«River Dance». Intervista a Daniele Gorgone

Nuovo disco per il pianista toscano. Ne parliamo con lui.

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Daniele Gorgone

Daniele, parliamo subito del tuo nuovo album partendo dal titolo. Perché «River Dance»?
Il titolo dell’album è tratto dal titolo di un brano di mia composizione, contenuto nell’album stesso. In italiano sarebbe: danza del fiume, perché il brano è in tre quarti, quindi ha un andamento molto sinuoso, lento, è quasi una ballad, però interrotto da dei cambi repentini. Ricordo che lo scrissi quasi di getto e non sapevo che titolo dargli. La prima cosa che mi è venuto in mente riascoltando e chiudendo gli occhi, era appunto l’andamento di un fiume, quindi ho pensato di chiamarlo in questo modo. Poi da quel brano, è nato il nome dell’album.

L’idea progettuale, invece, quando e come è nata?
L’idea progettuale è nata invece durante la pandemia, quando ho avuto mesi di tempo nei quali ho potuto lavorare bene sugli arrangiamenti, sui dettagli, affinare le composizioni, mettere mano su alcuni standard, che poi abbiamo letteralmente modificato e cambiato. È nata sì durante la pandemia, però si sa che le idee progettuali sono soltanto un mettere insieme gli ingredienti di una torta che poi si prepara a strati, quindi negli ultimi mesi di pandemia ho soltanto messo insieme varie idee che già da diversi anni avevo e non aspettavano altro che essere messe tutte insieme, per poter fare un lavoro discografico.

La casa discografica, DDE, è londinese. Come è iniziata la vostra collaborazione?
La casa discografica è inglese, però il titolare viene molto spesso a Torino. La nostra collaborazione è nata, come tutte le cose belle, un po’ per caso. Infatti noi qualche anno fa suonammo proprio a Torino e in quell’occasione mi fu presentato il titolare dell’etichetta, Mike Generale, persona molto attenta a progetti nuovi, idee e nuovi modi di concepire la distribuzione discografica. Parlammo un attimo e lui mi disse che era rimasto colpito dal nostro modo di suonare. Qualche mese dopo, quando mi venne questa velleità di uscire con un mio lavoro discografico, decisi di sentirlo per vedere se era ancora valida la sua proposta e lui in mezza giornata mi disse di sì, che era pronto a produrre il nostro disco, ne siamo stati molto contenti e così è nato il tutto.

C’è un brano, tra quelli di questo disco, che ti rappresenta di più?
In realtà se tu guardi la copertina, ai margini del fiume ci sono degli alberi e ogni albero ha una faccia: quelle rappresentano i vari aspetti della mia personalità artistica. Infatti all’interno del dell’album, c’è un 7/4 (quindi un tempo dispari), un brano Funk anni Settanta, uno standard riarrangiato e brani originali. In realtà chi, come me, ha così tante sfaccettature, è difficile che ne trovi una a cui si sente più legato, perché sono tutte figlie tue, sono i tanti volti che hai.

Parliamo dei tuoi sodali Marco Piccirillo e Pasquale Fiore.
Marco e Pasquale sono la mia fortuna, nel senso che sono innanzitutto due musicisti e due persone fantastiche, dopodiché loro non soltanto leggono e interpretano la musica in modo eccezionale, ma in più sono anche sempre forieri di nuove idee e di spunti, «frecciatine» musicali, sia in sede di prove che sul palco. Quindi mi sento molto fortunato a essere circondato da questi due ragazzi. Oltretutto, quando siamo in tour, ci divertiamo come pazzi; credo che dal di fuori si veda che siamo veramente molto uniti, sia sul palco che fuori.

Invece, la liaison con Flavio Boltro come è nata?
Con Flavio ci conosciamo da diversi anni, perché siamo capitati entrambi a lavorare come sideman trovandoci con lo stesso gruppo sul palco. Un paio d’anni fa poi abbiamo fatto un giro, dove ho chiamato Flavio come ospite del mio gruppo e visto il risultato, la capacità di Flavio di suonare la mia musica, le mie idee e poi il feeling musicale che è nato e la grande spinta emotiva e musicale che mi ha saputo dare, mi sono permesso di proporgli un po’ di musica originale mia. Il primo fan di questo progetto per entrare in studio era proprio lui, considerato che avevo già un trio stabile, ho deciso quindi di coinvolgerlo in qualche brano nel mio disco, devo dire con risultati sorprendenti perché Flavio suona e interpreta le nostre idee, la nostra musica, con una semplicità e una naturalezza incredibile.

A conti fatti, ti ritieni soddisfatto di questo lavoro? Avresti aggiunto o sottratto qualcosa?
Per carattere, se mi fai questa domanda mi viene proprio da risponderti no – con il sorriso, però-, non sono mai né soddisfatto, né contento: aggiungerei mille cose e ne sottrarrei mille e uno. Però se fai il ragionamento di dire che comunque il jazz è una musica che rappresenta uno stato d’animo, sempre cangiante, diciamo che ad aprile 2021, con quella costellazione, quella parallasse terrestre con cui abbiamo registrato, la situazione musicale che poteva venir fuori era quella… che è molto diverso dal dire sono soddisfatto, diciamo che la fotografia di quel particolare momento musicale era quella.

Daniele, parlando di collaborazioni, quale ritieni essere stata quella che ti ha maggiormente segnato?
Quando si parla di collaborazioni faccio fatica a fare delle classifiche, perché il tipo di musica che facciamo noi, da Charlie Parker, all’ultimo degli allievi di una scuola di periferia, ha qualcosa da dirti, da insegnarti. Tutti ti possono arricchire, darti degli spunti, degli stimoli. Se devo dire proprio due collaborazioni che mi hanno veramente “segnato” sono sicuramente quella con Dave Schnitter, sassofono tenore che suonava nei Jazz Messengers, con cui tra l’altro ho avuto la fortuna di incidere il mio primo disco da solista, una decina d’anni fa. Quando eravamo in tournee ci raccontava tante storie su personaggi come James Williams e Kenny Barron, che per lui sono suoi amici, quasi fratelli. E poi per la sua incredibile facilità nel suonare cose difficili in modo semplice, che è un po’ la mia sfida, devo tanto a Dave per questo. L’altra collaborazione che mi è rimasta nel cuore e quella con Peter King, sassofonista inglese secondo me pazzesco che, nella storia del jazz è rimasto famoso perché è stato quello che ha inaugurato il Ronnie Scott nel 1959. Però credo di non essere smentito se dico che per me è uno dei più grandi alto sax del mondo mai esistiti; purtroppo è scomparso l’anno scorso ed è stato veramente molto doloroso per me apprendere questa notizia. Era una persona di un’intelligenza fuori dalla norma, campione di scacchi, costruiva anche dei modellini d’aeroplano: una persona foriera di grossi spunti, sia musicali che nel suo approccio alla vita che con il suo comportamento, ti portava ad approfondire le cose che normalmente si osservano con superficialità, veramente una grandissima persona e purtroppo una grande perdita.

Daniele Gorgone Foto di Stefano Barni

Quali sono i prossimi impegni e cosa è scritto nell’agenda di Daniele Gorgone?
Come prossimi appuntamenti sarò concentrato su live per la presentazione del disco. Abbiamo in particolare il 3 ottobre, una serata al Festival mutamenti in Toscana, il 21 ottobre in Veneto al caffè Pedrocchi e altre date da confermare, sempre per la presentazione di «River Dance».Poi abbiamo un tour con una cantante a cui sono molto affezionato, una collaborazione a cui tengo tantissimo, quella con Deborah J Carter, texana che vive in Europa a Amsterdam. Il tour sarà dal 22 al 28 novembre nel Nord Italia: Bologna, Milano, Genova e Pisa. All’interno del tour ci saranno anche un paio di masterclass, dove sarà coinvolta anche l’università di Genova, quando c’è Deborah infatti ci sono sempre un sacco di cantanti al seguito, quindi è sempre molto bello.
Dopodiché ho in cantiere un progetto, di cui non sono io il leader, ma sarò un sideman ruolo che comunque a me piace; non mi posso sbilanciare più di tanto, ma già a metà settembre potrei avere già delle conferme per entrare in questo gruppo e in questo progetto, che rappresenta una grossa opportunità, perché potrebbe vedere delle situazioni di live anche in California, negli Stati Uniti e in Centro America.
Alceste Ayroldi