«Blu». Intervista a Igor Caiazza

Il primo disco del percussionista e vibrafonista campana contiene brani originali a sua firma e la partecipazione di alcuni eccellenti ospiti.

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Igor, partiamo da «Blu». Qual è il significato del titolo?
Blu innanzitutto è il mio colore preferito. Rappresenta il mare, il cielo, il ghiaccio, è il colore della profondità e spinge all’introspezione, alla sensibilità, alla calma. E questa lunga pandemia, che ci ha obbligato a rimaner soli con noi stessi, guardarci dentro e riflettere sulla nostra vita, mi ha suggerito il titolo dell’album.

Nel tuo album ci sono diversi idiomi del jazz. Mi ha dato l’impressione di un diario di viaggio. Le composizioni sono nate in tempi e luoghi diversi?
Esattamente, le composizioni sono nate in tempi e in luoghi diversi. Addirittura il brano Un brindisi all’Amicizia è stato scritto quasi vent’anni fa, lo suonavo con un gruppo di amici inglesi, dopodiché è stato accantonato per molti anni, fino a decidere che potesse essere il brano giusto per chiudere con spensieratezza un album e un periodo oltremodo profondo e introspettivo! Gli altri brani invece sono più recenti, alcuni di essi sono stati concepiti appena qualche settimana prima di essere registrati. Riguardo il genere, che sia jazz, pop, world music o rock, l’intenzione è di comunicare una musica che possa essere seguita e apprezzata da tutti indistintamente, senza barriere, limitazioni o classificazioni. Infatti, le composizioni di «Blu» non si possono definire puramente jazz. Hanno indubbiamente una struttura jazzistica, contengono improvvisazioni e sono interpretate da jazzisti, ma l’aspetto è quello della canzone, di una musica più popolare, influenzata altresì dalla musica classica e da tutti i generi che accompagnano la mia vita.

Blu è il brano più cinematografico. Quali immagini ti sono venute in mente quando lo hai composto?
Come dicevo, blu è il colore del mare, il mare della mia terra, dove sono nato e cresciuto. Infatti il brano Blu è dedicato al mare. Perché quando torno a casa, dopo i vari tour con le orchestre in giro per il mondo, la prima cosa che faccio è andare a guardare il mare. Mi rilassa e mi rigenera allo stesso tempo, e mi trasmette la sensazione di essere ritornato bambino.

Invece, in My Quite Place, sembra mancare solo il testo e una voce umana. Che cosa racconterebbe il testo?
Questo è il brano dedicato alla donna che mi supporta e mi sopporta, al mio fianco ormai da qualche anno, mi ha dato due figlie, gemelle, straordinariamente con gli occhi blu e, quando sono nate, avevo già deciso il nome dell’album! My Quiet Place, perché lei è l’unica persona capace di darmi calma, di comprendermi, di assecondare la mia vita sregolata e il mio inquieto carattere d’artista.

La ragazza di Montedidio che storia racconta?
Anche questo brano è dedicato a una donna, una delle persone più straordinarie che abbia incontrato nella vita, l’artista Isabella Ducrot. Ragazza di Montedidio è lo pseudonimo che lo scrittore Erri De Luca ha utilizzato per descrivere Isabella in uno dei suoi ricordi d’infanzia. Montedidio è una zona del centro storico di Napoli, ed Erri De Luca, da bambino, abitava nel palazzo di fronte a quello di Isabella Ducrot. Oltre alla sua incredibile carriera artistica, Isabella è una persona magnetica, generosa, capace di accomunare persone, artisti e intellettuali di ogni parte del mondo. Il suo confronto e le sue cene con illustri personaggi della cultura, sono stati preziosi per la mia crescita intellettuale.

Non ci sono standard o cover. E’ una scelta voluta o casuale?
E’ una scelta, perché per me condividere musica è appunto una condivisione di qualcosa che voglio dire, che voglio far sapere. Una sensazione, un sentimento, un pensiero, un desiderio. E lo strumento, proprio perché sono un multistrumentista, non è così importante. Che sia una batteria, un vibrafono, una tromba, un pianoforte o un contrabbasso a «parlare», l’importante per me è che ciò che si vuole dire venga detto.

Comunque, se ci fosse stato un ipotetico spazio per uno standard o una cover, quale sarebbe stata?
Black Orpheus. E’ uno dei brani che più si avvicina al genere di musica che ho scelto di scrivere e di condividere. Semplice, di facile accesso, una colonna sonora, così versatile da essere stata suonata da tutti e in tutti i modi possibili. Persino il violinista Itzac Perlman ha eseguito magnificamente Black Orpheus con la Pittsburgh Symphony Orchestra diretta da John Williams!

E’ il tuo esordio discografico da leader. Immagino che tutto abbia avuto un sapore differente: eri tu a «comandare». Preferisci essere leader o comprimario?
Diciamo che gli studi classici e la carriera orchestrale hanno in qualche modo influenzato il mio approccio alla musica, perché in un’orchestra la performance individuale è utile soltanto in funzione dell’insieme. Così, dominando l’impulso di protagonismo del singolo musicista, la musica diventa il reale centro dell’attenzione. Questo è il mio approccio alla musica, sempre, anche se in questo mio esordio discografico sarei il leader. Come si può ascoltare, preferisco non suonare sempre, non essere sempre in prima linea o fare assoli in tutti i brani soltanto perché l’album è a mio nome. Credo che il suono del vibrafono abbia un ruolo ben preciso (come del resto il suono di qualsiasi altro strumento) e dei momenti in cui è bello ascoltarlo, ma altrettanti momenti in cui è bello ascoltare il suono di un altro strumento. Preferisco quindi lasciare spazio alle esigenze della musica stessa, mettendo da parte ogni tentazione di protagonismo, favorendo anzi la libertà esecutiva degli altri musicisti.

Vorresti parlarci dei tuoi compagni di viaggio e dei tuoi ospiti?
I miei compagni di viaggio, compresi gli ospiti, sono innanzitutto degli amici, delle persone con cui ho principalmente un’affinità umana, intellettuale, per me fondamentali per condividere ogni genere di cosa. La bellezza di questo cast è che ognuno ha un proprio stile, completamente diverso dall’altro, perché provenienti da vissuti ed esperienze differenti. Ben conosciamo Fabrizio Bosso e Javier Girotto, che già tra di loro hanno differenze stilistiche enormi. Amedeo Ariano è un batterista jazz che, però, suona anche molta musica pop; il cui stile misto, ma sempre omogeneo, e l’impeccabile timing sono stati fondamentali per la maggior parte dei brani. Gabriele Evangelista, attualmente ritenuto uno dei contrabbassisti più versatili e talentuosi della scena musicale italiana, lo conosco da prima dei suoi diciotto anni, come conosco da cotanto tempo il suo conterraneo Giacomo Riggi. Quest’ultimo geniale multistrumentista, spazia dal pop al jazz e alla musica elettronica come un jolly, per molti anni ha collaborato con il famoso Cirque Du Solei. Nel mio album suona l’harpejji, il piano, la melodica. Voglio aggiungere tra i miei compagni di viaggio l’amico Andrea Cutillo, che ho scelto accuratamente come tecnico del suono per il mio album dopo aver ascoltato i suoi incredibili lavori con Tosca, Joe Barbieri, Cammariere, proprio perché il suo suono non è riconducibile al classico suono di un disco di jazz.

Da sin a dx: Javier Girotto, Fabrizio Bosso, Amedeo Ariano, Igor Caiazza, Giacomo Riggi, Gabriele Evangelista

Ti sei formato come percussionista classico. Al jazz come sei arrivato?
Il jazz è una passione che ho covato per molto tempo, durante gli studi classici al Conservatorio. Ai tempi ero già un batterista, suonavo rock, pop e hip-hop, ma la musica classica, senza accorgermene, mi aveva pian piano stregato e catturato. Così, approfondendo lo studio del vibrafono e della marimba, oltre all’adorato Bach e al solito repertorio contemporaneo che un percussionista accademico deve affrontare durante il percorso di studi, iniziai ad approcciarmi a Piazzolla, le cui composizioni, non a caso, erano un mix tra la musica classica e la musica argentina. Piazzolla è stato, quindi, il ponte tra la classica e il jazz. E del jazz, appassionandomene sempre più, non sono più riuscito a liberarmi! Così, ben presto, utilizzando proprio la parola «libertà», la musica jazz è diventata il mio appiglio alla libertà espressiva che ahimè la musica classica non offre, in quanto accademica, rigida e piena di regole.

Perché hai scelto il vibrafono per questo disco?
Ho ritenuto che tra gli strumenti che suonavo, il vibrafono potesse essere quello con cui avrei avuto maggiore possibilità di esprimermi e di trasmettere quindi la mia musica e i miei sentimenti. La batteria la amo, tant’è che nei live sto suonando quasi sempre la batteria, ma per il disco ho preferito dare una direzione musicale, espressiva, affinché i miei brani potessero avere la forma che volevo.

Hai collaborato – e collabori – con i più grandi direttori d’orchestra. Qual è l’insegnamento che ne hai tratto?
I grandi direttori, come i grandi musicisti, sono umili, semplici, e non hanno bisogno di dimostrare nulla. Ciò che mi ha impressionato è la passione, lo stupore, la devozione e il tempo che nonostante tutto, questi uomini dedicano costantemente alla musica. Claudio Abbado, Pretre, Maazel, direttori con cui ho avuto la fortuna di collaborare prima della loro scomparsa, hanno diretto fino all’ultimo giorno come fosse il primo giorno della loro carriera. Con la stessa passione, dedizione, attenzione ed emozione. Questo credo sia l’insegnamento più grande che un musicista possa apprendere.

E, comunque, tra classica e jazz c’è di mezzo, il pop-rock tra le tue tante collaborazioni. Come è andata anche in questo ambito musicale?
Il pop, il rock, l’hip-hop, sono generi musicali che hanno accompagnato soprattutto la mia giovinezza. Tutt’oggi trovo divertente suonare la batteria e collaborare con artisti di generi differenti dalla classica e dal jazz. Arricchisce, apre la mente e rigenera!

Tu che hai queste molteplici esperienze, trovi diversità comportamentali e di ragionamento tra musicisti di classica, di jazz e di pop-rock?
Le diversità comportamentali, ma soprattutto di ragionamento tra i musicisti di classica, di jazz e di pop-rock sono a dir poco enormi. L’approccio di un musicista classico riguardo un brano che deve eseguire, studiare o registrare è meticoloso. L’idea che ci hanno portato ad avere, a noi musicisti classici, è che bisogna avvicinarsi quanto più è possibile alla perfezione. Ma la perfezione non esiste! Così il musicista classico è alla continua ricerca di qualcosa che non raggiungerà mai! E quindi, studia, studia, studia, la nota, il passaggio, l’intonazione, la posizione, la postura, il suono, ecc. ecc. continuamente per tutta la vita senza mai smettere e senza mai trovar pace! E’ divertente, cioè questo è uno dei motivi per cui mi sono avvicinato al jazz e per cui ritengo che il jazz sia la mia salvezza. Un musicista di jazz è abituato ad improvvisare, quindi è a proprio agio con l’imprevisto. Il musicista classico non ammette proprio l’esistenza di un imprevisto, non suonerebbe mai qualcosa che non è scritto con precisione sullo spartito. Il jazzista ha un approccio trasversale, dà importanza alla moltitudine di un brano, agli accordi, alle linee melodiche e armoniche. Ecco, il musicista di jazz conosce l’armonia, invece non sempre un musicista classico conosce l’armonia (e gli sviluppi di essa) del brano che sta eseguendo. Il musicista di pop, invece, credo sia una via di mezzo tra il musicista jazz e il musicista classico: è libero di interpretare ma non troppo, legato a strutture imposte, al click e al dettaglio del suono, supportando però quasi sempre una voce solista, che è l’elemento fondamentale di un brano. Vorrei ma non posso!

Igor, di cosa ha bisogno il jazz in Italia per poter avere una maggiore visibilità e conquistare un pubblico più giovane?
Il mio pensiero, non solo riguardo il jazz ma riguardo la classica e qualsiasi altro genere musicale ritenuto di nicchia, è che dovremmo smettere di definirli di nicchia. Cioè la musica non può avere classificazioni, etichette e limitazioni, la musica, l’arte, è di tutti! E credo che proprio gli addetti al lavoro dovrebbero iniziare a pensare che i generi musicali non hanno bisogno di arroccarsi, allontanandosi quindi dal pubblico, per diventare un élite. La musica, l’arte, è per il popolo, per le persone, e non solo per le persone colte, che hanno studiato musica e che non vedono l’ora di analizzare un brano dalla prima all’ultima nota. Magari qualcuno va ad un concerto perché dopo una giornata di lavoro è stanco di analizzare, di concentrarsi, di capire. Ciò non significa che bisogna proporre musica banale o di bassa qualità. Semplice non significa banale, o facile da suonare. Mozart insegna! La musica di Mozart è semplice all’ascolto, non è affatto banale, ed è difficilissima da suonare.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Tra i miei impegni, che ho la fortuna di condividere insieme ai miei amici Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Gabriele Evangelista, Alessandro Lanzoni, Giacomo Riggi, voglio evidenziare un concerto il primo Agosto con Nico Gori e due concerti, il dieci e l’undici Agosto, con la splendida Karima, tutti in provincia di Salerno! A breve un calendario dettagliato.
Alceste Ayroldi