Eric Watson «Sketches Of Solitude»

1702

AUTORE

Eric Watson

TITOLO DEL DISCO

«Sketches Of Solitude»

ETICHETTA

Night Bird

 


 

In questo splendido disco in solo riaffiora il senso della storia come in un emi-simmetrico della precedente suite. Lì la «presenza del passato» è richiamata dallo stile di Wallace e manovrata secondo una strategia postmoderna di reversibilità dei linguaggi alla quale è la pervasiva espressione watsoniana a dare segno romantico. Qui presente e passato sono le coordinate di una coscienza musicale/pianistica, compresse in un linguaggio unico. Questo si riconosce al meglio nelle prime tre esecuzioni del disco, dedicate a Bill Evans. I trattamenti appaiono differenziati, ma di accenti evansiani non se ne avvertono quasi mai. The Peacocks, evansiano solo di adozione (perché composto da Jimmy Rowles nel 1975 per un disco del quartetto di Stan Getz), viene per la prima volta sentito come un pezzo di drammaticità pura, distante dalla melanconia aerea e surreale che ne rende incantevole la versione di Evans. Al punto da risultare armonicamente più approfondito, grazie all’adozione di un out of tempo molto diradato e a quei tipici accordi pre-arpeggiati di cui Watson ormai fa ampio uso. Re: Person I Knew, originale evansiano DOC ma senz’altro distillato da qualche solitaria improvvisazione del maestro, pone invece – a Watson come a chiunque – qualche problema di impostazione, di effettiva personalizzazione. Watson ci riflette su con affetto, appunto, ma lasciando una traccia di sé più squisita che pregnante; e qualche frase ritmica un po’ evansiana – con la dovuta differenza di suono e di tocco – qua e là gli scappa. Ben più convincente la versione del tanto celebre Blue In Green (di fatto più evansiano che non davisiano), sul quale pure non è facile mettere le mani. E ancora una volta per un arricchimento armonico e sonoro che si traduce per forza di cose in emozionale. A questo trittico seguono nell’ordine il waldroniano Left Alone e il monkiano Monk’s Mood. Omaggi che Watson potrebbe aver concepito collegando le remote «lezioni» di Lacy agli elementi del suo stile che rimanderebbero a Waldron, come gli accordi-appoggiature e un certo colore delle armonie. Ciò nonostante, siamo a un tratto del disco decisamente meno eloquente. La versione di Left Alone soffre dei pochi spiragli concessi alla reinvenzione pianistica da un tema elementare e dalla melodia rigorosamente cantata, composto non a caso per Billie Holiday e neppure così tipico come tema waldroniano. Quella di Monk’s Mood ha addirittura il sapore di un omaggio deontologico, un tributo culturale. Watson infatti brancola nel buio nel tentativo di introdurre il tema con una libera divagazione, finendo poi per enunciarlo con una lettura piuttosto povera di personalità. Ma ad atmosfere intense si torna non appena Watson passa a rileggere se stesso e la sua storia di compositore, disponendo – persino in ordine cronologico – sensibilissime versioni in solo di quattro delle sue pagine più belle: The Girl Who Never Sang (1987), Daughter Of Darkness (1987), Love Letters (1990) e Exits (1994). Pezzi che, insieme almeno a The Peacocks, riscattano tutto il valore di questa innegabile vetta del piano solo contemporaneo.

Vitolo


 

DISTRIBUTORE

FORMAZIONE

Eric Watson (p.).

DATA REGISTRAZIONE

2001.