Torna il festival «leggendario»: a Knoxville per Big Ears

Per la gioia di chi ama la musica senza distinzioni di sorta, ritorna l’ormai leggendario festival in Tennessee. Sono quattro giorni di passione e di fatica, ma valgono oro colato

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Ogni anno, a fine marzo, per la gioia di chi ama la musica senza distinzioni di sorta, ritorna l’ormai leggendario Big Ears Festival. Sono quattro giorni di passione e di fatica nella bella cittadina di Knoxville, Stato del Tennessee, ma valgono oro colato. Si provi a immaginare uno spazio metropolitano grande più o meno quanto Parma e all’incirca con lo stesso numero di abitanti: bene, in quell’area, piena di teatri e club, dai tremila ai cento posti, si svolgono in un lungo weekend circa quattrocento eventi fra concerti, dibattiti, film e quant’altro. Può sembrare folle (e in parte lo è) cercare di seguire a tempo pieno le cose che interessano di più, ma l’esercizio fisico, oltre a quello mentale, è assicurato dalle 11 del mattino fino alle ore piccole di notte. In pratica, dopo aver studiato alacremente il programma, preparato dallo staff del festival con cura ineguagliabile, ci si muove poi come rabdomanti in cerca dei luoghi più raggiungibili con la remota idea di poter sfidare un maratoneta ben allenato. Aggiungiamo, con una notazione che può sembrare sorprendente, che il festival di solito è già tutto esaurito da vari giorni prima che inizi (e lo era più che mai quest’anno). Come i lettori più assidui sapranno, seguiamo il Big Ears fin dal 2017: era la quarta edizione allora, e ci si muoveva più facilmente fra i concerti senza quasi perdere nulla. I luoghi erano cinque o sei: oggi se ne contano circa venti. Una grande abbuffata dunque, ma raffinata e in molti casi elegante, con performance che vanno dal jazz al rock, dal pop al folk fino all’avanguardia contemporanea. Niente è escluso, se non la mediocrità. 

Ecco perché la nomea di «leggendario» in sole tredici edizioni è assolutamente meritata. Il Big Ears di quest’anno, che si è svolto dal 26 al 29 marzo, è stato decisamente sontuoso, non solo per il numero di eventi ma anche per la qualità artistica, generalmente molto elevata. Uno sguardo panoramico alla manifestazione fa emergere con evidenza alcuni fattori peculiari: innanzi tutto il primeggiare dei chitarristi e poi le dediche a John Zorn e Laurie Anderson, i quali, da artisti in residenza per tutto il festival, hanno avuto numerose possibilità di esibirsi in diversi progetti. Per quel che invece riguarda i virtuosi dello strumento a sei corde basti un elenco sommario dei partecipanti, tanto per capirci: Pat Metheny, Julian Lage, John Scofield, Gary Lucas, Jeff Parker, Fred Frith, Bill Orcutt, Gwenifer Raymond, Robert Quine, Mary Halvorson, Marc Ribot, Nels Cline, Miles Okazaki, Gregg Belisle-Chi, Shane Parish e sicuramente qualcun altro che ci è sfuggito. Mancava solo Bill Frisell per completare il quadro, ma lui aveva già avuto negli scorsi anni molti progetti a disposizione al Big Ears, e poi negli stessi giorni era impegnato al Jazz at Lincoln Center di New York per celebrare i suoi settantacinque anni. Prima di analizzare con più dettagli la gran massa di concerti occorre però dare spazio prioritario agli eventi caratterizzati dalla presenza di due giganti del rock, che con la loro esibizioni hanno prodotto una luce ancora più sfolgorante verso il bel festival del Tennessee: David Byrne e Robert Plant. 

Laurie Anderson
Laurie Anderson show©Enzo Capua

Due storie e due epoche diverse, due artisti che hanno lasciato un’impronta indelebile nell’arte musicale degli ultimi cinquanta e più anni. Certamente leggende viventi: due esuli di gruppi che hanno determinato svolte epocali nella storia del rock, come i Talking Heads e i Led Zeppelin, ma che continuano con straordinaria dedizione le loro rispettive carriere. Byrne ha aperto il festival nella serata del giovedì con una performance multimediale di assoluto valore artistico. Il nuovo show si chiama Who Is the Sky?, ed è anche il titolo del suo disco più recente, ma ciò ha poca importanza nell’economia totale dello spettacolo, che si è arricchito di una grandezza visionaria con un impatto sensoriale avvolgente come mai si è potuto assistere in passato. Sul grande palcoscenico del Civic Auditorium di Knoxville, sala da tremila posti, erano situati tre enormi pannelli luminosi, alti circa trenta metri e larghi almeno quindici, che trasmettevano immagini ad altissima definizione: questa disposizione copriva in modo totale e quasi circolare l’intera area retrostante i musicisti. Ne risultava così una situazione in cui le figure reali degli artisti si confondevano con le superfici virtuali alle loro spalle. Ogni brano aveva una sua presentazione a voce dello stesso Byrne e le sembianze iperreali, sia fisse che in movimento, riflettevano il senso stesso di ogni canzone. Si è visto e sentito di tutto, come se ogni pezzo di musica avesse una vita propria e una sua storia da raccontare. Byrne in qualche modo ha voluto ridisegnare lo spazio scenico dandogli una prospettiva iridescente, con l’evidente intenzione di raffigurare in modo coinvolgente la sua vita e quella degli esseri umani in genere dai tempi della pandemia fino ad oggi. Si sono potute vedere anche delle immagini italiane, con la gente che cantava dai balconi ai tempi del covid, per stare comunque in contatto come noi ben ricordiamo – cosa che ha suscitato grande meraviglia fra gli americani – oppure a un certo punto è apparsa l’enorme scritta «Make America Gay Again», che ha ricevuto un osanna generale. 

David Byrne
David Byrne ©Enzo Capua

Molti i brani dei Talking Heads: in apertura, davanti a un’immagine della Terra vista dallo spazio e in moto ascendente, una splendida Heaven, cantata in coro. Poi il ritmo funky, sempre più incalzante con Burning Down the House, Once in a Lifetime, Air, Psycho Killer in arrangiamento originale, delirante, fino all’esplosione di una Life During Wartime quanto mai appropriata, cui si sovrapponevano i video terribili delle aggressioni dei poliziotti dell’ICE che scorrevano velocemente sui pannelli luminosi. Un atto politico molto forte in un’America dilaniata come non mai. Ricordiamo però che Knoxville è una specie di enclave democratica in uno Stato decisamente repubblicano: di fronte a quelle immagini e a quella musica così incalzante ho visto la gente piangere e gridare, entusiasmarsi e commuoversi. Niente di così coinvolgente si era mai visto prima su un palcoscenico di concerto: un’esperienza quadridimensionale, al punto che Byrne ha voluto anche far riaffiorare le sue avventure giovanili con l’LSD e ci ha portato persino dentro il suo appartamento di Manhattan. I musicisti erano sette, tutti bravissimi, con strumenti collegati senza fili e senza microfoni. Cinque i danzatori in movimenti plastici perfettamente sincronizzati. Tutti quanti, uomini e donne, vestiti con gli stessi abiti e scarpe color blu carta da zucchero. Qualunque concerto o spettacolo David Byrne abbia fatto in precedenza, persino lo show davvero speciale di qualche anno fa, intitolato American Utopia, è stato letteralmente spazzato via da questa sua nuova creatura multimediale che rimarrà certamente nella storia. 

Tanto di cappello a un musicista geniale, quindi, che ha saputo rinnovarsi nel corso degli anni. Non è stata così esaltante invece, nel confronto inevitabile, la rappresentazione, anch’essa multimediale, costruita da Laurie Anderson a chiusura del festival: con il sostegno appena pronunciato della band del trombettista Steven Bernstein, i Sexmob, l’artista americana, che da tempo immemore si prodiga a costellare le sue performance con immagini e voci recitanti, non riesce a ritrovare la verve di una volta. Lo show, intitolato Republic of Love, si è risolto in chiacchere prolungate, parole e parole da lei stessa pedissequamente pronunciate su immagini fisse nello sfondo del palcoscenico, oltretutto con maldestri intenti poetici e in qualche modo anche politici, che si sono rivelati alquanto convenzionali: l’amore che sconfigge la guerra e via di seguito. Neanche gli altri progetti presentati dalla Anderson durante il festival, in particolare uno col suo amico John Zorn (anche lui in fase di dormiveglia, come vedremo tra poco), sono riusciti a creare qualcosa di veramente stimolante, che avesse qualche attrattiva, se non proprio una forte dimensione originale. Persino l’istallazione da lei messa in piedi, dedicata al compagno di un tempo, il sempre compianto Lou Reed, e intitolata «Lou Reed drones», si è risolta noiosamente in una serie di chitarre messe in risonanza fra loro su un soppalco. Un piccolo, scialbo tentativo di ricordare il famoso «Metal Machine Music», album anticonvenzionale del Reed anni Settanta. Ma, a proposito dei Settanta, ecco invece un concerto memorabile di un grande protagonista di quei tempi: Robert Plant. Il cantante inglese, classe 1948, che nel corso di questi ultimi anni si è felicemente distinto con album dedicati alle radici della musica popolare, sia americana sia britannica, in compagnia della cantante Alison Krauss, è ritornato su quelle stesse strade ma cambiando partner con una scoperta: la giovane Suzi Dian. Il progetto, già esistente nel 2019 e intitolato «Saving Grace», si è così arricchito della voce formidabile della Dian, che ha dato modo a Plant di trovare nuova linfa vitale in un connubio da poco iniziato, ma ricco di promesse per il futuro. 

Robert Plant
Robert Plant ©Enzo Capua

A un paio d’anni dai suoi fatidici ottanta, il cantante manifesta sul viso, solcato da vaste rughe come se fossero canyon, un vissuto dalle tracce indelebili. Eppure ha saputo dimostrare dal vivo che la voglia di reinventarsi non si è esaurita: la voce è sempre calda, indimenticabile, ancora potente, viva, senza alcuna scalfittura, ed è l’emblema di una ricerca artistica inestinguibile. Sostenuti da una band assolutamente perfetta: chitarra del bravissimo Tony Kelsey, quindi Matt Worley al banjo, Barney Morse-Brown al violoncello e Oli Jefferson alla batteria, i due cantanti hanno dato vita a un concerto dalle sfumature pregevoli, per nulla convenzionale. Dalle polveri dei tempi andati hanno ripreso nuova linfa brani come Chevrolet, che fu di Memphis Minnie, addirittura poi riarrangiata da Donovan, o Soul of a Man del bluesman Blind Willie Johnson, per non parlare quindi di una vera e propria riesumazione dagli annali della San Francisco della psichedelia anni Sessanta: It’s a Beautiful Day Today dei Moby Grape, band che solo i devoti adepti di quel fulgido periodo californiano possono ricordare. Plant ha presentato il brano dicendo: «That’s from Moby Grape, my favorite band of the San Francisco area in the Sixties». Non potevano mancare, in un concerto di questa levatura, almeno un paio di brani dei gloriosi Led Zeppelin, scelti con cura fra i meno noti, ma ancor oggi splendidi: Ramble On (da «Led Zeppelin II») e Friends (da «Led Zeppelin III»), letteralmente ridipinti e rimessi a nuovo con vernice fresca, brillante. In sostanza un concerto raffinatissimo, in molti casi sorprendente, senza un attimo di noia o di pedissequo déjà vu. La stoffa apparentemente ruvida di Robert Plant è ancora di quelle pregiate, segno che se anche il tempo scorre inesorabile, per alcuni come lui gli anni servono sicuramente a rivedere il passato in una luce inedita per un futuro che promette nuove sorprese. 

Shane Parish
Shane Parish ©Enzo Capua

Su questa medesima linea, ma con prospettive diverse, si sono mossi alcuni dei chitarristi presenti al festival. In particolare fra i giovani Julian Lage, Shane Parish, e la straordinaria Gwenifer Raymond, della quale abbiamo già reso conto in anteprima italiana nel numero di gennaio di Musica Jazz; fra i più attempati sicuramente Marc Ribot, capace a volte di sorprendere ancora per lucidità e inventiva – specie se in solitudine – quindi Bill Orcutt, in continua evoluzione, nonostante l’età, con una trabordante chitarra elettrica e Gary Lucas, che ricordiamo accanto a Captain Beefhart, il quale non ha perso il senso di ricerca sonora che lo aveva caratterizzato negli anni giovanili. Oggi Lucas è sempre lì con la sua Stratocaster, anno 1964 come ha tenuto a precisare, per suonare forte e aspro, forse per voler tirare fuori dallo strumento quello che Jimi Hendrix continuava a cercare nel tempo breve della sua controversa esistenza. In età di mezzo, invece, si rivelano sempre indispensabili Nels Cline, Mary Halvorson e Miles Okazaki: tre assi che ancora hanno tanto da dire. Di Okazaki, in particolare, ha meravigliato – per chi non lo conosceva – il suo «tutto Monk», cioè l’opera completa del Thelonious compositore in ben quattro show per sola chitarra acustica in un’unica giornata: una maratona nella maratona generale del Big Ears. Se Pat Metheny o John Scofield non hanno fatto altro che ripetere sé stessi, senza aggiungere né togliere nulla alla loro indiscussa tecnica, per altri aspetti e in altri campi ci ha lasciato indifferenti un John Zorn, qui presente con ben dieci progetti diversi, il quale ha presentato un résumé del suo passato senza freschezza né novità di rilievo: forse per lui sarebbe arrivato il momento di fermarsi, ragionare e pensare a come affrontare il futuro senza diventare quello che gli americani definirebbero come un «has been», un residuato del passato. 

Gary Lucas
Gary Lucas ©Enzo Capua

Cosa dire di Fred Frith, invece? Che forse la follia lo sta accompagnando sempre più in questi suoi tardi anni: riesce solo a inondare il pubblico di suoni estremi con la chitarra elettrica e purtroppo anche con un canto strascicato, che lascia il tempo che trova. In musica contemporanea, infine, ha incantato un compositore che sembrava disperso nei decenni passati: Charlemagne Palestine. Il suo concerto per organo a canne nella cattedrale di Saint John, ci ha lasciati senza parole, arresi di fronte a una musica intensa, molto ben codificata su onde sonore sovrapposte in modalità reiterativa, nello stile tipico del compositore come lo ricordavamo nei suoi anni giovanili. Palestine è così riuscito a fermare il tempo per almeno un’ora nella notte frenetica del festival più eccitante che si possa trovare al di là dell’Atlantico, in terra americana. E non solo, aggiungiamo con perentoria impudenza. 

Jeff Parker
Jeff Parker ©Enzo Capua

 

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