«Here and Now». Intervista a Nick Kerkhoff

Il bassista e compositore olandese pubblica il suo primo album da leader. Ne parliamo con lui.

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Nick Kerkhoff foto di Niels Slieker

Nick, innanzitutto partiamo dal titolo del tuo disco. Qual è il significato?
Il titolo del disco  indica non solo la capacità di essere «nel momento» ma si riferisce anche al desiderio di documentare un momento nel tempo. Ho sentito a lungo di essere pronto a registrare il mio album d’esordio. Ma avevo anche capito che non lo avrei potuto fare se non fossi stato capace di accettarmi come musicista. Per me questo album è come sono in questo momento e inseguire ciò che voglio. Dobbiamo sempre impegnarci per essere migliori, ma la bellezza di questo disco è che è onesto e ci consegna i musicisti che siamo oggi.

Tutti i brani sono tue composizioni. Non troviamo né standard, né cover. Qual è il tuo rapport con la tradizione jazzistica?
Ho sempre ascoltato molto jazz tradizionale e ancora continuo a farlo. Gli standard jazz sono ancora una parte importante della mia pratica. Per il mio album d’esordio ho volute creare qualcosa di personale. E’ solo questo il motive per cui non contiene degli standard. Anche se, penso che si possano ascoltare i riferimenti alla tradizione in ogni mia composizione.

Un brano di cui vorrei parlare, per la sua particolare struttura, è The Voice Of A New Generation. Pensi che la tua musica stia andando in questa direzione?
Il titolo non è un riferimento espresso alla musica del brano. Riguarda tutte le sfide alle quali l’umanità sta andando incontro. Il brano inizia con un intenso dialogo tra batteria e sassofono, che rispecchiano due differenti generazioni. La risposta? La nuove generazione ha la responsabilità di attuare un cambiamento radicale.

Pensi che il jazz abbia bisogno di rinnovarsi per incoraggiare i più giovani ad ascoltarlo?
Penso che il jazz sia sempre stato in evoluzione e abbia subito molti cambiamenti. Nell’immediato passato, poi, c’è stata molta nuova musica e tutto si è mosso in avanti, anche il jazz.

Qual è il principale messaggio che vuoi dare al tuo pubblico?
Inizio ora a relazionarmi con il mio pubblico, ma voglio ringraziare tutte le persone che mi supportano e incoraggiano a credere in me stesso.

Ci vorresti parlare dei musicisti che ti accompagnano in questo disco, ovvero Jesse Schilderink ai sassofoni, Emanuele Pellegrini al pianoforte e George Panarite alla batteria?
Come per tutta la musica, si scelgono i musicisti che sono più vicini al contest musicale. E la mia musica non ha fatto eccezione a questo principio. In realtà, mi sono preso del tempo per pensare quali fossero i musicisti giusti per questo progetto. Tutti i componenti del gruppo hanno un background musicale differente. Questo approccio stilistico individuale ha creato un interessante contrasto. E questo è il risultato di tale equilibrio.

Recording session
foto di Joel Thum

C’è un brano del tuo disco che preferisci di più rispetto agli altri?
Tutte le composizioni fanno riferimento a uno specifico periodo della mia vita. Leaves, per esempio, è un brano che ho scritto quando ho perso mio nonno, che era anche il mio migliore amico. Quando ho scritto questo brano ho cercato di esprimere questo sentimento nella musica. E ho avuto modo di capire quanto terapeutica e guaritrice possa essere la musica. Questa composizione è dedicata a lui.

Potresti descriverci il tuo processo creativo quando componi?
E’ difficile descriverlo passo dopo passo, perché non è mai lo stesso. Certo è che tutto ha inizio da un’idea. Alcune volte nasce dal nulla un’intera melodia e io la butto giù. E quindi parto da questa. Un’altra volta può essere un accordo o una progressione ritmica. Devo entrare in «modalità di scrittura», ed è qualcosa per cui mi piace prendermi il mio tempo. Non mi sentirai mai dire: Ho una mezz’ora di tempo, fammi lavorare a un nuovo brano.

C’è qualcosa in particolare che ti ha ispirato questo disco?
Se dovessi dare un nome a qualcosa, sarebbe probabilmente il processo di creare qualcosa dal nulla. Volevo fare un disco da molto tempo. E’ una sensazione speciale avere finalmente tra le mani un prodotto fisico, come in vinile nel mio caso, dopo aver lavorato intensamente e a lungo su qualcosa.

Nick Kerkhoff
foto di Niels Slieker

 In generale, chi ti ha ispirato a fare musica?
Mio padre suona il vibrafono ed è un arrangiatore. E suona anche altri strumenti. Dall’età di sedici anni ho iniziato a imbracciare il basso. Da quel momento in poi, ho capito che era quello che volevo fare.

Chi sono i musicisti che ammiri?
Adoro Wayne Shorter, specialmente i suoi primi lavori. Pat Metheny per il fraseggio. Poi, mi piace ascoltare musicisti come Gilad Hekselman e Brad Mehldau.

Al di là della musica, quali sono i tuoi interessi e i tuoi hobby?
La musica è sicuramente il mio più grande interesse. Quando ho tempo, mi dedico a fare fotografie con la mia macchina fotografica.

Cosa faresti se il tuo pubblico ti sembra stanco o annoiato durante un tuo live?
La gente che ha deciso di venirci a vedere, probabilmente sa già cosa l’aspetta. O, almeno, sa che tipo di musica suoneremo. Di più non potranno aspettarsi. Se, però, dovesse succedere (spero proprio di no) che buona parte del pubblico apparisse annoitata o stanca, proverei a pensare a quali elementi il pubblico abbia risposto positivamente al fine di spingere su di questi per svegliare tutti!

Parliamo della situazione economica provocata dal COVID-19. Pensi che tale situazione posso influire sul futuro della musica?
Domanda difficile. Penso che le decisioni prese dal governo giochino un ruolo decisive. Se c’è una disponibilità economica minore in favore della cultura, meno persone riceveranno un’educazione adeguata sul valore dell’arte.

Cosa è scritto nellagenda di Nick Kerkhoff?
Voglio continuare a lavorare sulla mia musica, oltre a suonare come sideman e insegnare. Poi, non vedo l’ora di partire in tour per presentare il mio nuovo disco!
Alceste Ayroldi