JazzAP Festival – Castorano (AP), Piazzetta Belvedere, 26 luglio 2026
Ci sono concerti che conquistano per l’energia immediata e altri che, invece, si impongono per la qualità del dialogo, per quella capacità di trasformare ogni brano in un organismo vivo, continuamente rimesso in discussione. L’esibizione del quartetto guidato da Seamus Blake, ospite del festival diffuso JazzAP, diretto artisticamente da Emiliano D’Auria, appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Nella raccolta Piazzetta Belvedere di Castorano, uno dei luoghi che meglio incarnano la filosofia itinerante della manifestazione marchigiana, il sassofonista canadese ha proposto un concerto nel quale scrittura, improvvisazione e ascolto reciproco hanno trovato un equilibrio pressoché ideale.
Da anni Blake rappresenta una delle figure più solide del sassofono contemporaneo. Pur essendo spesso associato alla tradizione post-coltraniana, il suo linguaggio ha ormai raggiunto una maturità che sfugge alle etichette. La sua è una voce riconoscibile non tanto per la ricerca dell’effetto quanto per la naturalezza con cui riesce a tenere insieme complessità armonica, fluidità melodica e una sorprendente chiarezza narrativa. Ogni assolo sembra svilupparsi secondo una logica interna rigorosa, senza mai rinunciare al gusto della sorpresa.
Ad affiancarlo c’era un gruppo di assoluto livello internazionale. Alessandro Lanzoni, ormai pienamente inserito nel circuito europeo e statunitense, ha confermato una crescita artistica che negli ultimi anni lo ha portato a elaborare una sintesi personale tra lirismo, senso architettonico della forma e una notevole libertà ritmica. Drew Gress, veterano della scena newyorkese, continua a rappresentare uno dei contrabbassisti più intelligenti della sua generazione: il suo ruolo non si limita a sostenere il tempo, ma consiste nel ridefinire continuamente gli equilibri armonici del gruppo attraverso linee mobili, mai prevedibili. Alla batteria Kai Craig ha offerto una prova di rara maturità, dimostrando una sensibilità dinamica che gli ha consentito di intervenire costantemente nella costruzione del discorso senza ricorrere a gesti spettacolari.
L’impressione iniziale è stata proprio quella di trovarsi davanti a un quartetto vero, non a un leader accompagnato da tre eccellenti sidemen. Le gerarchie tradizionali risultavano continuamente sospese; ogni intervento diventava materiale per una risposta, una deviazione, un nuovo sviluppo collettivo.

L’apertura con Fear of Roaming ha immediatamente chiarito le coordinate estetiche della serata. Il tema, costruito su un andamento irregolare e su una scrittura ricca di spigoli ritmici, ha lasciato presto spazio a un lavoro di improvvisazione collettiva nel quale Blake ha mostrato una delle caratteristiche più affascinanti del suo linguaggio: la capacità di sviluppare cellule melodiche relativamente semplici fino a trasformarle in strutture sempre più articolate senza che il flusso narrativo perda naturalezza. Il fraseggio rimane serrato, ma mai congestionato; la velocità non diventa virtuosismo esibito, bensì strumento di organizzazione del pensiero musicale.
Lanzoni ha risposto con un assolo di notevole ampiezza formale. La sua improvvisazione si è sviluppata evitando accuratamente il semplice contrasto con il sassofono. Al contrario, il pianista ha raccolto alcuni frammenti lasciati da Blake, ricomponendoli attraverso una diversa prospettiva armonica. Colpisce la qualità del suo tocco: nitido, controllato, capace di passare da una densità quasi orchestrale a rarefazioni improvvise senza soluzione di continuità.
In questo dialogo si inserivano costantemente Drew Gress e Kai Craig. Il contrabbassista americano costruiva linee che sembravano anticipare le possibili modulazioni del discorso, mentre Craig lavorava sulle microvariazioni del tempo con una finezza che raramente cerca il protagonismo. Più che scandire il ritmo, sembrava modellarne continuamente la respirazione.
La scelta di affrontare Alone Together, standard tra i più frequentati del repertorio jazzistico, avrebbe potuto rappresentare il momento più convenzionale del concerto. È accaduto esattamente il contrario. Blake e compagni hanno evitato qualsiasi lettura nostalgica, utilizzando la celebre struttura armonica come terreno aperto per un continuo processo di ricostruzione formale. Il tema emergeva e scompariva quasi per allusioni, mentre il quartetto ne ridefiniva progressivamente gli accenti.
Qui è emersa con particolare evidenza la qualità dell’ascolto reciproco. Nessuno sembrava interessato ad affermare la propria centralità. Ogni frase diventava immediatamente patrimonio comune, trasformata, commentata, talvolta persino contraddetta dagli altri musicisti. È proprio questa dimensione cameristica a distinguere le migliori formazioni contemporanee dal semplice assemblaggio di grandi individualità.
Uno dei momenti più riusciti della serata è arrivato con Dos Anjos, splendida composizione del chitarrista brasiliano Guinga. Il brano ha introdotto un clima completamente diverso, più raccolto, quasi contemplativo. Blake ha scelto una sonorità morbida, lasciando respirare le linee melodiche senza sovraccaricarle di articolazioni. L’influenza della musica brasiliana non veniva mai trasformata in semplice colore esotico; piuttosto diventava occasione per lavorare sulla cantabilità e sulle sfumature dinamiche.

Lanzoni ha probabilmente firmato qui il proprio intervento più convincente della serata. Il pianoforte disegnava armonie trasparenti, spesso lasciate volutamente incomplete, creando uno spazio nel quale il sassofono poteva muoversi con estrema libertà. Gress sosteneva il tutto con un suono profondo e rotondo, mentre Craig ricorreva a spazzole e leggere figurazioni sui piatti, costruendo una trama ritmica quasi impercettibile ma essenziale.
Con Shifting Design il concerto ha invece ritrovato una dimensione più energica e articolata. La composizione, fondata su continui spostamenti metrici e su un’architettura armonica sofisticata, ha rappresentato il terreno ideale per mettere in evidenza la straordinaria coesione del quartetto. Le transizioni tra sezioni scritte e improvvisate avvenivano con assoluta naturalezza, segno di una lunga consuetudine musicale e di un ascolto costante.
Blake continua a impressionare per la padronanza assoluta dello strumento. Il suo suono conserva quella brillantezza leggermente metallica che lo rende immediatamente riconoscibile, ma ciò che colpisce maggiormente è la qualità della costruzione improvvisativa. Ogni assolo appare come un racconto dotato di introduzione, sviluppo e conclusione, evitando sia l’accumulo indiscriminato di idee sia la prevedibilità di formule ormai codificate.
Altrettanto convincente è stata la prova di Alessandro Lanzoni, oggi sempre più distante dall’immagine del giovane talento prodigioso che lo aveva accompagnato agli inizi della carriera. Il pianista toscano mostra una maturità compositiva e improvvisativa che gli consente di dialogare con assoluta autorevolezza con alcuni dei migliori musicisti della scena internazionale. Il suo pianismo evita tanto il citazionismo quanto l’astrazione fine a sé stessa, privilegiando invece una continua ricerca dell’equilibrio tra costruzione formale ed espressività.
Il contributo di Drew Gress meriterebbe un discorso a parte. Da decenni uno dei contrabbassisti più richiesti del jazz creativo americano, continua a distinguersi per un approccio che unisce precisione tecnica e grande immaginazione melodica. Le sue linee non costituiscono mai un semplice sostegno armonico: partecipano attivamente alla costruzione del discorso collettivo, suggerendo direzioni inattese agli improvvisatori.
Kai Craig, infine, ha confermato quanto la nuova generazione di batteristi stia progressivamente abbandonando la concezione esclusivamente propulsiva dello strumento. La sua batteria dialoga costantemente con gli altri strumenti, interviene sulla forma, modifica gli equilibri dinamici e contribuisce in maniera determinante alla narrazione musicale.
Dopo un lungo applauso il quartetto è tornato sul palco per un bis tanto inatteso quanto significativo: Nobody Else but Me, uno standard tratto dal musical Show Boat. Lontano dall’essere una semplice concessione finale, il brano è diventato l’occasione per mostrare un’altra faccia del gruppo. La celebre melodia veniva esposta con eleganza, senza manierismi, lasciando che fosse ancora una volta il dialogo interno al quartetto a guidarne la trasformazione. Blake vi trovava un equilibrio perfetto tra rispetto della tradizione e libertà improvvisativa, dimostrando come gli standard continuino a rappresentare un laboratorio inesauribile per il jazz contemporaneo.

Il concerto di Castorano ha confermato anche la qualità della programmazione di JazzAP, festival che negli anni ha saputo costruire un’identità precisa evitando la facile spettacolarizzazione e privilegiando invece progetti di autentico valore artistico. La scelta di collocare questi concerti nei piccoli centri del territorio marchigiano continua inoltre a produrre un rapporto particolarmente intenso tra musica, paesaggio e pubblico, contribuendo a creare condizioni di ascolto sempre più rare.
La serata non ha cercato effetti speciali né momenti di facile consenso. Ha piuttosto proposto un jazz che continua a credere nella forza della conversazione musicale, nell’improvvisazione come costruzione condivisa e nella capacità del repertorio contemporaneo di dialogare naturalmente con la tradizione. In un panorama nel quale non mancano virtuosismi autoreferenziali o operazioni di revival, il quartetto di Seamus Blake ha ricordato come la modernità del jazz non dipenda dalla ricerca dell’inedito a tutti i costi, ma dalla profondità dell’ascolto reciproco e dalla qualità delle idee. Ed è probabilmente questa la lezione più preziosa lasciata dalla serata di Castorano.
Alceste Ayroldi
*Le foto sono di Alceste Ayroldi
