ECM «SELECTED SIGNS III-VIII»: LA TESTIMONIANZA DI UNA SCELTA

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ECM

Le «testimonianze scelte» di Manfred Eicher aumentano: infatti ai due primi samplers omonimi, che furono pubblicati nel 1997 («Selected Signs, I») e nel 2000 («Suite For Samplers – Selected Signs, II»), si aggiungono ora i sei dischi del cofanetto «Selected Signs III -VIII», frutto di una selezione operata (dallo stesso Eicher e da Steve Lake) in occasione della mostra Ecm – A Cultural Archaeology, allestita presso la Haus Der Kunst di Monaco, dal 23.11.2012 al 10.2.2013.

La rassegna ha riunito, in un raffinato e suggestivo milieu multimediale, aspetti visivi (filmati, immagini, informazioni storiche e memorabilia vari) e più propriamente di ascolto (stazioni destinate alla «spigolatura» del vasto catalogo dell’etichetta e concerti appositamente prodotti per l’occasione). Ciò lascia già intendere l’importanza peculiare assunta dal box in questione (in un’elegante e austera – quasi virginea – veste di cartoncino bianco, priva di libretto), destinato a rimanere simbolo del cimento artistico dell’etichetta e perciò diverso dai due precursori, che possedevano la schietta natura di campionario della produzione dei due anni in cui furono editi (portando dunque con sé quel tanto di odioso per l’appassionato di musica, tutt’al più utile per il collezionista), benché vivificati da quella omogeneità estetica ben nota agli appassionati (che tanto spesso, in anni che ormai sembrano preistorici, aveva offerto occasione per la creazione casalinga di nastri miscellanei, sempre di ragguardevole valore artistico finale – e non sempre per merito degli improvvisati «compilatori»).

Nel caso del box in questione l’ambizione è apertamente dichiarata: offrire al pubblico un oggetto fortemente emblematico e perciò – sia consentito il gioco di parole – la testimonianza di una scelta. La considerazione, persino ovvia, riporta il ragionamento sull’argomento della reale influenza esercitata da Manfred Eicher, in termini estetici e di suono, sul catalogo Ecm e in definitiva sugli artisti. Questione che, sebbene di norma negata dagli interessati, viene ciclicamente riproposta dagli appassionati, preoccupati del fatto che la forte caratterizzazione del «prodotto» offerto dall’etichetta (reso certamente inconfondibile nel corso degli anni e perciò in un certo senso brandizzato) possa infine svilirlo a «maniera». L’analisi degli 87 brani raccolti nel cofanetto, per un totale di oltre sette ore di ascolto, consente di focalizzare sommariamente alcuni punti.

Intanto è da dire che, sebbene vi siano rappresentate anche importanti opere della fase iniziale dell’attività dell’etichetta (che ha compiuto i quaranta anni di vita), oltre due terzi del totale degli album selezionati (in tutto 45) sono successivi al 1998 (giungendo al 2013 con «Baida», di Ralph Alessi). Ciò parrebbe confermare quanto agli estimatori dell’etichetta è sempre parso abbastanza evidente: e cioè che una più spiccata «omogeneizzazione» delle incisioni, anche in senso formalmente estetico, sia esito della maturità produttiva (sebbene presente, in nuce, dai primordi). La composizione della raccolta appare inoltre quanto mai lontana dall’idea stessa del sampler, intanto perché sono esclusi dalla compilazione i nomi di alcune delle cash cows dell’etichetta: così può dirsi fugato il dubbio che, quali che siano le coordinate produttive eicheriane, condivisibili o meno, esse siano una semplice questione valutabile intuitu pecuniae, poiché indubbiamente costituisce una notizia l’assenza di alcuni artisti (ad esempio Jarrett – presente nella sola veste di interprete – Metheny, Corea, DeJohnette, Rava, Burton; ma molti altri se ne potrebbero cogliere dalla sconfinata Artists’ list Ecm). Inoltre, alcuni dei dischi sono pressoché «monografici» (o comunque connotati da una forte impronta autoriale). Così il V è ampiamente dedicato a Eleni Karaindrou (con ben dodici brani tratti dall’album «Concert In Athens» e due da «Elegy Of The Uprooting») e il VI restituisce nella quasi integralità il magnifico «Khmer» di Nils Petter Molvær  – del quale è escluso un solo brano – e buona parte della colonna sonora «The Return» (Palma d’oro al Festival di Cannes 2003, di Andrey Zvyagintsev), composta da Andrey Dergatchev. E potrebbe altresì stupire la constatazione che siano inclusi brani dell’etichetta, ma non prodotti da Eicher, bensì da Steve Lake (in particolare, nel disco VIII, le due tracce dedicate a Robin Williamson, tratte da «The Seed-At-Zero» e «Skirting The River Road», quella del trio Bley-Parker-Phillips di «Time Will Tell» e di Wadada Leo Smith da «Kulture Jazz»). E forse stupirà ancor più scoprire che nel volume IV vi è un brano di John Tavener (estratto dal «Funeral Canticle» già ammirato nella colonna sonora di «The Three Of Life») non inciso da Ecm, ma da Harmonia Mundi; e che tra gli altri si possano ascoltare «suoni di natura», non sospettabili di essere il frutto di vezzi di «iper-produzione» (lo scorrere di un fiume, nel disco III, il verso di un lupo, nel disco VI).

            Per il resto, il box contiene la caleidoscopica rassegna che ci si attenderebbe, legando in maniera convincente materiali musicali fra i più disparati, che variano da «Music For 18 Musicians» di Steve Reich a «Dis» di Jan Garbarek, da Arvo Pärt (presente con due brani da «Tabula Rasa», Tabula Rasa: I. Ludus e Fratres – con due interpreti di eccezione come  Keith Jarrett e Gidon Kremer) ad Amina Alaoui, dalle composizioni barocche dell’ensemble di Rolf Lislevand allo sperimentalismo elettronico dei Food (il brano è Celestial Food, dal disco di esordio), da Heiner Goebbels (due pezzi da «Der Mann Im Fahrstuhl») a The Hilliard Ensemble (Tres Morillas M’enamoran, da «Officium Novum»), passando per Bach (sia padre, sia Carl Philipp Emanuel), Haydn, Shostakovich e molto altro ancora. Né mancano spazi per la musica improvvisata (i volumi VII e VIII contengono, sotto questo profilo, il «raccolto» migliore) riservati a un parterre in cui figurano, tra gli altri, i nomi di Don Cherry, Charlie Haden, Norma Winstone, Egberto Gismonti, Tomasz Stanko, Ed Blackwell, Dewey Redman, Jimmy Giuffre, Barre Phillips, John Surman, Gary Peacock a dimostrare (qualora ce ne fosse bisogno) quanta parte del patrimonio genetico dell’etichetta sia schiettamente pertinente a quest’area culturale.

            In conclusione, anche se non tutti i materiali qui riuniti possono essere considerati irrinunciabili, essi assumono una nuova luce per il modo in cui si trovano, talora imprevedibilmente, legati tra loro, in un percorso che può considerarsi una sorta di «associazione motivica», secondo sequenze i cui criteri di composizione rimangono talora ineffabili, mentre il risultato finale è sempre eloquente di per sé. In questo senso non appare affatto casuale lo spazio ampiamente dedicato al già citato «The Return» di Dergatchev e non soltanto per la suggestione più propriamente filmica che vi si trova espressa – che pure è una delle fonti di ispirazione note della «poetica» eicheriana – ma per il singolare mélange che costituisce l’opera, così ricca di spunti fortemente eterogenei eppure singolarmente unitaria, proprio come avviene al catalogo della maison bavarese. E se può sembrare enfatico l’invito ad utilizzarne la musica come una «colonna sonora per le nostre vite», certo essa è venuta connotando, negli anni, l’esperienza culturale che attiene a un certo «stile di vita», ma senza che questo possa comportare una sua valutazione in termini esclusivamente negativi.

La caratterizzazione estetica dei «prodotti» dell’etichetta è un fatto noto ed innegabile è pure la definita direzione verso la quale Manfred Eicher ha voluto indirizzare la propria «macchina culturale». Tutti questi argomenti mal si prestano a un considerazione di sintesi finale, sia per il loro carattere controverso, destinato a dividere, sia per la stratificata complessità degli apporti. Se consideriamo questa pluralità un valore (non riducendola a un mero fatto di stile, senza perdere il senso dei valori in gioco e tenendo conto sia del portato della tradizione, sia delle istanze di reale innovazione formale), potremo agevolmente superare il rischio degli esangui «significanti vuoti» e della mera produzione industriale, salvando il buono offertoci da artisti iconici, che hanno saputo far propria una coerente visione artistica.

Sandro Cerini

(febbraio 2014)