Pisa, Giardino Scotto
12 luglio: First Meeting
13 luglio: The Bad Plus
Emblematicamente intitolata Milestones (con ovvio riferimento a Miles Davis), la sesta edizione di Pisa Jazz Rebirth – organizzata da Pisa Jazz in collaborazione con Music Pool – ha allestito un programma di tutto rispetto comprendente, tra gli altri, The Heliocentrics, Immanuel Wilkins, Shai Maestro, Dee Dee Bridgewater e Al Di Meola. Le serate del 12 e 13 luglio hanno richiamato l’attenzione su due formazioni di punta quali i quartetti First Meeting e The Bad Plus.

First Meeting riunisce quattro musicisti di classe eccelsa: Gonzalo Rubalcaba (piano), Chris Potter (sax tenore), Larry Grenadier (contrabbasso) ed Eric Harland (batteria). Formatosi nel 2022, il quartetto basa la propria poetica su un lavoro collettivo che si riflette anche sul repertorio, in gran parte frutto dello sforzo compositivo dei singoli, a cui si aggiungono un paio di standards jazzistici. Per un quartetto di questa levatura proporre uno standard non è un mero esercizio stilistico. Piuttosto, rappresenta un’opportunità per sviluppare un percorso che schiude nuove prospettive e indica nuove aree da esplorare. È il caso di 500 Miles High, brano di apertura del concerto pisano, che Chick Corea aveva composto per «Light as a Feather», secondo album dei Return to Forever. In questa esecuzione spiccano immediatamente la capacità di Rubalcaba di indagare le più recondite implicazioni armoniche; la disinvoltura di Potter nella costruzione di fraseggi che formano una narrazione compiuta; le fini architetture elaborate da Grenadier; la predisposizione di Harland a spezzare e variare continuamente le figurazioni ritmiche. Tali caratteristiche si esaltano in forme diversificate in una versione di Con alma di Dizzy Gillespie, autentico esempio di trasformazione in materia nuova e pulsante di una pagina storica che per Rubalcaba assume un significato particolare, date le sue esperienze giovanili a fianco di Gillespie. Giustificano questo assunto i frequenti cambi di atmosfera, le continue variazioni impresse all’impianto ritmico con le conseguenti mutazioni metriche e l’ampia gamma di soluzioni armoniche.

In un tale contesto – nel quale il tema affiora sporadicamente sotto forma di citazione – si valorizzano ulteriormente le qualità dei singoli. In un costante gioco di accelerazioni e decelerazioni, addizione e sottrazione, Rubalcaba tesse trame preziose, pondera le frasi e cesella le dinamiche, costruendo poderosi contrafforti ritmici sul registro grave (come retaggio del suo patrimonio cubano). Potter compie i suoi percorsi con dei graduali crescendo, contraendo e distendendo il fraseggio, inerpicandosi efficacemente sugli acuti. Grenadier produce linee fluide, di impeccabile precisione, provviste di indubbia valenza melodica. Nel suo lavoro di scomposizione ritmica Harland cura molto anche la parte timbrica, giocando pure sulle risonanze metalliche prodotte dalle componenti di un doppio charleston e sulle danzanti figurazioni create con colpi di bacchetta sul bordo del rullante, naturale evoluzione moderna dei classici rimshots. Questo approccio arricchisce tanto le ariose strutture di State of the Union, firmata da Grenadier, quanto l’impianto poliritmico afrocubano (debitamente e abilmente prosciugato) di Santo Canto, composta da Rubalcaba. In virtù di questa coesione e dell’impostazione collettiva, nei prossimi anni First Meeting potrebbe scrivere pagine significative per la storia del jazz contemporaneo. Per chi fosse interessato ad approfondirne la conoscenza, il potenziale del quartetto è documentato dal doppio Cd «Live at Dizzy’s Club» (5Passion Records, 2025).

Divenuti negli ultimi venticinque anni un gruppo di culto per la loro capacità di innestare elementi rock nella loro poetica e di rielaborare temi tratti dal repertorio pop, The Bad Plus hanno profondamente mutato il loro assetto. Abbandonata la formula del piano trio dopo la fuoriuscita del pianista Ethan Iverson e il successivo subentro di Orrin Evans, il bassista Reid Anderson e il batterista David King – i due membri fondatori – hanno inserito il sassofonista e clarinettista Chris Speed e il chitarrista Ben Monder, ampliando così le possibilità timbriche, come documentato da «Complex Emotions» (Mack Avenue, 2024). Il concerto pisano faceva parte del loro Farewell Tour (preludio a un prossimo scioglimento?). La compresenza di chitarra e sassofono permette di esporre all’unisono temi scarni ma dilatati, a tratti basati su segmenti che si ripetono: si veda, ad esempio, Tyrone’s Flamingo di King.

Rispetto al disco assume maggior rilevanza il ruolo di Monder, che qui esercita un potente impatto con fraseggi secchi e lancinanti, uso abbondante ed efficace della distorsione, con cui produce anche bordoni cupi e minacciosi. Niente a che fare, dunque, con le raffinatezze dispensate in passato nella Electric Bebop Band di Paul Motian o nell’orchestra di Maria Schneider. In questo contesto Speed riveste una funzione (non sempre decisiva, a dire il vero) di rifinitura. Al centro delle esecuzioni figura come sempre Anderson, vero e proprio motore ritmico, discreto e preciso nella sua efficacia, autore di interessanti composizioni come French Horns, Carrier e Deep Water Sharks. Per parte sua, King è un batterista decisamente eterodosso se rapportato ai canoni jazzistici, propenso com’è a introdurre con fare irruento scansioni binarie di matrice rock – a volte decisamente pesanti – e perfino figurazioni che richiamano i patterns della jungle music. In tal senso, King – nativo di Minneapolis – è figlio di una scena musicale ibrida e trasversale che negli anni Ottanta e Novanta aveva avuto come protagonista Prince. Del resto, questo aspetto ha sempre contraddistinto la musica di The Bad Plus, che ancor oggi fa storcere la bocca a non pochi appassionati di jazz. Seppur meno numeroso del previsto, il pubblico pisano ha entusiasticamente salutato l’esibizione del quartetto.

Secondo una prassi applicata fin dalla ripresa post-pandemia, il festival pisano ama collocare prima di ogni concerto principale un set di circa 45 minuti riservato a un gruppo italiano emergente. Nel caso specifico, si sono potuti apprezzare il Lorenzo Simoni 4tet, ospite il trombettista americano Jason Palmer, e il trio Lost IQ, nell’occasione affiancato dal trombettista Mauro La Mancusa. Coadiuvato da Vittorio Solimene (piano), Guido Scianatico (contrabbasso) e Fabrizio Doberti (batteria), l’altosassofonista Simoni presenta con autorevolezza delle composizioni ben strutturate che richiamano – fatte le debite differenze – ora i Jazz Messengers e il quintetto di Cannonball Adderley, ora addirittura i Five Elements di Steve Coleman. Proveniente dall’esperienza di Siena Jazz, il trio Lost IQ – Francesco Faro (chitarra), Giuseppe Vitale (basso elettrico) e Giuseppe Salime (batteria) – predilige temi e sviluppi melodici godibili, basati su scorrevoli progressioni armoniche. Dedicare il giusto spazio a dei giovani musicisti è una buona pratica che tutti i festival dovrebbero seguire per garantire crescita e sviluppo all’intero circuito nazionale.
Enzo Boddi
Foto di Nicola D’Errico & Giovanni Argentieri
