«Vadda Unni Su». Intervista ad Agostino Marangolo e Carlo Pennisi

Agostino Marangolo e Carlo Pennisi sono due figure storiche della musica italiana: il primo, batterista dei Goblin, New Perigeo e collaboratore di Pino Daniele; il secondo, chitarrista e compositore, protagonista della stagione progressive e jazz-rock con Flea on the Honey, Flea ed Etna e poi nei Goblin. Il 28 agosto è uscito il loro disco, con numerosi ospiti, per la Bobo Records. Ne parliamo con loro.

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«Vadda Unni Su» arriva dopo una storia musicale che affonda le radici negli anni Settanta: quando avete capito che era arrivato il momento di trasformare una lunga complicità artistica e umana in un progetto discografico a vostro nome?
A.M. Tra me e Carlo c’è un rapporto di parentela, siamo cugini di primo grado e abbiamo cominciato a suonare insieme fin dalla Sicilia, quando avevamo 16 anni. Dopo esserci trasferiti a Roma c’è stata un’unione forte, sia di parentela che di gruppi fatti insieme, fino a che Carlo a fine anni Ottanta si trasferì in America, facendo ritorno in Italia nel 2019-2020. Così, dopo 35 anni, decidiamo di rifare un prodotto insieme con la maturità e l’età che ci consente di fare finalmente una cosa come desideriamo noi, senza nessuno scopo di pensare al guadagno, di andare in classifica o di vendere. Solo il piacere di fare della bella musica in tarda età con la saggezza e l’esperienza acquisita.
C.P. Sì ,al mio ritorno dagli Stati Uniti  ho avuto un bel momento creativo. Avevo da parecchio delle idee nel cassetto e ho pensato che sarebbe stato bello lavorare in un nuovo progetto con Agostino, senza pensare troppo alla collocazione di genere, ma fare solo quello che ci piace visto il nostro passato, l ’affinità di gusti, l’istinto musicale che ci ha sempre legato.

Il titolo «Vadda Unni Su», espressione siciliana che rimanda all’idea di «guarda dove sono», sembra contenere una dichiarazione di poetica: quanto c’è, in questo disco, di memoria e quanto invece di volontà di guardare ostinatamente in avanti?
A.M. Non ha nessun riferimento con lo scopo, con la musica, con il progetto. È una frase storica che dei trasportatori di mobili siciliani hanno detto, portandoci un vecchio tavolino della nostra famiglia dalla Sicilia a Roma: «Vadda Unni Su». Questa frase ce la siamo riportata per 60 anni e casualmente è diventata il titolo di questo disco. In questo progetto non c’è tanto di andare avanti, anche perché abbiamo più di 70 anni, quindi questo sarà l’ultimo. C’è tanto del piacere di fare musica in un momento in cui l’aspetto culturale in generale in questo Paese sta andando sottoterra: il motivo è il mero piacere di fare musica fatta bene.
C.P. Spero possa essere l’inizio di un nuovo capitolo musicale che ci lega musicalmente e umanamente.

Agostino Marangolo

Il disco comprende sei composizioni originali, tutte firmate da voi. Qual è stata la scintilla iniziale: un’idea musicale, un’improvvisazione, un’immagine, un ricordo o piuttosto il desiderio di verificare che cosa potesse accadere mettendo nuovamente insieme le vostre due personalità?
A.M. Carlo è stato sempre un grande produttore e un grande compositore. Già nei nostri progetti passati è stato il compositore principale insieme a mio fratello Antonio Marangolo. È stato sempre un grande produttore e un grande arrangiatore, ha lavorato con Riccardo Cocciante, con Paola Turci, Nino Buonocore, in America ha fatto produzioni importanti. Lui produce continuamente e aveva questo progetto elettrico in testa. Quando uno è a Miami e uno a Bari ti passa la voglia di fare le cose, con questo progetto ci siamo visti, abbiamo parlato: è più facile lavorare. Aveva tanti di quei bei pezzi, mi ha detto: “Voglio fare questo progetto con te, ovviamente lo facciamo insieme, dopodiché invitiamo gli amici e cerchiamo di fare una cosa che riguarda un po’ quello che abbiamo fatto quando eravamo in Italia”.
C.P. Come ho detto la scintilla è stata la voglia di fare un progetto insieme, ammiccando un po’ al nostro passato ma, soprattutto, una gran voglia di dimostrare anche a noi stessi che siamo ancora rilevanti e abbiamo storie da raccontare.

Ascoltando «Vadda Unni Su» emerge una dialettica fra strumenti suonati e dimensione elettronica, fra materia acustica e costruzione in studio. Volevate deliberatamente sottrarvi alla tentazione di realizzare un disco semplicemente «vintage», legato alla vostra storia?
A.M.
Sinceramente noi non abbiamo mai pensato, è stato sempre il nostro difetto: i nostri prodotti non li abbiamo mai venduti, perché le cose nostre o erano troppo avanti o non piacevano. Questa volta non c’era nessun indirizzo, secondo me questo progetto di adesso è più alla portata dell’ascoltatore anche non preparato. Quando arrivi a un certo punto, non solo nella musica ma nel modo di vedere la vita, le cose hanno un sapore completamente diverso e sei molto più sereno, perché quello che dovevi fare l’hai fatto. A 30 anni hai la voglia di far vedere che sei bravo o di successo, a questo punto è veramente una cosa così pacata e pensata più per il gusto di fare una bella cosa, piuttosto che pensare ai riferimenti. È una riflessione a questo punto della nostra vita.
C.P. Come dice Agostino, la realtà di oggi è spesso collaborare via digitale anche a distanza, quindi anche se avessimo desiderato di trovarci in studio tutti insieme, logisticamente  sarebbe stato improbabile e difficile…Ed è vero anche che noi siamo stati sempre un po’ troppo avanti con i concetti musicali. Adesso è molto più facile esprimersi senza restrizioni..

Carlo, in questo progetto sei contemporaneamente chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore e responsabile di missaggio e mastering. Quanto cambia il modo di concepire la musica quando il musicista può controllare praticamente l’intero processo produttivo?
Per me è sempre stato naturale riuscire ad unire la parte creativa con il processo di realizzazione o produzione. Quasi va di pari passo, e sono anche sempre stato, da un certo punto in poi, competente nell’uso della tecnologia e nell’uso di sonorità diverse. Il modo di concepire la musica non cambia, perché parte sempre da un’idea che hai in testa e ti immagini già’ dove vuoi andare alla fine quasi sempre. Ma sei sempre in controllo del processo produttivo.

Carlo Pennisi

Agostino, la tua batteria è immediatamente riconoscibile per il modo in cui coniuga precisione, potenza e una forte caratterizzazione timbrica. Come hai affrontato, questa volta, il rapporto con una produzione che lascia ampio spazio a programmazioni, tastiere e stratificazioni elettroniche?
Guarda, oggi con la possibilità del digitale si lavora di più: hai un computer, hai un modo per registrare, non avevamo scadenze, non avevamo nessun contratto. Io ho lavorato molto sui pezzi, nel senso di suonarli parecchio. Nel caso di un progetto tuo hai la possibilità di escludere le porcherie, suonandolo per un mese, risentendolo. Vai a togliere la cosa che non ti piace, dal punto di vista dell’istinto forse è più brutto perché tu ci lavori troppo, fai la cosa precisa. Negli anni Settanta si lavorava tutti insieme, ognuno metteva del suo e c’era l’errore. Allora io ho fatto un po’ e un po’: mi sono studiato il pezzo che lui mi mandava, poi lo registravo, però nella registrazione finale ho dato possibilità ad entrambi di fare tre take su ogni traccia. Una d’istinto, una più mirata, una più radiofonica e poi alla fine è stata scelta sempre quella d’istinto.

Nel disco compaiono musicisti come Ernesto Vitolo, Pierpaolo Principato, Francesco Chiari, Gigi De Rienzo e Dino D’Autorio. Perché avete sentito l’esigenza di ampliare il vostro dialogo con queste specifiche presenze?
A.M. Come dicevo prima, loro sono amici, abbiamo condiviso tournée, abbiamo condiviso progetti. Io con Gigi ho registrato «Pino Daniele», ci conosciamo dal 75-76 e tutt’oggi suoniamo insieme nel progetto Nero a metà. Quindi è un amico del cuore, Ernesto Vitolo uguale, sono i due napoletani con cui ho condiviso Pino. Pierpaolo Principato è un amico romano, io ho vissuto a Roma per 46 anni ed è un pianista con cui ho condiviso dei gruppi di musica mia o di musica sua. Dino D’Autorio è stato a Roma con noi quando si registrava l’album «Riccardo Cocciante» e si lavorava molto in studio. Francesco Chiari è un grandissimo amico di Carlo, perché è il figlio del fonico Mauro Chiari con cui noi abbiamo lavorato negli anni Ottanta. È una reunion di vecchi amici.
C.P. E’ stato importante avere altri amici a bordo, con cui abbiamo diviso tante storie negli anni. Io vedo questo progetto quasi come una legacy per chi siamo stati e per chi siamo e, come ha detto Agostino, è una reunion di vecchi amici. Devo  menzionare anche Alessandro Centofanti, che non e’ piu’ con noi, ma che mi  ha ispirato uno dei brani: Amici Per La Pelle.

Quanto hanno inciso le personalità dei musicisti ospiti sull’assetto definitivo dei brani? Erano chiamati a interpretare parti già definite oppure avete lasciato spazio alla loro imprevedibilità?
A.M. Qualcuno l’abbiamo lasciato libero, soprattutto negli assoli di pianoforte. Nelle parti di basso Carlo aveva scritto una partitura già definita. Quindi i musicisti, soprattutto i bassisti, hanno rispettato l’idea iniziale di Carlo che era perfetta secondo tutti, e poi ci hanno aggiunto la loro personalità.

C’è un brano del disco che, più degli altri, considerate una sorta di manifesto del vostro attuale modo di intendere la musica?
A.M. Il brano a cui siamo più attaccati e che consideriamo il brano più avanti, più moderno e come diciamo noi “da capire”, è Le Tre Grazie. Apparentemente sembra molto semplice ma è un semplice complicatissimo: se lo vai ad ascoltare con l’orecchio e la cultura di musicista, capisci che nella sua semplicità è il pezzo più difficile da suonare, e secondo noi è il più originale.
C.P. D’accordo con Agostino, Le Tre Grazie è anche secondo me il brano più eclettico, devi ascoltarlo più volte per percepire tutte le nuance  nascoste qua e là.

Agostino Marangolo

Il vostro disco sembra collocarsi in una zona volutamente difficile da catalogare: progressive, jazz-rock, musica elettronica, funk, mediterraneità e linguaggio cinematografico convivono senza diventare semplicemente citazioni. Vi interessa ancora il problema delle categorie oppure pensate che oggi siano diventate soprattutto strumenti utilizzati dalla critica?
A.M. Le categorie nella musica ci sono state sempre e ci sono ancora. Io sinceramente qua di elettronica ci sento e ci vedo pochissimo, perché è molto suonato da parte di tutti. È chiaro che ci sono delle influenze legate a quei momenti in cui negli anni 70 abbiamo ascoltato Mahavishnu Orchestra, Weather Report, Miles Davis, Herbie Hancock e quel mondo legato al jazz rock. È pur vero che noi, come session men, avendo fatto anche molta musica pop leggera con Nino Buonocore, Paola Turci, Riccardo Cocciante, Pino Daniele, De Crescenzo, Amii Stewart, Mike Francis, c’è un modo anche di suonare molto meno difficile. La collocazione però non è facile, soprattutto in Italia. Questa musica non ha nessun mercato. Questa è musica che va soltanto in una parte dell’America, oppure nei paesi tipo Norvegia, Svezia e Giappone.
C.P. Secondo me il fatto che il nostro lavoro sia difficile da catalogare è un pregio, nel senso che può arrivare a diversi tipi di ascoltatori che amano una cosa o l’altra. Non c’è un mercato specifico per questa musica, ma potrebbe benissimo sconfinare in altri Paesi, come Scandinavia, Giappone e diventare un disco “cult”, vedi Etna.

Quanto è rimasto, nella vostra sensibilità attuale, di quella stagione in cui il progressive e il jazz-rock italiani cercavano un’identità autonoma rispetto ai modelli anglosassoni?
A.M. Il periodo storico che abbiamo vissuto noi, dal punto di vista culturale e musicale, è il migliore da prima di Gesù Cristo fino a oggi, perché dal 1960 alla fine degli anni Settanta è stato fatto tutto quello che oggi ancora viene suonato, da Ornette Coleman a Miles Davis, a Keith Jarrett, a Herbie Hancock, a Chick Corea ad Aretha Franklin, a Wilson Pickett, a James Brown, a Pink Floyd, a Genesis, a Led Zeppelin. Io non credo che dalla fine degli anni Novanta al 2026 si possano citare tutti questi nomi e che possano durare 50 anni, al massimo posso citare gli U2. Oggi c’è gente che suona ancora i Led Zeppelin e Jimi Hendrix. Negli anni Settanta a Roma non c’erano cantautori, i Venditti, i De Gregori, i Cocciante venivano presi a fischi nei festival pop. C’era la Premiata Forneria Marconi, il Banco, gli Osanna, i Trip, c’eravamo noi, i Rovescio della Medaglia, i Raccomandata Ricevuta di Ritorno, Balletto di Bronzo, e nei locali romani si suonava solo quella roba lì. Noi andavamo ad ascoltare al Titan i Pooh, che facevano le cover dei Beatles. Avendo vissuto quel momento così forte, a noi è rimasta una saggezza che i ragazzi di oggi non hanno, perché noi quando dovevamo imparare qualcosa la dovevamo ascoltare. Oggi c’è la cultura del guardare, siamo tutti fottuti con il telefono. Noi non vedevamo neanche la faccia dei batteristi, quindi dal vinile dovevamo tirare giù le cose che ci piacevano.
C.P. Noi ci siamo evoluti musicalmente in quegli anni, dal Jazz al Rock alla Fusion al Prog e, come dice Agostino, abbiamo dovuto imparare tutto ascoltando: niente YouTube, Facebook, tutorial, o notazioni. Siamo quindi imbevuti di quegli anni, siamo le stesse persone, ma più saggi, più responsabili, ma ancora avidi di provare nuove cose.

Voi provenite da una stagione musicale nella quale i musicisti potevano permettersi di rischiare, contaminare linguaggi e costruire percorsi meno prevedibili. Che cosa aveva quella scena che oggi, secondo voi, è più difficile trovare?
A.M. Innanzitutto, non eravamo stressati dal denaro, perché il problema del denaro non esisteva in quel momento. La sola gioia di essere riusciti a fare questo lavoro a 22-23 anni ci metteva in una condizione di fare solo quello che ci piaceva ed essere diversi dagli altri. Non si inseguiva uno scopo economico, ma si inseguiva un’idea artistica, cioè quella di essere più figo di un altro. Quando come Goblin abbiamo fatto Profondo Rosso o Suspiria, ma chi ci pensava ad andare primi in classifica e a vendere 900 mila copie? Noi pensavamo a fare una cosa diversa. Una volta avevamo la cantina, andavamo a suonare e a creare. Premiata, Banco, Goblin, sono progetti nati in cantina che hanno fatto storia. È il sacrificio, è il lavoro che porta poi al futuro.
C.P. Le cantine, i club dove si suona, la voglia di trovarsi insieme, gli scambi di tutti i tipi.
Oggi i musicisti stanno a casa ad imparare tutto quello che c’è da imparare; una corsa a chi suona piu’ veloce o fare delle cose che prima erano impossibili e inconcepibili. Noi abbiamo imparato rischiando, buttandoci nell’arena anche quando non eravamo pronti.

Carlo Pennisi

Avete vissuto in prima persona l’esperienza di Flea on the Honey, Flea ed Etna: quanto di quella libertà, anche ingenua e visionaria, è ancora presente nel vostro modo di fare musica?
A.M. C’è un’età per tutto, questa è la verità: a 17, 18, 20 anni ti sporchi le mani, suoni con uno spirito diverso, non hai paura di niente e i progetti sono fatti con quello spirito. Oggi c’è la consapevolezza di aver fatto delle cose in passato e che oggi si fanno con un criterio completamente diverso, non solo nel pensare un progetto artistico, ma anche nel modo di suonare. Se hai continuato a farlo, c’è un vantaggio: che non fai più la cosa sbagliata. Da giovane ti butti e fai o grandi cagate o capolavori. Quindi un tempo si fanno certe cose e poi dopo se ne fanno altre.
C.P. C’è ancora una certa ingenuità in quello che facciamo, secondo me, ma è più controllata e l’esperienza prevale per la maggior parte. Anche l’istinto che abbiamo avuto prima c’è sempre.

Guardando oggi a quegli anni, vi sembra che la critica e l’industria discografica italiana abbiano compreso davvero il valore di quella scena oppure che molte esperienze siano state riconosciute soltanto retrospettivamente?
A.M. Molti l’hanno capito che c’è un valore passato, è inevitabile, perché così si riscopre Enzo Carella, Rino Gaetano, tutti quei progetti che sono stati un po’ snobbati. Il problema è che allora ce n’erano altri 25-30 dello stesso impegno. Oggi, quando fai una cosa di cultura, fai più differenza. Io non so se la discografia dei nostri anni ha ragionato come abbiamo ragionato noi: senza pensare al profitto. Oggi è drammatico il discorso discografico. Qualsiasi produttore che una volta ti prendeva da zero e ti faceva il vestito, oggi ti butta in un talent e se vai bene vai bene, se vai male vai male. Il problema oggi è troppo legato ai soldi. Una volta la discografia faceva anche cose che non portavano soldi. Nel 1976 noi siamo stati i primi in classifica con Profondo Rosso per 9 mesi, abbiamo venduto 980.000 copie e Wish You Were Here dei Pink Floyd era secondo. Oggi sei terzo con 15.000 copie. L’era digitale l’ha fottuto questo mercato. Una volta ti andavi a comprare il vinile, adesso ne compri uno e tutti se lo copiano. Il problema è che questo è un periodo disastroso dal punto di vista culturale.
C.P. Non lo so, francamente. Penso che molti artisti e movimenti musicali siano stati riscoperti retrospettivamente, non a caso i vari revival di artisti del passato, i tributi.

Carlo, che cosa significava allora essere un chitarrista interessato contemporaneamente al rock, al jazz e alla ricerca sonora? Quali erano i riferimenti che sentivate più vicini?
E’ stata una evoluzione nel tempo. Ho cominciato a suonare copiando Hendrix sulla chitarra acustica di mia sorella. Nasco quindi come chitarrista rock, nella scia degli ascolti di  Hendrix,Clapton e così via. Mi hanno però sempre interessato  le diverse sonorità e stili ed in quegli anni  c’erano ovviamente cosi’ tanti musicisti incredibili, dal jazz al rock e alla fusion, che mi hanno influenzato profondamente. Quindi è stato abbastanza naturale per me spaziare da un genere all’altro. Ho anche studiato chitarra classica, mi piaceva molto la musica brasiliana e poi ovviamente i Weather Report , Miles Davis, Wayne Shorter, Herbie Hancock: la lista è lunghissima.

 Agostino, il passaggio dai Goblin ai New Perigeo rappresentò anche un cambio di prospettiva: dalla dimensione cinematografica e progressive a una ricerca più apertamente jazzistica. Quanto quella esperienza ha modificato il tuo modo di pensare il ritmo?
Quello è stato un momento importante. Lasciare i Goblin per i New Perigeo è stato un momento di voglia di suonare quelle cose che avevo suonato con i miei vecchi amici. C’erano i più grandi musicisti italiani: Maurizio Giammarco, Danilo Rea, Giovanni Tommaso e c’era Carlo. A parte che era allettante dal punto di vista musicale, in più c’era l’RCA che ci produceva un disco e una tournée. C’era una prospettiva sia di lavoro che musicalmente: “Finalmente andiamo a suonare”. Però io nel prog mi sono sempre trovato bene perché, pensando a una batteria più musicale, più melodica che ritmica, soprattutto in Italia ho fatto molta differenza rispetto ad altri miei colleghi. E questo in America viene riconosciuto. I passaggi e i cambiamenti io li ho sempre fatti, nella vita, sentimentalmente, nel cambiare posti dove vivere. Perché secondo me il cambiamento o ti manda sottoterra o ti porta alle stelle. E ti devo dire la verità, quando tu hai il coraggio di cambiare, spesso puoi fare la svolta.

Agostino Marangolo e Pino Daniele

Agostino, la tua storia con i Goblin è indissolubilmente legata a Profondo Rosso, Roller, Suspiria e Zombi. Riascoltando oggi quelle registrazioni, che cosa senti ancora profondamente tuo e che cosa invece appartiene irrimediabilmente a un’epoca?
Io quando sento quei dischi sento il coraggio, sento la voglia di fare cose diverse. Ho una grande riconoscenza verso quella musica perché ho girato il mondo grazie ai Goblin, non con altri progetti. I Goblin, soprattutto con Zombi, ci hanno portato a fare 6-7 tournée in America, a livelli di 40-50 concerti da Toronto al Golfo del Messico. Quindi io sono legato a quanto ho girato, ma anche alla particolarità di quella musica. Suspiria, Profondo Rosso, Zombi, sono progetti di un’originalità che vanno catalogati come unici. Il prodotto discografico lo fai con un criterio e il prodotto cinematografico con l’immagine lo fai in un altro modo. Vatti a immaginare che una musica legata all’immagine possa avere il successo che ha avuto. E lì torniamo al discorso di prima, l’inconsapevolezza di fare il capolavoro è quando lo fai con lo spirito di non fare il successo. Quando fai un capolavoro che rimane, mentre lo fai non lo sai. Quando pensi di fare un capolavoro non lo fai, oppure hai un successo e poi finisce.
Questa è la differenza, quando abbiamo fatto Nero a metà, chi si immaginava che sarebbe diventato il disco più famoso di Pino Daniele e il primo premio come album migliore degli ultimi cinquant’anni? Questa è stata la fortuna di aver vissuto quel periodo storico.

Carlo, anche la tua vicenda con i Goblin è legata alla musica per il cinema. Che rapporto avevi con l’idea di comporre o interpretare musica destinata a un’immagine rispetto a quella pensata esclusivamente per l’ascolto?
Per me la musica crea sempre un immagine, quindi la musica per film è più spontanea e descrittiva. La musica  è fatta di evocazioni, citazioni, ricordi ed emozioni. Quando scrivo um pezzo parto subito da un immagine e poi la sensazione di quell’immagine si colora in sonorità: io vedo la musica a colori.

Avete attraversato diverse trasformazioni della musica italiana: dal vinile allo streaming, dalla sala di registrazione analogica alla produzione digitale. Quale trasformazione vi ha realmente cambiato come musicisti?
A.M. Noi come musicisti abbiamo sempre cercato di suonare, sia negli anni storici dell’analogico che nel digitale, allo stesso modo. La cura del suono è la stessa, non ci siamo adeguati ai tempi da questo punto di vista. Abbiamo sempre ragionato da musicisti. Io il disastro di questo cambiamento lo paragono solo al fatto che nell’analogico si lavorava in un altro modo. Si lavorava con il gruppo, stavamo tutti insieme in studio e nel digitale invece tu hai la fortuna di correggere, di avere il computer e mandare le tracce. La musica non si fa così secondo me, la musica si fa insieme e si prova. Il problema è che non si può fare più, è troppo legata al fatto economico. Oggi così costa meno, tu a casa hai il computer e puoi fare tutto. Una volta si andava tutti in studio insieme e io quel periodo lo rimpiango sinceramente, lo rimpiango perché era un altro mondo.

Quali sono i vostri prossimi impegni?
A.M. Morire il più tardi possibile (ride, N.d.R.). Noi abbiamo, Carlo 76, io 73 anni, quindi stiamo cercando di vivere quanto più serenamente possibile. In Italia magari ci fossero serate, concerti, non sarà facile mettere su un gruppo, ma questo progetto è un mero piacere di fare un disco che piaceva a tutti e due, questo è lo scopo. Poi prospettiva futura è che magari arrivi a qualcuno. Ma io penso che ad un certo punto ci si debba tirare indietro: la musica è dei giovani.
C.P. Questo disco spero sia l’inizio di una nuova avventura, e  io sto già guardando al futuro con un’altra serie di brani che ci terranno occupati e sereni.
Alceste Ayroldi

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