Sicilia Jazz Festival, due anime della stessa musica.

Terzo e ultimo articolo riguardante il festival palermitano. Dal viaggio senza confini di Enzo Favata al grande spettacolo di Tony Hadley: il jazz come linguaggio universale tra ricerca, memoria e popolarità.

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Un festival che ha declinato diversi idiomi il Sicilia Jazz Festival, promosso dalla Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group, presieduta dal Maestro Ignazio Garsia. La sua identità si misura proprio nella capacità di mettere in dialogo mondi apparentemente lontani: il jazz d’autore e la canzone pop e il grande repertorio internazionale, le nuove scritture e la memoria musicale.

Le serate del 9 e 10 luglio hanno rappresentato, in questo senso, due facce della stessa medaglia. Da una parte, il ritorno di uno dei progetti più significativi della world music italiana, Atlantico di Enzo Favata, accolto nella cornice raccolta del Real Teatro Santa Cecilia; dall’altra, il trionfo di pubblico al Teatro di Verdura con Tony Hadley, storica voce degli Spandau Ballet, accompagnato dall’Orchestra Jazz Siciliana in un raffinato viaggio attraverso il Great American Songbook e alcuni classici della popular music.

Due concerti diversissimi per linguaggio, atmosfera e pubblico, ma accomunati da una qualità musicale elevatissima e dalla volontà di dimostrare come il jazz, oggi più che mai, possa essere un luogo d’incontro tra culture, generazioni e sensibilità differenti.

Il ritorno di “Atlantico”: Enzo Favata e la poesia dei confini che non esistono

Entrare nel Real Teatro Santa Cecilia significa immergersi nella storia del jazz italiano. Le pareti dello storico teatro sembrano custodire la memoria di decenni di concerti, incontri e sperimentazioni. È una sala che privilegia l’ascolto, l’intimità, il dettaglio sonoro. Ed è proprio in uno spazio del genere che il ritorno di Atlantico ha trovato la sua dimensione ideale. Quello che nel 1999 apparve come uno dei lavori più innovativi della scena italiana, oggi conserva una sorprendente attualità. In un’epoca in cui le contaminazioni sono diventate quasi una consuetudine, il progetto di Enzo Favata continua a distinguersi per autenticità. Non si tratta di una semplice fusione tra jazz e musiche etniche, ma della costruzione di un linguaggio personale, capace di raccontare geografie emotive più che geografiche.

Favata non ha mai concepito Atlantico come una cartolina sonora del Sud America. Fin dall’origine, il progetto nasceva come un omaggio ai grandi scrittori latinoamericani, alla loro capacità di fondere realtà e immaginazione, memoria e mito. Da Gabriel García Márquez a Jorge Luis Borges, passando per Pablo Neruda e Julio Cortázar, la letteratura diventava ispirazione per una musica che non descriveva luoghi, ma stati d’animo.

Foto di Alceste Ayroldi

A oltre venticinque anni dalla sua pubblicazione, dopo oltre quattrocento concerti in Europa e Sud America, la reunion del quintetto originario conserva intatta quella forza narrativa.

Sul palco ritroviamo Enzo Favata ai fiati, Daniele Di Bonaventura al bandoneon, Marcello Peghin alla chitarra, Salvatore Maltana al contrabbasso e UT Gandhi alla batteria e alle percussioni. Più che un ensemble, appare una bella comunità musicale.

L’intesa tra i cinque musicisti è immediatamente evidente. Non c’è alcun bisogno di ostentare virtuosismo. Tutto nasce dall’ascolto reciproco, da una respirazione comune che rende naturale ogni passaggio.

Favata continua a essere uno dei grandi narratori della musica italiana. Il suo sax soprano possiede una voce immediatamente riconoscibile: intensa ma mai aggressiva, lirica senza indulgere al sentimentalismo, capace di trasformare una semplice frase melodica in un racconto aperto. Le sonorità ordite diventano parte integrante del linguaggio jazzistico, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa tra Mediterraneo e luoghi ancestrali. Straordinario, come sempre, Daniele Di Bonaventura. Il suo bandoneon rappresenta molto più di uno strumento armonico. È una voce ulteriore del gruppo, capace di respirare insieme al sax, di dialogare con la chitarra e di costruire spazi emotivi di rara intensità. Ogni nota sembra pesata, ogni frase possiede una naturalezza quasi disarmante.

Marcello Peghin lavora invece sulle sfumature. Il suo accompagnamento evita accuratamente qualsiasi protagonismo. Costruisce architetture armoniche leggere, ricche di colori, che sostengono il discorso collettivo senza mai invaderlo.

Il contrabbasso di Salvatore Maltana rappresenta il vero asse portante dell’ensemble. Solido, elegante, sempre presente ma mai invadente, garantisce equilibrio anche nei momenti più aperti all’improvvisazione.

UT Gandhi, infine, conferma ancora una volta la propria straordinaria sensibilità musicale. Il suo drumming non cerca mai la spettacolarità. Preferisce suggerire piuttosto che affermare, dipingere invece di scandire semplicemente il tempo. Le sue percussioni ampliano continuamente lo spazio sonoro, trasformando il ritmo in racconto.

Foto di Alceste Ayroldi

Il concerto procede come un lungo viaggio senza interruzioni. Le composizioni sembrano nascere l’una dall’altra, attraversando jazz europeo, melodie mediterranee, richiami sudamericani, improvvisazione contemporanea e momenti di intensa liricità. Non esistono barriere stilistiche, esiste soltanto la musica. Ed è proprio questa la forza di Atlantico: essere riuscito, molti anni prima che diventasse una moda, a immaginare una world music che non cercasse effetti speciali ma autenticità. Ogni brano possiede una precisa identità narrativa. Le melodie non cercano mai la facile immediatezza, ma nemmeno si rifugiano nell’intellettualismo. Rimangono sempre accessibili, pur mantenendo una complessità compositiva notevole. È musica che chiede ascolto.

E forse proprio qui emerge il dato più amaro della serata. Il Real Teatro Santa Cecilia presentava un pubblico decisamente troppo esiguo rispetto all’importanza dell’evento.

È difficile comprendere come una reunion così significativa, che riporta insieme uno dei gruppi più rappresentativi della world music italiana, abbia attirato un numero così limitato di spettatori. Il dispiacere nasce soprattutto osservando ciò che accade sul palco.

Il jazz, soprattutto quello che sceglie la strada della ricerca e della contaminazione autentica, continua troppo spesso a faticare nel raggiungere un pubblico più ampio, persino all’interno di un festival che rappresenta uno dei principali appuntamenti italiani dedicati al genere. Ed è un peccato, perché concerti come questo dimostrano come la musica possa ancora sorprendere, emozionare e raccontare il mondo senza bisogno di effetti spettacolari. Un viaggio senza confini nel quale Sardegna, Mediterraneo e Sud America smettono di essere luoghi geografici e diventano paesaggi interiori.

Se il Sicilia Jazz Festival nasce con l’ambizione di raccontare il jazz come linguaggio aperto e inclusivo, il concerto di Enzo Favata rappresenta probabilmente una delle sue espressioni più alte.

Tony Hadley e l’Orchestra Jazz Siciliana: quando lo swing incontra il pop e conquista il Teatro di Verdura

Se la serata dedicata a Atlantico aveva restituito l’immagine di un jazz raccolto, contemplativo e profondamente introspettivo, il secondo appuntamento preso in esame racconta il volto più spettacolare e comunicativo del Sicilia Jazz Festival. Il 10 luglio il Teatro di Verdura ha accolto uno degli artisti più amati dal pubblico internazionale, Tony Hadley, protagonista di un concerto che ha registrato una partecipazione particolarmente significativa.

L’immagine del Teatro di Verdura gremito rappresenta il contraltare perfetto rispetto alla sera precedente. Un pubblico numeroso, eterogeneo, composto da appassionati di jazz, da nostalgici degli anni Ottanta, da semplici curiosi e da spettatori attratti dalla possibilità di ascoltare una delle voci più iconiche del pop britannico in una veste completamente diversa.

Ed è proprio questa la chiave di lettura più interessante del concerto.

Chi si aspettava una semplice passerella di successi degli Spandau Ballet è rimasto sorpreso. Hadley ha scelto infatti di presentarsi soprattutto come interprete della grande tradizione americana, dimostrando ancora una volta come il suo percorso artistico degli ultimi anni si sia progressivamente orientato verso il repertorio swing e il Great American Songbook, anche se non sono mancate alcune perle del sodalizio britannico, come Only When You Leave, True, Through the Barricades e Gold.

Foto Fondazione OJS

Molti artisti costruiscono i propri concerti esclusivamente sulla nostalgia; Hadley preferisce raccontare la propria evoluzione musicale. Naturalmente il suo passato rimane sempre presente, ma non diventa mai una gabbia.

Sul palco emerge un cantante maturo, pienamente consapevole delle proprie possibilità vocali. La voce conserva quella timbrica calda, ampia e immediatamente riconoscibile che rese celebri gli Spandau Ballet negli anni Ottanta. Se inevitabilmente il tempo ha modificato alcune caratteristiche dell’estensione, ha però aggiunto profondità interpretativa. Hadley canta oggi con maggiore attenzione alla parola, al fraseggio, alle dinamiche. Ogni brano viene affrontato come una piccola narrazione teatrale.

Fondamentale, in questo percorso, il dialogo con l’Orchestra Jazz Siciliana.

L’ensemble del Brass Group conferma ancora una volta il proprio altissimo livello professionale. Non svolge il semplice ruolo di accompagnamento, ma diventa protagonista di un continuo confronto con il solista.

Le partiture valorizzano la tradizione delle grandi big band americane senza trasformarsi in un esercizio filologico. Gli arrangiamenti respirano, mantengono elasticità, permettono ai fiati di costruire interventi brillanti e alla sezione ritmica di sostenere con eleganza l’intero concerto. È uno degli aspetti più convincenti dell’intera esibizione.

Foto Fondazione OJS

L’Orchestra Jazz Siciliana possiede ormai una personalità ben definita. Nel corso degli anni ha accompagnato artisti provenienti dai mondi più diversi — dal jazz al pop internazionale — sviluppando una notevole capacità di adattamento senza mai rinunciare alla propria identità sonora. Da Feeling Good a Just a Gigolo, da Bewitched a The Lady is a Tramp, Hadley dialoga con semplicità, alterna momenti di leggerezza a brevi ricordi personali, ringrazia più volte Palermo e il Sicilia Jazz Festival, creando un clima di grande partecipazione, al quale il pubblico risponde con crescente entusiasmo. Lo stesso che, ci si augura, possa albergare in futuro di fronte ad altre proposte, altrettanto belle.
Alceste Ayroldi

 

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