«…In Becoming…». Intervista a Nicola Concettini

Tutti brani originali per il nuovo lavoro discografico del sassofonista e compositore di Campobasso, pubblicato dalla BIJ Records. Ne parliamo con lui.

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«…In Becoming…» nasce da un’idea di musica come processo, più che come prodotto: quando hai cominciato a sentire che questo «divenire» poteva trasformarsi in un progetto musicale preciso?
Il progetto ha preso forma quasi inavvertitamente durante un periodo di intensa ricerca, studio e riflessione su diversi aspetti, musicali e non solo. Da quel percorso sono nate le prime idee che si sono materializzate in brani: ricerche che aprivano nuove strade e studi che sprigionavano nuovi elementi compositivi, fino a ritrovarmi tra le mani un numero considerevole di bozze da portare in sala prove. Nonostante il flusso di idee continuasse a generare spunti e a tracciare nuove possibilità, ho sentito che era il momento di iniziare a lavorare sul materiale già esistente insieme al gruppo per determinare un suono d’insieme. Mentre il lavoro collettivo andava avanti le nuove intuizioni davano vita ad altre composizioni. La sequenza stessa delle tracce nell’album rimarca questo percorso di evoluzione sotto vari punti di vista, mettendo in luce un’analisi e uno studio in costante divenire: «…In Becoming…» è proprio questo, un progetto musicale che cattura un’istantanea di un processo tuttora aperto.

Parli di «…In Becoming…» come di un ponte fra passato e futuro: quali elementi del tuo percorso musicale riconosci oggi come fondamentali per arrivare a questo disco?
Credo che per un artista un disco sia sempre la sintesi di ciò che ha attraversato, sia nel passato recente che in quello più remoto. In «…In Becoming…» convergono esperienze diverse, influenze artistiche, sensazioni ed emozioni che mi accompagnano da tempo. È come se ogni tappa della vita artistica ci spingesse a fissare un punto: tutto il mio percorso, con le sue sfaccettature, si ritrova qui e parla con voce quanto più possibile unica. Se molti stimoli provengono dal mondo esterno, sul piano strettamente musicale ritrovo nel disco le fondamenta della mia formazione: la ricerca di linee melodiche armoniose, la sperimentazione su ritmi e armonie, la cura del timbro, la ricerca di un’identità sonora specifica, ma soprattutto l’inclinazione per l’improvvisazione e per una creazione collettiva fondata sull’estemporaneità.

Perché i puntini di sospensione iniziali?
Indicano una porta aperta in entrambe le direzioni: una rivolta al passato da cui confluiscono le influenze, l’altra aperta sul futuro dove l’ispirazione prende nuove strade. I puntini di sospensione sono l’emblema del titolo ed esprimono la trama profonda del disco meglio di qualsiasi altra spiegazione.

Le composizioni si muovono attraverso strutture aperte, temi in trasformazione e ampi spazi improvvisativi: come stabilisci il punto oltre il quale la scrittura deve lasciare spazio all’improvvisazione?
Ogni mia composizione nasce con una struttura studiata per esplorare le potenzialità espressive di un’idea, di un concetto o di un preciso materiale armonico e ritmico.
Il mio obiettivo non è mai stato quello di ingabbiare la musica, ma di offrire ai solisti una mappa dettagliata: fornisco indicazioni precise sul linguaggio, sul clima emotivo e sulla ricerca timbrica per orientarli verso l’anima del brano. Il punto d’incontro tra scrittura e improvvisazione nasce proprio qui: la scrittura definisce l’architettura e la direzione del viaggio, ma si arresta esattamente dove l’interpretazione individuale e la sensibilità del gruppo possono fare la differenza. Quando sento che la struttura è sufficientemente forte da sostenere l’idea, mi fermo e lascio che siano i solisti a completare il disegno in modo libero ed estemporaneo.

Nel tuo linguaggio convivono jazz moderno, improvvisazione libera e suggestioni provenienti dalla musica colta contemporanea: sono mondi che senti realmente separati o, per te, appartengono ormai a un unico vocabolario?
Senza dubbio si tratta di concetti che richiamano periodi e visioni differenti ma che, al tempo stesso, possono concorrere alla creazione di un unico linguaggio. Nell’assemblare i pezzi del mio passato attraverso la musica non mi sono posto alcun vincolo: ho seguito l’inconscio, mettendo su carta le idee in modo del tutto istintivo. Ciò che mi ha sorpreso è stato proprio il riscontrare, in maniera del tutto spontanea, elementi riconducibili ai vari stili interiorizzati nel mio percorso di formazione. Credo sia proprio questa spontaneità uno degli elementi chiave del lavoro, un unico vocabolario in grado di dare un’impronta identitaria forte e personale al progetto.

La ricerca timbrica sembra avere nel disco un ruolo quasi paritario rispetto a melodia e armonia: quando componi, pensi prima alla forma musicale o al suono concreto che vuoi ottenere?
Melodia e armonia sono nate di pari passo con la ricerca sonora, guidate da sensazioni ed esperienze che volevo tramutare in musica. Non c’è stata una vera e propria cronologia: mentre sviluppavo le idee musicali, pensavo già a come trattare le sezioni, i singoli strumenti e i colori che gli stessi potessero dare alle composizioni.  La mia passione per l’arrangiamento mi ha portato a concepire il quintetto come una piccola orchestra, sfruttando le combinazioni timbriche per sfumare i colori di ogni passaggio secondo il mio gusto. In fase di orchestrazione mi sono poi concentrato sul suono specifico delle sezioni, tenendo sempre ben in mente la personalità di ciascun componente della band. Infine, in studio ho condiviso questo lavoro con il collettivo, lasciando spazio alla sensibilità e al gusto estetico di ognuno.

Nicola Concettini

Quanto è importante, nella tua scrittura, lasciare deliberatamente delle «zone d’ombra», cioè spazi nei quali i musicisti possano intervenire modificando la forma originariamente concepita?
Stimo moltissimo i miei musicisti e ne ammiro il valore artistico: trovo che il loro contributo sia fondamentale e complementare alla trama dei miei racconti. Per questo motivo ho voluto lasciare delle aree interamente libere, nelle quali ho indicato soltanto una semplice sequenza di suoni o piccole cellule armoniche da esplorare a proprio piacimento, con la massima libertà interpretativa sia a livello individuale che collettivo. Posso affermare che il risultato soddisfa a pieno le mie intenzioni stilistiche e compositive. Sono davvero felice di come i musicisti si siano calati nella trama del racconto con grande trasporto, e di come siano riusciti a mettere in risalto la vera identità del brano.

Il quintetto è nato nel marzo 2025 e, in poco più di un anno, è passato da un repertorio comprendente anche arrangiamenti di standard a uno interamente originale: quanto questa evoluzione ha modificato la tua idea di leadership?
Ho puntato su un programma interamente originale per dare valore al progetto e mettere in risalto la mia creatività. Per rendere ciò possibile ho dovuto acquisire consapevolezza sulle mia identità artistica e adoperare le giuste misure per esternare la mia sensibilità interiore.

Quanto delle singole personalità di Giovanni Di Carlo, Lewis Saccocci, Vincenzo Quirico e Giovanni Campanella è entrato nella scrittura di «…In Becoming…»?
Il supporto che Giovanni, Lewis, Vincenzo e Giovanni hanno dato al progetto fin dalla sua fase embrionale è stato fondamentale. Hanno creduto in «…In Becoming…» fin dal primo momento, mettendo la loro sensibilità e piena disponibilità al servizio del gruppo per far maturare e far crescere le idee condivise. Sotto questo aspetto mi ritengo davvero fortunato ad avere accanto non solo musicisti straordinari, ma soprattutto amici che sostengono profondamente l’iniziativa. Il loro apporto in termini musicali è evidente nel disco con esecuzioni straordinarie, a tal proposito credo che il forte legame di amicizia che ci unisce sia stato un fattore determinante per raggiungere questa intesa: un concetto astratto ma che trova un chiaro riscontro nella musica creata insieme.

Hai scelto di includere anche synth e sperimentazione elettronica: che cosa cercavi nell’elettronica che il solo organico acustico non ti permetteva di raggiungere?
Non possiamo esimerci dal cambiamento: come evolve l’essere umano, così si evolvono la tecnologia, le correnti artistiche e i nostri modi di esprimerci. Pur rimanendo ancorato ai codici espressivi della nostra tradizione musicale, sento la responsabilità di esplorare nuovi percorsi per ricercare una dimensione espressiva personale. L’elettronica rappresenta per me proprio questo: un’estensione del mio immaginario sonoro. Nei synth non cercavo una rottura con il passato, ma un ampliamento delle possibilità: una tavolozza timbrica e compositiva più ricca, dei colori in grado di esprimere ciò che il solo organico acustico non riusciva a tradurre del tutto. Spetta a noi artisti saper cogliere le innovazioni tecnologiche e orientarle nella giusta direzione; mi auguro che il mio lavoro possa offrire uno piccolo stimolo in questo senso.

Nicola Concettini

Se la musica è davvero «in divenire», come sostieni, che cosa accade quando un brano viene fissato definitivamente su un supporto discografico? La registrazione chiude un processo o ne documenta soltanto una fase?
La sequenza delle tracce che compongono il disco documenta esplicitamente un flusso di idee in continua trasformazione: con questa registrazione sono riuscito a catturare un momento specifico di un percorso che affonda le radici nel passato e si espande verso nuovi orizzonti. La registrazione non chiude il processo, ma ne fissa una fase importante, raccontando le modalità e le correnti che la alimentano. Oggi, mentre mi godo il risultato raggiunto, continuo a lasciarmi trasportare da questo flusso di stimoli, proseguendo il mio viaggio alla ricerca di nuove possibilità espressive.

Il 19 settembre presenterai «…In Becoming…» al Teatro Palladium di Roma, nell’ambito del ‘diumJazzFEST: quanto pensi che la dimensione dal vivo possa mettere ulteriormente in discussione, trasformare o persino tradire le forme che hai fissato nell’album?
La dimensione dal vivo, unita all’imprevedibilità e al calore del pubblico, mi stimola enormemente: non vedo l’ora di scoprire come i brani si plasmeranno a contatto con gli spettatori al Teatro Palladium. La riuscita di un concerto non dipende solo dalla qualità dell’esecuzione, ma dallo scambio di energie che si crea in sala. Il pubblico ha un ruolo attivo: le sue reazioni guidano le nostre emozioni sul palco e possono spingerci a prolungare un assolo, cambiare dinamiche o esplorare deviazioni improvvise rispetto al disco. L’album fissa una traccia, ma sul palco la musica torna a essere pura materia viva.

Nicola Concettini

Quali sono i tuoi obiettivi?
A breve termine, mi auguro che il disco riscontri il favore del pubblico e possa essere eseguito nei prossimi mesi in contesti di settore e a nuove platee. Sto già lavorando per esplorare nuove vesti di questo progetto insieme ad altre realtà musicali, mi auguro che le idee si tramuteranno in progetti concreti in breve tempo. Tornando alla genesi del lavoro, il processo di innovazione e trasformazione delle idee è in continuo divenire: sto già gettando i primi semi per quello che sarà il prossimo capitolo discografico.

Quali, invece, i tuoi prossimi impegni?
La mia fase estiva si conclude con gli ultimi concerti all’interno di alcuni festival dislocati sul territorio nazionale, seguiranno alcune ospitate e collaborazioni con gruppi romani nei jazz club della capitale.  Il prossimo novembre uscirà un nuovo disco scritto a quattro mani con il batterista Federico Chiarofonte (con la collaborazione di Jordan Corda al vibrafono e Vincenzo Quirico al contrabbasso) e prodotto dalla BIJ Records.
Il progetto sarà eseguito in anteprima il giorno 18 settembre presso il teatro Palladium nell’ambito del ‘diumJazzFEST.  Si prevede una nuova stagione ricca di concerti, viaggi, fantastiche esperienze e bella musica.
Alceste Ayroldi

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