Bergamo Jazz (terza parte) – L’altra metà del cielo

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La Sala Piatti, situata a Bergamo alta

Varie sedi, 17-20 marzo

Analizzando il ricco e variegato programma di questa 43esima edizione di Bergamo Jazz (composto da ben quattordici concerti in quattro giorni), vale la pena di soffermarsi sulle presenze femminili e sul loro contributo. Quattro figure ben diverse per estrazione stilistica e culturale: due esponenti della vocalità e due strumentiste che hanno affrontato la pratica del solo.

Della cubana Aymée Nuviola si è già fatta menzione nel primo di questi tre articoli, in merito al suo sodalizio con il pianista Gonzalo Rubalcaba documentato dal progetto Viento y Tiempo che ha concluso il festival al Donizetti. Apprezzata e premiata interprete di un vasto repertorio della musica latinoamericana, Nuviola è dotata di un contralto lucente, stentoreo e possente, che si accompagna a una presenza scenica carismatica e al cordiale rapporto con il pubblico. Il sapiente uso di mezze tinte, inflessioni e sfumature, la capacità di immedesimazione nel testo e una sottile ironia le consentono di trasformare ogni canzone in una palpitante narrazione. Si prendano ad esempio la colorita interpretazione di Bemba colorá di José Claro Fumero o di El Guararey de Pastora di Roberto Bauer, e la Rumba callejera firmata dalla stessa cantante.

Aymée Nuviola, Foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Voce del Trio Correnteza, che ha deliziato il pubblico nel concerto pomeridiano del 20 marzo alla Sala Piatti, Cristina Renzetti è una cultrice appassionata della musica brasiliana. In questo senso ha trovato degli interlocutori ideali in due autentici virtuosi: il chitarrista Roberto Taufic (honduregno di nascita, di origini libanesi, ma brasiliano del Rio Grande do Norte) e il clarinettista Gabriele Mirabassi, profondo conoscitore di un patrimonio che abbraccia Villa Lobos e Pixinguinha, Egberto Gismonti e Antonio Carlos Jobim, Edu Lobo e Chico Buarque. Come il nome suggerisce, il trio concentra la propria indagine sul repertorio di Jobim. La tecnica strabiliante dei colleghi e un consolidato affiatamento garantiscono a Cristina una varietà di soluzioni. Prima porge Chovendo na rozeira e Chega de saudade con grazia e vivacità. Poi infonde ricchezza di sfumature ed enfasi a Retrato em branco e preto. Quindi, conferisce un lirismo struggente a Canta canta mais. Infine, profonde una sana dose di umorismo, accompagnato da stonature studiate ad arte, per interpretare la celebre Desafinado (stonato, appunto). La ricognizione si allarga a Fruta boa di Milton Nascimento e Desejo di Dori Caymmi, per sconfinare poi in altri territori linguistici: Monti di Mola di De André, cantata in gallurese, e Mare maje, dolente canto tradizionale abruzzese legato alle radici della cantante.

Il trio Correnteza: Gabriele Mirabassi, Cristina Renzetti e Roberto Taufic – Foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency

Il primo concerto del festival – il 17 marzo al Teatro Sant’Andrea – ha avuto come protagonista la pianista greca Tania Giannouli, che nel 2020 aveva realizzato il progetto «The Book of Lost Songs» con Maria Pia De Vito e Michele Rabbia. Alle prese con il cimento del piano solo Giannouli ha messo a punto un vasto campionario di procedimenti di preparazione per modificare ed espandere il suono dello strumento: suoni stoppati; percussione, sfregamento e stridori della cordiera; utilizzo di oggettistica. Quanto ai contenuti, la pianista ricorre ad un efficace uso dello staccato e ad arpeggi scorrevoli da cui affiorano melodie evocative di matrice balcanica. Oppure, sviluppa sequenze iterative con un possente, a tratti martellante lavoro sul registro grave. Per ultimo ma non ultimo, esprime appieno il proprio retroterra culturale attraverso il frequente uso di tempi dispari (7/4, 7/8) e l’esplorazione di scale lidie e misolidie.

Tania Giannouli – Foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Il concerto mattutino del 19 marzo all’Accademia Carrara ha messo in luce le qualità della chitarrista Ava Mendoza. Da tempo coinvolta nella scena newyorkese attraverso collaborazioni prestigiose con John Zorn, William Parker, James Brandon Lewis e Nels Cline, Mendoza incarna pienamente un approccio contemporaneo allo strumento elettrico non classificabile in (o riconducibile a) una precisa categoria stilistica. Certamente derivano dal rock indipendente (o post rock che dir si voglia) certe timbriche aspre e corrosive, accompagnate dall’uso efficace del sustain ma mai impiegate per produrre del rumorismo iconoclasta. La costruzione di arpeggi ipnotici, moltiplicati dall’impiego del delay, contribuisce a creare bordoni e fasce sonore che richiamano certe sperimentazioni di Robert Fripp, ma potrebbero discendere per vie traverse dal minimalismo. Opportuni cambi di accordatura consentono alla chitarrista di virare verso una personale rivisitazione delle dodici battute del blues. Una musicista da tenere d’occhio e da riascoltare senz’altro in un contesto di gruppo.

Ava Mendoza – Foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Come già accennato nel primo di questi tre contributi, questa edizione ha segnato un provvidenziale recupero di consuetudini in uso fino al 2019, grazie alla massiccia partecipazione del pubblico (oltre 5000 presenze) e al ripristino del doppio set per i concerti serali. Sono state così premiate le scelte della direttrice artistica Maria Pia De Vito, che hanno abbracciato una vasta gamma di espressioni artistiche ed estrazioni culturali. Merita anche una doverosa segnalazione la rassegna Scintille di Jazz, con cui da alcuni anni il curatore – il sassofonista e compositore bergamasco Tino Tracanna – si prefigge di riservare giusto spazio a giovani musicisti italiani emergenti o già assurti agli onori delle cronache in virtù delle loro doti indiscutibili, come il trombettista Mirko Cisilino e il clarinettista Federico Calcagno. Inoltre, grazie alla collaborazione con la scuola CDpM Europe, è ripreso il ciclo di incontri didattici Incontriamo il jazz, destinato alle scuole primarie e secondarie. Altro evento degno di nota, la mostra fotografica Closed Session di Jimmy Katz (uno dei grandi specialisti del settore) svoltasi nell’ex Chiesa della Maddalena, curata da Luciano Rossetti e Marco Pierini. Nel complesso, un risultato notevole per una città che due anni fa era stata duramente colpita dalla pandemia. Infine, siccome arte e spettacolo non sono scisse dalla vita di tutti i giorni, bisogna rivolgere un plauso all’iniziativa lanciata dalla Fondazione Teatro Donizetti per una raccolta di fondi a favore della popolazione ucraina. Arrivederci al 2023.

Enzo Boddi

Foto di Luciano Rossetti / Phocus Agency, cortesia della Fondazione Teatro Donizetti