Dopo Christian McBride & Julian Lage, Andrea Bacchetti & Dado Moroni, Antonio Faraò in piano solo e Al Di Meola, era il turno del trio di Bill Frisell, ampliato a quartetto dalla presenza di Greg Tardy al sassofono tenore e al clarinetto. Si trattava dell’ultima data europea di un lungo tour estivo, che ha trovato nell’Isola di San Biagio la cornice ideale per suggellare una serie di concerti destinati a lasciare il segno. Ad arricchire ulteriormente il festival contribuiva anche “Jazz sotto le stelle”, la mostra fotografica curata da Luciano Rossetti, i cui suggestivi scatti accompagnavano gli spettatori lungo gli ultimi metri del percorso verso la platea naturale ricavata nell’estremità settentrionale dell’isola.

Merita inoltre di essere sottolineato il notevole sforzo organizzativo compiuto per rendere possibile l’evento: l’intero pubblico è stato trasportato sull’isola e successivamente ricondotto a terra grazie a un servizio coordinato di diverse imbarcazioni. Una macchina complessa, gestita con efficienza, che ha reso accessibile a tutti una cornice tanto affascinante quanto logisticamente impegnativa.

Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria sono fedeli collaboratori di Frisell da circa quindici anni, un periodo durante il quale hanno tenuto innumerevoli concerti in ogni angolo del globo e registrato alcuni dischi fondamentali della discografia del chitarrista. Concerto dopo concerto, i tre hanno affinato un’intesa e un’unità d’intenti difficilmente riscontrabili in molti altri gruppi jazz contemporanei.

La macchina era dunque ben oliata e perfettamente funzionante, ma per questo tour estivo Frisell ha voluto innestarvi un nuovo elemento, capace di rendere il proprio mezzo ancora più rifinito e performante. Da qui l’idea di richiamare Greg Tardy, con il quale ha registrato tre dischi: «History, Mystery» (2008), «More Than Enough» (2019) e «Four» (2022).
Quello di Tardy è un nome meno noto rispetto ad altri colleghi statunitensi della stessa generazione, ma, nonostante la limitata esposizione mediatica e concertistica nel nostro Paese, sarebbe un errore sottovalutare le qualità artistiche del musicista originario di New Orleans. Oltre a una serie di collaborazioni importanti con protagonisti della scena americana (fra cui Steve Coleman, Tom Harrell e Andrew Hill), Tardy può vantare una carriera da leader quasi trentennale, iniziata su Impulse! e proseguita negli anni su SteepleChase con ben undici titoli, tutti meritevoli di essere riscoperti. Il suono levigato e cristallino, il fraseggio asciutto ma luminoso e il grande istinto melodico lo hanno reso un elemento indispensabile per questa nuova configurazione del gruppo. I suoi interventi sono sempre stati precisi e pertinenti al contesto musicale, senza mai alterare gli equilibri del trio originario. Tardy ha saputo inoltre distinguersi al clarinetto alto, dimostrando quanto questo strumento abbia ancora molto da dire anche all’interno di un linguaggio jazzistico contemporaneo.

Chi conosce Bill Frisell sa che il suo è un universo musicale onirico, sospeso in un’altra dimensione, nel quale ogni nota possiede un peso specifico. Il concerto dell’Isola di San Biagio si è sviluppato senza soluzione di continuità per poco più di un’ora, attraversando situazioni e paesaggi musicali differenti. Si è trattato di un lungo medley durante il quale Frisell ha attinto alle fonti che gli sono più care: innanzitutto la musica per il cinema, con Morricone e altri temi dalle atmosfere tipicamente western, ma anche ballad sospese in trio, capaci di richiamare alla mente maestri come Jim Hall e Wes Montgomery. Tra i brani proposti non è mancato l’adattamento di una composizione che Frisell aveva già eseguito in duo con Eyvind Kang nell’ambito del progetto “The Great Flood”, presentato al Torino Jazz Festival alla fine di aprile di quest’anno.
Il livello dei musicisti è rimasto superlativo per tutta la durata del concerto, con una formazione apparsa persino più ispirata che in altre occasioni. Una delle grandi qualità del gruppo risiede nella capacità di lavorare su brani ormai divenuti standard, rielaborandoli attraverso un procedimento preciso e coerente: scendere nel cuore della composizione per estrarne nuove sfumature e nuovi colori. Frisell ama giocare con la ricorrenza dei temi, facendoli riemergere più volte nel corso dell’esecuzione come echi e trasformandoli in riferimenti sonori attorno ai quali costruire frasi improvvisate più o meno brevi. Il tema non viene mai abbandonato del tutto, ma resta sullo sfondo, pronto a riaffiorare e a fornire nuovi spunti al gruppo.

Tutti i componenti della formazione hanno avuto il proprio spazio solistico. In alcuni momenti gli assolo sono emersi all’interno di un interplay più marcato, come nel caso delle escursioni di Frisell e Tardy; in altri, soprattutto durante gli interventi di Royston e Morgan, gli altri musicisti hanno ridotto al minimo le interazioni, lasciando al solista uno spazio quasi completamente libero.
L’innesto di Tardy si è così rivelato pienamente riuscito: una voce nuova inserita in un meccanismo già collaudato, capace di aprire ulteriori prospettive timbriche e narrative alla musica di Frisell. Resta il rammarico che, almeno per il momento, non esista ancora un disco né siano previste nuove tournée per questa formazione: un quartetto che ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, la straordinaria statura artistica di uno dei giganti della chitarra contemporanea.


