Louis Sclavis & Benjamin Moussay «Unfolding»
Il prologo del festival era affidato quest’anno al duo Louis Sclavis-Benjamin Moussay, che per l’occasione presentava un programma tratto principalmente da «Unfolding», pubblicato nel 2024 da ECM. Sebbene il primo incontro discografico fra i due risalga a «Le Phare» del 1998, la loro collaborazione è entrata nel vivo nell’ultimo decennio, con la partecipazione di Moussay a diversi progetti di Sclavis, documentati negli album «Frontières», «Characters on a Wall» e «India», realizzati con formazioni differenti. «Unfolding» rappresenta invece un passaggio ulteriore: è il primo lavoro che li vede confrontarsi interamente in duo. Queste tappe discografiche, insieme a un buon numero di concerti, hanno consolidato fra i due una forte unità d’intenti.

Sclavis è da sempre riconosciuto come uno dei maestri della corrente espressionista del jazz europeo, capace di inserire temi e melodie di matrice folklorica e popolare all’interno di un contesto colto, di derivazione prevalentemente jazzistica. Numerose le tappe memorabili della sua importante carriera, che ha raggiunto alcune delle sue vette più alte nel sodalizio con Michel Portal, del quale Sclavis è stato a lungo considerato il più naturale erede.

Il concerto di Parma ha seguito la falsariga del materiale contenuto in «Unfolding», privilegiando atmosfere introspettive, nelle quali il pianoforte di formazione classica di Moussay fungeva da perfetto contraltare al suono cupo e cavernoso del clarinetto basso di Sclavis. Per oltre tre quarti del concerto l’approccio è stato decisamente più cameristico che espressionistico; solo verso la conclusione l’eloquio di Sclavis ha riacquistato quegli elementi così peculiari della sua produzione artistica: una forte predisposizione melodica, la presenza di motivi di derivazione popolare e un fraseggio graffiante e incisivo.
Un concerto prezioso e raro, soprattutto di questi tempi, che aggiunge un ulteriore tassello alla già significativa parabola artistica di Sclavis.
James Brandon Lewis & Chad Taylor «Radiant Imprints»
Uno degli eventi più attesi dell’intero cartellone era certamente il duo James Brandon Lewis & Chad Taylor, alla prima tappa europea del loro tour. I due, come ricordato dallo stesso Lewis, suonano insieme da una decina d’anni e, benché la produzione in quartetto rappresenti la loro collaborazione più nota al pubblico, questa nasce in realtà dal nucleo originario formato proprio da Lewis e Taylor, documentato da «Radiant Imprints» e «Live in Willisau», registrati rispettivamente nel 2017 e nel 2019 e precedenti quindi agli album in quartetto. Non si trattava dunque di un progetto inedito o creato ad hoc, quanto piuttosto di un ritorno alle origini della loro frequentazione artistica.

Per l’occasione il progetto è stato presentato come un omaggio spirituale alla musica di John Coltrane e, in particolare, a «Interstellar Space», inciso in duo con Rashied Ali poche settimane prima della scomparsa del grande sassofonista di Filadelfia e pubblicato postumo nel 1974. Al di là dell’organico comune, Coltrane e James Brandon Lewis hanno naturalmente stili e approcci non del tutto sovrapponibili. Proprio per questo Lewis non appare mai come un semplice imitatore del linguaggio coltraniano, ma come un musicista capace di assorbirne l’influenza, farla propria e metterla al servizio della propria visione.
Sebbene non sia una formazione molto frequentata, la formula sax tenore-batteria è stata utilizzata nel tempo da illustri interpreti del jazz più avanzato: si pensi ai duo Dewey Redman-Ed Blackwell o Archie Shepp-Max Roach. In un organico così essenziale è quasi inevitabile che le personalità dei protagonisti emergano con particolare forza e nitidezza. E il duo Lewis-Taylor non ha fatto eccezione.

La scaletta, composta principalmente da brani originali, si è articolata attraverso situazioni differenti: alcune più meditative, altre decisamente più torrenziali, sempre sapientemente alternate nel corso del concerto. I principi espressivi del Molecular Systematic Music elaborato da Lewis sono chiaramente presenti anche in questa dimensione: piccole cellule sonore, organizzate principalmente in triadi, costituiscono la base del suo linguaggio. Un approccio strutturato e rigoroso, dal quale emergono con regolarità figure, intervalli e soluzioni melodiche riconoscibili, ormai divenuti elementi fortemente caratterizzanti della sua estetica.
L’intesa con Chad Taylor è immediata, anche alla luce della lunga frequentazione che unisce i due musicisti. Taylor, dal canto suo, è considerato da molti uno fra i più autorevoli continuatori dell’eredità artistica di Elvin Jones, soprattutto per la natura propulsiva e poliritmica del suo drumming. Ad ampliare ulteriormente la tavolozza sonora contribuiva la mbira, strumento di origine africana utilizzato dal batterista in alcuni momenti del concerto.
In sintesi, si è trattato di un altro progetto pienamente riuscito per James Brandon Lewis, autentico Re Mida del jazz contemporaneo: un’ulteriore conferma di quello che, per lui, è stato a tutti gli effetti un anno di grazia.
Anders Jormin & Natalia Rogantini – Una Stanza per Caterina
Il concerto dedicato alla memoria di Caterina Dallara è stato affidato al duo contrabbasso-voce formato da Anders Jormin e Natalia Rogantini, nella suggestiva cornice della Chiesa di San Vitale, nel cuore del centro cittadino.
Il nome di Jormin è da sempre legato alla scena nordica e, in particolare, all’universo ECM, per il quale ha inciso oltre quaranta dischi, da leader e da sideman, nell’arco degli ultimi trentacinque anni, collaborando con musicisti del calibro di Charles Lloyd, Don Cherry, Tomasz Stańko e Bobo Stenson. Proprio con il trio di Stenson era tornato a Parma due anni fa, protagonista di un concerto di altissimo livello, successivamente trasmesso da Radio3 Rai.

La musica di Jormin continua a esercitare un’influenza tangibile anche sulle generazioni più giovani, come dimostra questo incontro. L’interesse di Natalia Rogantini per il contrabbassista svedese risale infatti agli anni del conservatorio, quando gli dedicò la propria tesi di laurea. Da quella ricerca nacque anche «Quies Silentium», album d’esordio in solo, autoprodotto nel 2021 e interamente dedicato alla musica di Jormin. Questo concerto ha rappresentato quindi il naturale sviluppo di un percorso di studio e di confronto maturato nel tempo.

Come lasciava intuire un organico così essenziale e poco frequentato, la musica si è sviluppata soprattutto attraverso atmosfere rarefatte e sussurrate, costruite sul dialogo intimistico fra i due protagonisti. La voce soave e molto personale di Rogantini guidava un percorso sonoro attraverso testi di Petrarca, Antonia Pozzi e Shakespeare, avvolgendoli in un’aura di misticismo tipicamente nordico e trovando nel contrabbasso di Jormin un sostegno discreto, misurato ma sempre estremamente reattivo.
La natura stessa del progetto, così ridotto all’essenziale, finiva però per limitarne in parte la varietà dinamica ed espressiva, mantenendo il concerto entro coordinate sonore piuttosto definite. Più che un punto d’arrivo, dunque, l’incontro fra Jormin e Rogantini è sembrato soprattutto un promettente punto di partenza, dal quale potranno svilupparsi ulteriori traiettorie musicali.

Nel complesso, una prima parte di festival variegata e particolarmente riuscita, capace di mettere insieme proposte molto diverse tra loro ma accomunate da una forte identità artistica. Tre concerti lontani per linguaggio, formazione e atmosfera, uniti però da una programmazione coraggiosa, poco incline alle formule più prevedibili e sempre attenta alla qualità. Un inizio che conferma ancora una volta la capacità di Parma Jazz Frontiere di muoversi fuori dai percorsi più battuti senza rinunciare alla solidità delle proposte.
