Forlì Open Music, VII edizione

Gli impervi percorsi della ricerca

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Ingrid Laubrock, Brandon Lopez e Tom Rainey - Foto di Paolo Carradori

Forlì, Istituto Angelo Masini; Ravaldino in Monte, Area Sismica

3-5 novembre

La settima edizione di Forlì Open Music – curato e promosso dall’associazione Area Sismica – ha confermato con forza il proprio carattere di rassegna pronta a recepire gli stimoli della contemporaneità. Come sempre, i presupposti e gli scopi sono quelli di documentare uno spettro di espressioni che – sotto l’egida della ricerca – spazia tra musica contemporanea di matrice accademica, elettronica e improvvisazione. Valore aggiunto, l’aspetto didattico sostenuto da iniziative rivolte a giovani e giovanissimi. Quest’anno il programma comprendeva tre eventi svoltisi nella Sala Sangiorgi dell’Istituto Musicale «Angelo Masini»: l’incontro-concerto offerto dal pianista Fabrizio Ottaviucci che, partendo da Bach e arrivando fino ai Pink Floyd, ha svelato alcuni aspetti salienti della poetica di Ligeti; il rapporto tra musica e letteratura, illustrato dal clarinettista Paolo Ravaglia e da Federico Sanguineti, figlio del grande Edoardo; la conduction effettuata dal sassofonista Edoardo Marraffa con un ensemble di allievi dell’istituto. Come d’abitudine, gli eventi principali si svolgono nell’auditorium di Area Sismica (situato in località Ravaldino in Monte, a pochi chilometri da Forlì) e ogni sera prevedono tre set molto concentrati.
La serata del 4 novembre sembrava essersi aperta sotto una cattiva stella, e non certo per il valore degli interpreti. Il set di apertura era stato riservato al trio Kammermusik, composto da improvvisatori di notevole statura: Giancarlo Schiaffini (trombone), Errico De Fabritiis (sax alto e tenore), Luca Tilli (violoncello). Non si potrà mai sottolineare abbastanza il ruolo fondamentale svolto da Schiaffini sul fronte delle avanguardie: animatore, a partire dagli anni Sessanta con il Gruppo Romano Free Jazz, della scena improvvisata di derivazione jazzistica; molto attivo anche nell’ambito della musica contemporanea di estrazione accademica, con l’ensemble Nuova Consonanza, con Luigi Nono e Giacinto Scelsi. De Fabritiis è noto soprattutto come membro del quartetto Roots Magic, che ha sagacemente sviscerato la connessione tra blues e avanguardie afroamericane. Altro solista di notevole livello, anch’egli molto attivo nel campo dell’improvvisazione, Tilli ha purtroppo rovinato un concerto che sulla carta si preannunciava di altissimo profilo. Salito sul palco visibilmente ubriaco, ha letteralmente disturbato l’interazione tra i colleghi, lanciando loro frasi sconnesse, baloccandosi con lo strumento, perfino parlando con il pubblico. Chi fosse entrato in quel momento, avrebbe potuto avere la percezione di una performance dadaista degna di Tristan Honsinger, maestro dello stesso Tilli. Purtroppo, solo una clamorosa mancanza di rispetto: per gli spettatori e gli organizzatori, per sé stesso e i colleghi, che hanno reagito in modo composto mettendo presto fine al suo patetico spettacolo.

Kammermusik – Foto cortesia di Area Sismica

Per fortuna, l’increscioso episodio è stato ampiamente compensato dai set successivi. Il duo Gleam, composto da Luigi Ceccarelli all’elettronica e Gianni Trovalusci ai flauti, trae il nome dal disco eponimo pubblicato per la Folderol. La gamma timbrica dei flauti (ottavino, traverso, contralto, basso) – arricchita da soffiato, frullato, slap e suoni stoppati – viene modificata, ritrasmessa e moltiplicata dai procedimenti elettronici. Un affascinante processo di sintesi e trasformazione del suono in una sorta di «meta suono», frutto di un continuo scambio di segnali che rende non solo possibile, ma anche efficace, il confronto tra macchina e respiro, anche quando Trovalusci impugna un tubo sonoro alla stregua di un didjeridoo, aggiungendo un che di ancestrale alla tavolozza sonora.

Gleam – Foto cortesia di Area Sismica

Formato da Eks (Guido Marziale) all’elettronica e ai giradischi, e Tricatiempo (Stefano Costanzo) alla batteria, il duo noise Cadaver Mike propone e incarna un’interessante contrapposizione tra un rumorismo tipico della società post-industriale e quello che si potrebbe definire un tribalismo recondito, insito nell’azione martellante della batteria. Marziale carpisce e riprocessa frammenti dalle sue fonti sonore, creando un intrigante groviglio di impulsi. Costanzo procede a un impiego totalizzante della batteria, costruendo una serie di lunghi assolo costellati di rullate, sostenuti dall’efficace uso dei piatti e integrati timbricamente dalla collocazione di varia oggettistica sui tamburi. Ne scaturiscono sequenze ossessive, talvolta fin troppo insistite, che però ben rappresentano l’alienazione della civiltà occidentale.

Cadaver Mike – Foto cortesia di Area Sismica

Nella mattinata del 5 novembre la Sala Sangiorgi dell’Istituto Musicale «Angelo Masini» ha ospitato l’esecuzione di Canto Ostinato del compositore olandese Simeon ten Holt (1923-2012), nella circostanza per quattro pianoforti affidati ai membri del Chigiana Keyboard Ensemble: Alessandra Gentile, Stefania Redaelli, Luigi Pecchia e Pierluigi Di Tella, autori di un’esecuzione impeccabile per precisione e concentrazione. La composizione prevede una durata variabile a seconda del numero degli esecutori e delle eventuali variazioni. Fondamentalmente si basa sul lento e graduale sviluppo di nuclei melodici e tematici, cui si sovrappongono arpeggi, blocchi di accordi e occasionali, sapienti dissonanze che creano interessanti contrasti. Nonostante gli slittamenti di tonalità, l’iterazione e la stratificazione di frasi e temi, unitamente al loro continuo riaffiorare e ricorrere, determinano una certa ripetitività e dilatazione nella percezione del rapporto tra tempo e spazio. Si potrebbe parlare di minimalismo, ma in realtà siamo lontani dalla poetica dei vari Reich, Riley, Glass e Young. Semmai, sorge spontanea l’associazione con l’approccio di Nyman e i suoi risvolti più accattivanti e commerciali.

Chigiana Keyboard Ensemble – Foto di Paolo Carradori

La serata finale all’Area Sismica ha offerto un crescendo in termini di qualità artistica ed emozioni. Il quartetto Pelle Verde diretto da Walter Prati coniuga in modo equilibrato l’elettronica operata dal figlio Guglielmo con richiami etnici veicolati dal tamburo a cornice di Lorenzo D’Erasmo e la vocalità suadente, evocativa della cantante turca Beyza Çakir che trasmette la musicalità della madrelingua attraverso dei versi di Nazim Hikmet. Sul violoncello elettrico Prati scandisce frasi essenziali col pizzicato e sottolinea i punti salienti con arcate misurate. Dall’azione del quartetto emergono due tratti distintivi: il senso del collettivo; l’intento di condurre un’esplorazione attenta e meticolosa sui timbri e sulle dinamiche.

Pelle Verde – Foto cortesia di Area Sismica

Già ospite dell’edizione 2021 del festival, il pianista Ciro Longobardi si è cimentato in un’entusiasmante versione di Inner Cities#12 di Alvin Curran, in cui il compositore americano (da lungo tempo residente a Roma) paga un affettuoso tributo a Elliott Carter, introducendovi anche alcuni riferimenti a Night Fantasies. Com’è tipico di molte composizioni di Curran, Inner Cities#12 offre un caleidoscopio di situazioni, in cui si alternano un uso differenziato di altezze e dinamiche, un tocco percussivo accentuato, passaggi sottolineati da ostinato, fugaci scorribande condotte anche sul registro grave, improvvisi e rapidi squarci di improvvisazione, clusters martellanti, aree meditative – scandite da staccato – che evocano la poetica di Morton Feldman, accenni al repertorio popolare. Assolutamente a suo agio nell’affrontare il repertorio contemporaneo, come del resto dimostra il suo nutrito curriculum, Longobardi ha portato a termine il percorso con ferrea concentrazione e rigoroso controllo dei parametri timbrici e dinamici.

Ciro Longobardi – Foto cortesia di Area Sismica

La conclusione del festival è stata affidata al trio composto da Ingrid Laubrock (sax tenore e soprano), Brandon Lopez (contrabbasso) e Tom Rainey (batteria). Formazione affiatatissima, simbiotica, che dimostra come dare forma all’informale costruendo gradualmente delle strutture da cellule ritmiche. Che usi bacchette, spazzole, mazze felpate o mani nude, Rainey predispone sempre un alveo ritmico capiente con un approccio spesso circolare, frastagliato, un uso geniale dei piatti e una padronanza granitica delle dinamiche. Lopez mette in mostra un pizzicato corposo, muscolare, ma soprattutto un uso stupefacente dell’arco: incalzante, penetrante, veicolo per la costruzione di pedali potenti. Il suo rapporto spiccatamente fisico con lo strumento lo porta spesso a percuoterne la cassa armonica e allestire duetti e scambi ritmici con Rainey. Sulla base di questo solido impianto Laubrock è libera di elaborare i suoi percorsi. Al tenore possiede un fraseggio corrosivo, abrasivo, dotato di un timbro vetroso. A volte lo priva dell’imboccatura, in altri frangenti produce sovracuti e suoni parassiti. Al soprano esibisce uno stile spigoloso, a tratti geometrico e molto strutturato, che certamente risente della lezione del suo mentore Anthony Braxton. Ne sono risultati un set di formidabile intensità, dal respiro liberatorio, quasi catartico, e una lezione di improvvisazione legittimamente collocabile nell’ambito del jazz contemporaneo.

Ingrid Luabrock, Brandon Lopez e Tom Rainey – Foto cortesia di Area Sismica

Una chiusura più che degna per un festival che, come pochi altri in Europa, ha il coraggio di documentare la ricerca musicale svincolata da barriere stilistiche ed etichette.
Enzo Boddi