C’è un’idea di jazz che non ha bisogno di dichiararsi sperimentale per esserlo davvero. È quella che nasce dall’ascolto reciproco, dalla disponibilità a mettere in discussione una forma appena costruita, dalla capacità di trasformare un tema in materia elastica, da modellare attraverso dinamiche, silenzi, densità e improvvisazione. Il concerto di Simone Gubbiotti, Gianmarco Scaglia e Walter Calloni, ospitato il 30 luglio all’Arena Garibaldi di Figline Valdarno nell’ambito del Valdarno Jazz Festival, si è mosso precisamente in questa zona di confine: quella in cui il jazz di matrice contemporanea incontra l’urgenza di non dare mai per acquisito il proprio linguaggio.
Il numeroso pubblico intervenuto ha accolto la presentazione dal vivo di «Blending the Unconventional», recente lavoro che riunisce tre musicisti dalle personalità fortemente riconoscibili e, soprattutto, capaci di costruire un suono collettivo senza annullare le rispettive individualità. Gubbiotti alla chitarra, Scaglia al contrabbasso e Calloni alla batteria hanno affrontato il repertorio dell’album non come una semplice sequenza di brani da riprodurre sul palco, ma come una piattaforma aperta, sulla quale la scrittura diventava progressivamente occasione di ricerca.
Il titolo del disco, in fondo, contiene già una possibile chiave di lettura. «Blending the Unconventional» non significa soltanto mescolare materiali eterogenei, ma accettare l’idea che l’“inconsueto” possa diventare una condizione strutturale del fare musica. Ed è proprio nelle tensioni armoniche, spesso lasciate volutamente irrisolte, che il trio ha trovato una delle proprie caratteristiche più evidenti. Gubbiotti evita la funzione rassicurante della chitarra come strumento esclusivamente melodico-armonico: il suo fraseggio procede per sottrazioni, deviazioni, intervalli e improvvise aperture, mentre Scaglia agisce spesso come elemento di raccordo e, contemporaneamente, di perturbazione. Il suo contrabbasso non si limita a sostenere l’armonia, ma partecipa attivamente alla costruzione del discorso, introducendo direzioni alternative e spostando continuamente il baricentro della musica.

A rendere ancora più mobile l’insieme è Walter Calloni, batterista che ha mostrato una notevole capacità di lavorare non soltanto sulla scansione metrica, ma sulla natura stessa del tempo. Le sue invenzioni ritmiche hanno rappresentato uno degli aspetti più interessanti della serata. Calloni interviene spesso lateralmente rispetto alla pulsazione, suggerendola più che esplicitarla, interrompendola, frammentandola o ricostruendola attraverso accenti apparentemente periferici. Ne deriva un senso di instabilità controllata che impedisce al trio di adagiarsi su una forma ritmica prevedibile.
L’apertura con Sweet Whistle, firmata da Gubbiotti, ha immediatamente definito il terreno espressivo della serata. Il brano si è prestato a un’esecuzione nella quale il disegno compositivo non costituiva un recinto, bensì un punto di partenza. Le frasi della chitarra hanno incontrato un contrabbasso tutt’altro che subordinato e una batteria pronta a intervenire sulla struttura, mettendone in evidenza gli spigoli. Ancora più significativa, in questo senso, Hybrid Motivation, anch’essa composta da Gubbiotti, dove la dimensione ibrida evocata dal titolo si è tradotta in un rapporto continuamente mutevole tra consonanza e attrito.

È soprattutto qui che il trio ha mostrato la propria identità: non nella ricerca dell’effetto, ma nella capacità di abitare l’ambiguità armonica. Le tensioni non vengono necessariamente risolte; talvolta restano sospese, diventando esse stesse una componente narrativa. È un procedimento che richiede grande fiducia nell’interplay, perché lascia ai tre musicisti un margine considerevole di responsabilità nel determinare la direzione del brano.
Con Travel, di Gianmarco Scaglia, il contrabbassista ha assunto una posizione ancora più centrale. Il titolo suggerisce un movimento, ma il viaggio evocato dalla musica non è necessariamente lineare. Scaglia costruisce piuttosto un percorso fatto di deviazioni, ripartenze e cambi di prospettiva. La sua scrittura sembra pensata per consentire al trio di dilatare la forma e contemporaneamente di conservarne la riconoscibilità.
La presenza di First Song, composta da Charlie Haden, ha introdotto nel programma una diversa idea di essenzialità. Il brano, intimamente legato all’estetica di Haden, è stato affrontato senza indulgere nella citazione filologica, ma cercando piuttosto di coglierne la natura più profonda: la capacità di fare della semplicità melodica un dispositivo per l’interazione. In questo contesto, la scelta di Haden appare tutt’altro che casuale. Il suo pensiero musicale costituisce infatti uno dei riferimenti possibili per un trio che attribuisce al dialogo tra i componenti un’importanza superiore alla gerarchia.
La sezione centrale del concerto ha dato ampio spazio alle composizioni di Scaglia: Nocturne, Dave (questa dedicata a Dave Holland) e Seven. Tre brani differenti per impostazione e atmosfera, ma accomunati dalla volontà di costruire forme non rigidamente determinate. In Nocturne il rapporto fra spazio e densità ha permesso di apprezzare soprattutto il lavoro sulle dinamiche, con la musica capace di passare da una dimensione rarefatta a momenti di maggiore concentrazione. Dave ha invece evidenziato una componente più nervosa del linguaggio del contrabbassista, mentre Seven ha offerto un terreno particolarmente favorevole alle elaborazioni ritmiche di Calloni.
Proprio Seven ha rappresentato uno dei momenti nei quali la batteria ha assunto un ruolo quasi strutturale. Calloni non accompagna semplicemente il fraseggio degli altri due musicisti, ma interviene sul modo stesso in cui la musica viene percepita temporalmente. Gli accenti diventano elementi compositivi, le pause acquistano peso e il ritmo sembra talvolta procedere per frammenti. La sua batteria lavora quindi tanto sul suono quanto sulla percezione del tempo, producendo una tensione che contribuisce in maniera decisiva alla fisionomia del trio.
In questo paesaggio sonoro, Everything I Love di Cole Porter ha costituito un ulteriore banco di prova. La scelta di un grande standard della tradizione americana ha permesso di misurare il rapporto fra repertorio e riscrittura. Il tema, riconoscibile nella sua natura melodica, è diventato materia per una lettura contemporanea nella quale la memoria dello standard convive con una gestione più libera dell’armonia e del tempo. È precisamente in passaggi come questo che il concetto di blending assume un significato concreto: non la fusione indistinta di linguaggi, ma la loro sovrapposizione consapevole.
Fragments, ancora di Scaglia, ha riportato il trio verso una dimensione più astratta. Il titolo sembra quasi descrivere il procedimento adottato: cellule melodiche, episodi ritmici, brevi traiettorie armoniche vengono messi in relazione senza essere necessariamente ricondotti a una linearità rassicurante. Gubbiotti ha trovato qui uno spazio particolarmente congeniale al proprio modo di concepire la chitarra, capace di alternare interventi melodici a incursioni timbriche e armoniche.
A chiudere il concerto è arrivato Simon Blues, firmato da Gubbiotti, quasi a ricondurre il percorso a una matrice apparentemente più immediata. Ma anche in questo caso il blues non viene trattato come formula conclusiva o come territorio sicuro. La struttura riconoscibile viene sottoposta a una lettura personale, nella quale le tensioni accumulate durante il concerto trovano una diversa collocazione.

Il valore della serata, del resto, è emerso soprattutto nella continuità del dialogo. Gubbiotti, Scaglia e Calloni non hanno costruito un concerto basato sulla semplice alternanza fra tema e assolo, secondo una grammatica jazzistica ormai consolidata. Il loro è piuttosto un organismo a tre voci, nel quale la distinzione tra accompagnamento e solismo tende a sfumare. Un’idea particolarmente evidente nel modo in cui Scaglia e Calloni intervengono durante le esposizioni della chitarra, o nella libertà con cui Gubbiotti può reagire alle sollecitazioni ritmiche del batterista.
È proprio questo il punto più interessante del progetto: l’improvvisazione non arriva dopo la composizione, ma è già contenuta nella composizione stessa. Le partiture sembrano progettate per generare possibilità, non per esaurirle. E il trio dimostra di possedere gli strumenti tecnici e la sensibilità necessaria per attraversare quelle possibilità senza perdere coerenza.
Il pubblico dell’Arena Garibaldi ha seguito con attenzione un concerto che non ha cercato scorciatoie, né effetti spettacolari estranei alla musica. La risposta numerosa della platea è, in questo senso, un elemento tutt’altro che secondario: testimonia come una proposta di jazz contemporaneo, fondata su ricerca, interplay e complessità del linguaggio, possa trovare una dimensione di ascolto significativa anche fuori dai circuiti più specialistici.
Blending the Unconventional si presenta così non tanto come una dichiarazione programmatica, quanto come una pratica musicale. Gubbiotti, Scaglia e Calloni hanno mostrato a Figline Valdarno di saperla mettere in atto con lucidità, evitando tanto il conservatorismo quanto la tentazione dell’avanguardia fine a se stessa. Le tensioni armoniche, le invenzioni ritmiche, l’uso del silenzio e la disponibilità a lasciare aperte le forme convergono in una musica che trova il proprio senso nell’interazione.
Un jazz, dunque, che non ha bisogno di proclamarsi “unconventional”: gli basta ascoltare ciò che accade fra tre musicisti quando la forma smette di essere un punto d’arrivo e diventa, invece, un luogo da esplorare.
Alceste Ayroldi
