Immanuel Wilkins «Live At The Village Vanguard»

Per il suo primo album dal vivo, l’acclamato sassofonista sceglie il luogo più mitologico nella storia del jazz, quel club leggendario che ha visto passare decine di grandi

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Il Village Vanguard è una stanza stretta, quasi timida, nascosta sotto il livello della strada, dove l’aria sembra trattenere ancora il respiro di chi vi ha suonato nel tempo. Non è solo un club, è una memoria viva. Ogni tavolo, ogni angolo, ogni scricchiolio del pavimento racconta una storia che non si è mai davvero conclusa. Entrarci con un sax in mano significa fare i conti con un’eredità che pesa e nello stesso tempo libera. Perché lì dentro il jazz non è mai stato un museo, ma un linguaggio in movimento. Al Vanguard è successo tutto. E continua a succedere. Quando Immanuel Wilkins, il nuovo astro del sax alto, è salito su quel palco per registrare «Live at the Village Vanguard», triplo album (in volumi separati) per la Blue Note, non lo ha fatto per dialogare con i fantasmi, ma per aggiungere una voce nuova a quella conversazione infinita. Wilkins non è un nostalgico. La sua musica non cerca rifugio nella tradizione, la attraversa, la prende, la piega e la rimette in circolo con una tensione che è insieme spirituale e politica, intima e collettiva. Nel suo suono c’è una ricerca che non si accontenta della forma: è una domanda aperta, insistente, che riguarda l’identità, la memoria, la comunità. E forse è proprio questo che rende il suo quartetto qualcosa di più di un semplice gruppo ma un organismo che respira, si espande, si contrae, ascolta e reagisce. Un organismo pulsante, vivo, immerso nella contemporaneità. Nel live al Vanguard tutto questo diventa ancora più evidente. Non c’è la protezione dello studio, né la possibilità di correggere, rifinire, ripensare. C’è solo il momento. E il momento, quando è vero, non si lascia addomesticare. Si incrina, accelera, si sospende. I brani si aprono come traiettorie, più che come strutture chiuse. Le improvvisazioni non sono deviazioni ma centri gravitazionali. E il pubblico – così vicino da diventare quasi parte della musica – non assiste. Partecipa. Il triplo dal vivo al Village Vanguard del quartetto di Immanuel Wilkins è un disco che non documenta semplicemente un concerto, è una fotografia in movimento, un frammento di presente che porta con sé tutto il passato e lo proietta in avanti. È un lavoro che dice molto non solo su chi è oggi Immanuel Wilkins ma su dove può andare il jazz quando smette di guardarsi allo specchio e torna a interrogare il mondo. È da qui che partiamo. Da una sala seminterrata, da un suono che prende forma nell’istante, da una musica che non chiede permesso ma ascolto. E da una serie di domande che provano a entrare, almeno per un momento, dentro quel flusso.

Immanuel Wilkins
Immanuel Wilkins ©Ming Smith

Il Village Vanguard è probabilmente il club più documentato nella storia del jazz. Che sensazione hai provato registrando lì e quanto la storia di quel luogo ha influenzato il modo in cui hai suonato quella sera?
Ogni volta che suoniamo al Vanguard ci sembra di interagire con i nostri antenati. Sembra davvero che quella sala contenga il suono dei musicisti che sono saliti sul suo palco nel corso degli anni. Se devo descrivere la sensazione che provo ogni volta che salgo su quel palco – non è stata quella la prima volta che ci ho suonato – la parola è pressione e credo che sia una buona parte del motivo che rende straordinaria quella esperienza. Sai, quella del Vanguard è una sala priva di fronzoli concepita semplicemente per ascoltare musica: una volta servivano del cibo, adesso solo bevande. La musica è la protagonista principale di quella esperienza e lo è non solo per il musicista, anche per il pubblico. E poi c’è anche un altro elemento che rende unico il concerto al Vanguard: quando stai registrando lì pensi al suono di tutte le registrazioni che sono state fatte, un vero e proprio libro di storia. Questa è la mia prima registrazione dal vivo documentata su disco e l’ho vissuta come qualcosa di molto stressante. Ma, a parte questo, è un onore per me averlo fatto. Penso sia davvero importante aver avuto la possibilità di documentare il nostro suono dal vivo. I miei tre dischi precedenti, come sai, sono stati registrati in studio in modo impeccabile, con una cura meticolosa dei brani contenuti che sono stati confezionati a mo’ di songs. Qui ovviamente è stata privilegiata l’improvvisazione e il modo in cui suoniamo insieme.

Molti dischi fondamentali del jazz sono stati registrati in quel club. Hai pensato a qualche album o a qualche musicista particolare mentre suonavi? Oppure hai cercato deliberatamente di ignorare il peso della tradizione?
Di solito quando suono non penso a niente, cerco solo di essere il più presente possibile. Detto questo, per prepararmi alla registrazione che sarebbe avvenuta al Vanguard, ho ascoltato i live famosi che vi sono stati registrati, in particolare quello di Sonny Rollins, in trio, che per me è stato una vera fonte di ispirazione. Ovviamente quello di John Coltrane. Il disco di Brad Mehldau registrato là dentro è davvero speciale. Poi ho decisamente passato molto tempo ad ascoltare il suono di quella sala perché volevo realizzare un progetto che le rendesse omaggio e che suonasse il più possibile in maniera spontanea come dev’essere una registrazione dal vivo. Volevo che suonasse nella stessa maniera in cui suona una registrazione fatta al telefono per cui ho usato molto il microfono d’ambiente. Dimenticavo: un altro lavoro che mi ha ispirato è stato il live di Jason Moran con i Bandwagon. Quelle che ti ho citato sono le mie registrazioni preferite fatte in quel club. 

Immanuel Wilkins Vanguard
Immanuel Wilkins sulle scale del Village Vanguard ©Ming Smith

Il tuo quartetto sembra funzionare come un organismo collettivo più che come un solista con accompagnamento. Come lavori per costruire questo tipo di interazione?
Il poeta Fred Moten una volta ha detto che il solista è un’emanazione dell’ensemble, e penso che sia davvero un bel modo di pensare all’assolo come a una vera e propria prova di collettività. Non amo pensare al solista come al genio che viene sostenuto dagli altri, quella è un’idea discutibile per me. Più cresco come musicista e più mi rendo conto che i confini sono sfumati e che crescere – come hai detto tu – come organismo collettivo è la vera sfida. Noi ci fidiamo tutti uno dell’altro, cercando di dare priorità alla musica e non alle nostre individualità. Per cui l’assolo, il supporto, l’accompagnamento sono tutti fattori importanti al servizio della musica.

Nel disco si percepisce un equilibrio molto fluido tra composizione e improvvisazione. Quando scrivi la musica per il quartetto, quanto spazio lasci deliberatamente aperto?
Varia da brano a brano. Ho attraversato diversi periodi in cui scrivevo di più pensando al gruppo e altri in cui pensavo a mé stesso. Ma devo dirti che la cosa meravigliosa della musica – quando la impari sempre più, quando cresci – è la sensazione di poter fare qualsiasi cosa con le canzoni che alla fine diventano tele bianche in cui possiamo prenderci tutte le libertà possibili oppure non prendercene nessuna. Pensa a come trattiamo gli standard: per me non sono altro che tele bianche da colorare in mille modi. Ma per rispondere alla tua domanda non è qualcosa che razionalizzo, dipende dal momento e dal brano.

Immanuel Wilkins Quartet
Immanuel Wilkins Quartet ©Ming Smith

Nella tua musica ritorna spesso una dimensione spirituale molto forte. In che modo questa componente entra nel processo creativo e nella performance dal vivo?
Quando ho iniziato a scrivere musica volevo trasmettere la stessa sensazione che trasmette una funzione religiosa. Hai centrato la domanda, è qualcosa a cui tengo moltissimo e che cerco di utilizzare – passami il termine – in ogni momento della mia vita di musicista, quindi sia nel processo creativo che nella performance dal vivo.

Il tuo sax alto ha un suono molto riconoscibile: lirico ma anche tagliente. Quanto lavoro c’è dietro la costruzione di un timbro personale?
Tantissimo. Ho ancora la sensazione di stare sviluppando il mio suono, la mia voce. Questo lavoro è iniziato per me da ragazzino cercando di imitare i grandi maestri, quelli che amavo davvero, cercando di individuare i diversi aspetti del loro suono. Ho ascoltato moltissima musica, ho fatto un sacco di note lunghe. Devo dirti che non mi è mai stato molto chiaro il suono che volevo raggiungere fino a quando ho iniziato a tirare fuori qualcosa che a me sembrava unica, originale. Ho pensato: «Wow! Questa è la direzione da seguire». E la sto ancora seguendo.

Immanuel Wilkins Quartet Village Vanguard
Immanuel Wilkins «Live at the Village Vanguard»

Registrare dal vivo significa, come abbiamo già detto, includere anche l’energia della sala. Quanto il pubblico del Vanguard ha influenzato lo sviluppo dei brani quella sera?
Lo ha influenzato moltissimo. Il pubblico del Vanguard è straordinario, il club è di solito frequentato da gente che ascolta la musica sul serio anche, e soprattutto, dal punto di vista emotivo. È gente che non ha paura di far rumore, di tifare, e questo credo si senta ascoltando il nostro disco. Tra il pubblico c’era il batterista Trae Crudup, un amico di noi tutti ma in particolare di Kweku Sumbry e che stava seduto proprio vicino alla batteria. In alcuni punti della registrazione si può sentire la sua voce che urla e incoraggia la band. Per me quello è uno dei momenti più emozionanti del disco. Sentire quel tipo di cameratismo è stato incredibile: c’era un fior di musicista che stava tifando per noi in un modo davvero viscerale. Qualcosa di simile al tifo sportivo, era come se fossimo una squadra di basket che stava vincendo una partita. Ed è una sensazione incredibile che ovviamente non si prova nelle registrazioni in studio.

Un live cattura anche l’imprevedibile: errori, deviazioni, momenti di tensione. C’è stato qualche momento in cui la musica ha preso una direzione inattesa?
Sì, certo. Sempre. Abbiamo registrato tutti e tre i volumi in due giorni e ogni set è stato davvero speciale. Penso che siano stati i due giorni migliori dei sei trascorsi a suonare al Vanguard. Proprio per questo ci sono stati molti colpi di scena inaspettati, e la cosa importante è che li abbiamo affrontati tutti insieme all’unisono. Una sensazione forte, era come se ci addentrassimo in zone sconosciute di cui non sapevamo nulla. Suonare dal vivo è bellissimo e volevo aggiungere: più riesci a dimenticarti che ci sono i microfoni, meglio è.

Immanuel Wilkins
Immanuel Wilkins ©Ming Smith

Molti musicisti della tua generazione stanno ridefinendo il linguaggio del jazz contemporaneo. Ti senti parte di una scena con una visione condivisa oppure segui un percorso molto personale?
Sento di far parte di una generazione di musicisti incredibili: penso alla trombonista Kalia Vandever, a Joel Ross, al tastierista James Francies, al batterista Jeremy Dutton, al trombettista Giveton Gelin, alla percussionista Lesley Mok. Ti posso dire che la mia generazione è davvero interessata a cambiare le cose in meglio usando la storia, la tradizione, in modo concreto e tangibile. La buona musica non nasce dal nulla, sai? E secondo me stiamo vivendo un momento di rinascita per quel che riguarda il jazz.

Se dovessi pensare a questo disco tra vent’anni, cosa rappresenterà nella tua storia musicale: una fotografia di un gruppo, un punto di passaggio o l’inizio di qualcosa di nuovo?
Se dovessi scegliere tra queste tre opzioni direi che è un’istantanea della band. Penso che sia davvero un’ottima prova del nostro modo di suonare quando ci scateniamo sul palco. Quando suoniamo quando non ci sono limiti come accade nelle registrazioni dal vivo e non in quelle in studio. Idealmente io avrei registrato tutta la musica suonata in quelle sei serate al Vanguard, volevo testimoniare un’esperienza immersiva e andare in controtendenza: oggi si tende a pubblicare brani brevi. Ma io ho sentito un’urgenza legata anche al momento sociale e politico che stiamo vivendo o forse avevo semplicemente bisogno di sfogarmi un po’…

Immanuel Wilkins Quartet
Immanuel Wilkins Quartet ©Ming Smith

Adesso facciamo un piccolo gioco: io ti faccio tre nomi e tu mi dici chi è quello che ti ha influenzato di più…
Proviamo. 

Cannonball Adderley, Greg Osby, Logan Richardson. Chi di loro ti ha influenzato di più e perché…
Questa è difficile. Se proprio devo, direi Greg Osby. Da piccolo ho passato molto tempo ad ascoltare la sua musica e anche quella di Steve Coleman. Sai, tutto il movimento M-Base. Gary Thomas… La loro musica mi sembrava alternativa, underground. Ricordo che ascoltavo in continuazione il disco di Greg con Joe Lovano, credo si intitoli «Friendly Fire». Assolutamente: tra i tre nomi che mi hai fatto, Greg Osby è quello che mi ha influenzato di più. 

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