che anche Rob ama viaggiare.

Un disco che hai firmato con il giovanissimo Rob Luft. Come vi siete conosciuti?
Nel 2016 Rob ha vinto il premio come migliore chitarrista del Montreux Jazz Competition e, tutti i migliori per ogni singolo strumento. L’anno successivo hanno partecipato a una settimana di mentoring con grandi nomi del jazz, tra i quali Marcus Miller, Kurt Rosenwinkel e, per il canto, Al Jarreau, ma purtroppo morì e doveva essere sostituito da Patti Austin che non potette essere presente e mi hanno chiamato. Quindi ci siamo conosciuti in questa occasione. Poi, ci siamo visti nuovamente a Londra e ci siamo innamorati.

Invece, Fred Thomas e Matthieu Michel?
Di Fred Thomas me ne aveva parlato Rob, perché ero alla ricerca di un bassista che fosse capace di creare degli acquerelli. E Fred è un vero e proprio pittore impressionista della musica. Tra l’altro è un polistrumentista: suona anche la viola da gamba e, in questo periodo, sta suonando musica barocca. Ci siamo capiti al volo. Matthieu Michel lo conosco da oltre dieci anni ed era da tempo che volevo suonare con lui e, finalmente, è giunta l’occasione.

In buona sostanza, a parte i traditional, ci sono due cover, per due grandi voci maschili: Frank Sinatra e Charles Aznavour. Rappresentano qualcosa in particolare per te?
I’m Fool To Want You l’ho ascoltata, ancor prima di Sinatra, cantata da Billie Holiday e l’avevo già affrontata prima nel mio tributo a Billie e, poi, con Rob l’aveva inserita tra i brani del seminario a Montreux, quindi è stato il primo brano che abbiamo suonato insieme. Poi, Frank Sinatra perché lui era, è The Voice! Charles Aznavour è meraviglioso e, quando ho ascoltato questa canzone, ho pensato che nel suo testo tutti possono ritrovarsi.

Elina, prosegue il rapporto di collaborazione con Manfred Eicher. Come va? Cosa trovi in Ecm che le altre case discografiche non offrono?
Va molto bene, mi trovo benissimo. Manfred è una persona straordinaria e penso che sia molto bravo nel suo mestiere: bada molto alla qualità della musica e non scende a compromessi. Lo rispetto e stimo moltissimo ed è grazie a lui che esiste questa grande famiglia del jazz europeo. E io mi sento profondamente europea.

I brani li hai concepiti appositamente per questo disco, oppure c’era qualcosa che avevi già maturato precedentemente?
Abbiamo lavorato insieme. Io avevo delle idee musicali, oppure le aveva Rob ma, in seguito, abbiamo perfezionato, limato e lavorato insieme. E questa è stata una situazione del tutto nuova per me, perché non avevo mai lavorato in coppia. Per me è stata un sfida.

Qual è il disco che ritieni essere quello del tuo cambiamento?
Penso che con «Partir» la mia strada musicale abbia iniziato a prendere una curvatura differente, che si è concretizzata proprio con «Lost Ships», anche perché ci sono tanti brani originali ed è questa la mia volontà: essere più nel contemporaneo e poter affermare di più le mie idee.

Tu sei una grande e brava ricercatrice della musica, in particolare del folclore: un’etnomusicologa. Come svolgi la tua attività di ricerca? Quali sono i metodi che utilizzi?
E’ una ricerca intuitiva la mia, non mi metto alla ricerca di nuova musica in modo costruito. Alcune volte sono gli amici, i conoscenti a inviarmi dei brani per farmeli sentire; altre volte sono io che sono alla ricerca di un cantante in particolare e, poi, trovo altri brani o altri musicisti. Soprattutto nel folclore albanese: ora con Internet posso seguire, ovunque mi trovi, anche le emittenti radiofoniche albanesi. Poi, ci sono dei brani che non hanno l’elasticità sufficiente per poterli adattare o arrangiare.

Quali ritieni essere i tuoi passaggi più significativi della tua vita artistica?
E’ difficile da dire, ma penso che sia quando sono stata su un palco per la prima volta.

Quando è successo?
Avevo cinque anni. Ero in Albania dove facevano questo festival per bambini e io ero l’unica bambina di cinque anni a cantare da sola. Mia nonna mi aveva fatto delle meravigliose trecce, mia madre mi aveva fatto fare un bel vestito. Avevo tanta paura ma la prima cosa che ho fatto è stato un bellissimo inchino al pubblico e, così, l’ho conquistato. Tieni conto che già suonavo con un’orchestra. In realtà, già sapevo che questo era il mio mestiere: non ho mai pensato di dover o poter fare altro. Mio padre è un attore e un regista, mia madre una scrittrice, quindi ho respirato sempre una certa aria di cultura e di spettacolo in casa. Anche se nell’Albania comunista non si poteva parlare di uno show business inteso nel senso definito del termine.

Quasi tutti apparentano il jazz con l’improvvisazione. Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Penso che per una cantante l’improvvisazione sia qualcosa di differente rispetto a uno strumentista. Ci sono grandi cantanti come Billie Holiday che improvvisano diversamente, non faceva scat come Ella Fitzgerald. A me piace fare delle variazioni, altre volte anche io vocalizzo per sentirmi come uno strumento. Ho sempre bisogno, però, di uno scheletro su cui muovermi per poter parlare, dire il mio pensiero.

Elina, la pandemia causata dal Covid-19 – a tuo avviso – ha cambiato in modo irreversibile lo stato dell’arte?
E’ una domanda difficile, perché io non voglio pensare che l’abbia cambiato. Fino a ottobre abbiamo tenuto concerti e quanto la gente avesse bisogno di musica per dimenticare e per risollevarsi. Penso che la gente sappia quanto sia importante condividere le emozioni. Voglio sperare che tutto questo che è accaduto possa dare all’arte in generale un posto ancor più importante, privilegiato. Io credo che l’arte ci faccia vivere.

Cosa è scritto nell’agenda di Elina Duni?
COVID-19 a parte. Io spero che il 2021 ci dia la possibilità di suonare dal vivo, di stare con la gente. Poi, ho un progetto più groove che vorrei sviluppare.
Alceste Ayroldi

Intervista pubblicata su Musica Jazz di gennaio 2021