Barry Guy al Café Oto: due giorni di residenza che ne riaffermano il mito

Alla vigilia degli ottant’anni, il contrabbassista britannico riunisce alcuni protagonisti storici del jazz creativo inglese per quattro set sospesi fra improvvisazione e precise traiettorie sonore.

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“There are nights where you know you are the center of the Universe, that the place to be on the planet is where you are at, and this is one of those nights. This is literally history in the making!”. Esordisce così Robert Bielecki, filantropo, patrocinatore dell’evento e grandissimo appassionato di jazz creativo, in particolare di quello inglese. In effetti, mancano ormai pochi mesi all’ottantesimo compleanno di Barry Guy, musicista straordinario e figura seminale nella ridefinizione dei canoni estetici e stilistici del jazz britannico a partire dalla fine degli anni Sessanta in poi. Da qui l’idea di celebrare, mentre è ancora nel pieno della sua attività, la musica del grande contrabbassista inglese insieme ad alcuni sedicenti survivors di quella scena.

Il programma si è sviluppato in quattro set distribuiti su due serate. Il primo era suddiviso in due performance di venti minuti ciascuna, affidate ai trii Evan Parker/Barry Guy/Paul Lytton e Trevor Watts/Barry Guy/Ramon Lopez; il secondo riuniva in quintetto tutti i musicisti dei due trii. Il terzo e il quarto set vedevano invece la formazione ulteriormente allargata con la presenza di Veryan Weston, Alexander Hawkins, Paul Dunmall e Percy Pursglove, oltre ai protagonisti della prima serata. Un evento unico e difficilmente ripetibile, che ha visto il gotha del jazz creativo inglese riunito ancora una volta, al servizio del disegno musicale concepito da Guy.

I due set in trio sono stati sicuramente fra i momenti più esaltanti della residenza artistica, molto diversi fra loro ma entrambi incisivi e di grande qualità. Il trio Parker/Guy/Lytton ha una lunga storia, sia in questa configurazione sia attraverso progetti sviluppati parallelamente e, benché non si possa dire che sia mai stato una vera e propria working band, anni di concerti e frequentazioni più o meno assidue hanno cementato una forte comunione d’intenti, fondata anche sulla profonda assimilazione del linguaggio dei rispettivi sodali.

Evan Parker e Barry Guy

In una musica così aperta a infinite combinazioni, l’ascolto reciproco diventa una componente fondamentale per la riuscita della performance. È stato un piacere rivedere Evan Parker esprimersi al sax tenore, dopo un periodo nel quale lo si era ascoltato prevalentemente al soprano. Prezioso e inconfondibile anche l’apporto di Paul Lytton, autore di un drumming nervoso ma mai strabordante, perfetto contraltare alle traiettorie sonore definite dal contrabbasso di Barry Guy, sempre reattivo agli spunti offerti dai compagni di viaggio.

Nel corso dei venti minuti il trio ha attraversato sequenze molto diverse: a tratti muovendosi verso un sound frenetico ma sempre controllato, altrove rifugiandosi in un dialogo più intimo e rarefatto, per poi ripartire lungo nuove traiettorie, segnate dalle atmosfere distopiche proprie del linguaggio di Parker, ottenute anche grazie al tipico ricorso alla respirazione circolare.

Il set Watts/Guy/Lopez si è mosso in una dimensione musicale differente rispetto a quella del primo trio, pur condividendone alcune affinità linguistiche e stilistiche. L’occasione di riunire due antichi sodali come Watts e Guy si era già concretizzata nel luglio 2025 con un concerto poi confluito nell’album «The First Touch». Era dunque trascorso poco più di un anno dall’ultima esibizione di questo gruppo, che aveva a sua volta riallacciato una frequentazione iniziata nel 1969, con la presenza di Guy in un brano di «Prayer for Peace» degli Amalgam, una delle formazioni più significative nella parabola artistica di Trevor Watts.

Trevor Watts e Barry Guy
Trevor Watts e Barry Guy

Per questo set Watts ha utilizzato esclusivamente il sax soprano, mettendo in mostra l’ampiezza del proprio bagaglio musicale. Si sono susseguiti echi di musiche etniche, fraseggi talvolta serrati, altrove più frammentati e capaci di aprire spazi agli interventi di Guy e Lopez. Il drumming di Lopez si è dimostrato efficace nel sostenere con notevole potenza di fuoco il discorso musicale, introducendo talvolta sfumature orientaleggianti grazie anche all’impiego dei bongos.

Lopez Watts Guy

Come Parker, anche Watts ha fatto ricorso alla respirazione circolare, mettendola però al servizio di atmosfere riconducibili a quel global contemporary jazz di cui è da sempre uno degli interpreti più autorevoli, soprattutto dopo l’esperienza maturata con la Moire Music Drum Orchestra. Se nel primo trio a emergere erano state soprattutto le capacità di ascolto reciproco e le atmosfere più introspettive, nel secondo a svettare è stata la forza espressiva dell’eloquio di Watts, sostenuto con altrettanta energia e creatività da Barry Guy e Ramon Lopez. In sintesi, una prima parte della residenza memorabile.

Ramon Lopez/Trevor Watts/Barry Guy
Ramon Lopez/Trevor Watts/Barry Guy

La serata è proseguita con un secondo set affidato a un quintetto decisamente atipico: due batterie, il contrabbasso di Barry Guy al centro e, in prima linea, le ance di Trevor Watts, questa volta al sax contralto, ed Evan Parker. I due sassofonisti sono diventati immediatamente protagonisti del discorso musicale, intrecciando i propri suoni in un flusso continuo e complementare e definendo con chiarezza l’identità del gruppo.

Il contrabbasso di Guy rimaneva saldamente al centro della scena, dettando i tempi e sostenendo il dialogo tra sassofoni e batterie, queste ultime inizialmente delicate e rarefatte, ma ben presto ribollenti di energia quando necessario. Come nelle due esibizioni in trio, anche la performance del quintetto si è sviluppata attraverso continue accelerazioni e frenate del flusso sonoro, con numerose fasi caratterizzate dall’apporto cruciale dei due sassofonisti, sia con sia senza la sezione ritmica, impegnati in un dialogo serrato e, a seconda dei momenti, più o meno paritario. Non sono tuttavia mancati gli spazi per gli interventi solistici di Guy, sapientemente sostenuti dalle batterie di Lopez e Lytton.

Nella seconda serata, come accennato, ai cinque protagonisti della prima si sono aggiunti alcuni ospiti speciali, convocati appositamente per l’occasione: i pianisti Veryan Weston e Alexander Hawkins, il sassofonista Paul Dunmall e il trombettista Percy Pursglove.

Vista la natura estemporanea dell’ensemble, ci si sarebbe potuti aspettare una serie di mini-set decisi sul momento da Guy: soli, duetti, trii e così via. Ma chi conosce il percorso artistico di Barry Guy sa bene che il contrabbassista ha sempre ricercato un’estetica molto precisa nelle sue formazioni allargate, coniugando forme e strutture predefinite con gli slanci espressivi estemporanei dei membri dell’orchestra. Si tratta di un equilibrio precario e difficile da raggiungere, ma Guy ha dimostrato più volte nel corso della carriera di essere uno dei maestri indiscussi di questa particolare ricerca, a partire da «Ode» del 1972 fino alla Blue Shroud Band dei giorni nostri, passando per numerosi altri episodi significativi.

I protagonisti del secondo giorno di residenza durante il soundcheck

Riuniti per la prima volta soltanto durante il soundcheck pomeridiano, i nove protagonisti della seconda serata hanno provato la scaletta preparata per l’occasione da Guy, che prevedeva sì momenti in duo, trio e altre configurazioni ridotte, ma sempre integrati nell’architettura sonora costruita ad hoc dall’insieme degli strumentisti.

Nonostante il tempo limitato per le prove, i nuovi ospiti hanno aggiunto ulteriori sfumature al quadro musicale, ampliando le possibilità espressive già esplorate in trio e in quintetto la sera precedente. Fra i momenti più intensi va sicuramente ricordato il trio di sassofoni Watts-Parker-Dunmall, con quest’ultimo, senza nulla togliere ai primi due, già grandi protagonisti della serata precedente, autore in particolare di una prova maiuscola, molto apprezzata tanto dai colleghi quanto dal pubblico.

Watts Dunmall Parker
Trevor Watts/Veryan Weston/Alexander Hawkins/Paul Dunmall/Evan Parker ©Sean Kelly

Determinante anche l’apporto di Percy Pursglove, grazie a una gamma sonora assai personale e a un intervento volutamente parsimonioso: poche note, ma dal grande peso specifico. Al pianoforte si sono alternati Alexander Hawkins e Veryan Weston, lavorando entrambi prevalentemente per sottrazione e contribuendo con grande misura all’accompagnamento.

Percy Pursglove
Percy Pursglove
Veryan Weston
Veryan Weston
Alexander Hawkins
Alexander Hawkins

Va detto che non tutte le indicazioni fornite dal leader sono state seguite alla lettera, ma questo non ha inficiato la riuscita complessiva dei due set, nei quali sono emerse situazioni musicali molto diverse fra loro e, soprattutto, la chiarezza narrativa dell’impianto sonoro concepito per l’occasione da Guy.

Barry Guy Nonet

Una due giorni di concerti che si è rivelata, dunque, un’ulteriore conferma della statura artistica raggiunta nel corso dei decenni dal contrabbassista inglese, che resta una delle menti musicali più brillanti emerse nella seconda metà del Novecento, ancora pienamente proiettata nel presente. Non ci resta che attendere la prossima riunione di questi pesi massimi del jazz creativo europeo.

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