Mario Caccia e Abeat: venticinque anni di qualità

La nota etichetta, che festeggia un quarto di secolo, ha nel tempo costruito un catalogo importante del quale ci parla il suo fondatore

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Cominciamo raccontando il tuo percorso personale. Per quali strade sei arrivato al jazz e poi a fondare Abeat, la tua etichetta?
L’esordio è stato apparentemente occasionale, perché non avevo particolari ambizioni come produttore di musica jazz. Io vengo dalla musica leggera, anche se ho studiato contrabbasso classico. A diciott’anni ho cominciato a fare il musicista professionista. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila insegnavo in una scuola, il Centro Espressione Musicale di Gallarate, e nei corridoi mi capitava spesso di incrociare musicisti jazz che si lamentavano del fatto che in Italia, nel loro ambito, mancasse un vero ricambio generazionale: i produttori e le etichette erano sempre gli stessi, avevano acquisito una modalità di lavoro un po’ stanca e gli stimoli cominciavano a diminuire. A un certo punto mi chiesero, un po’ per scherzo, perché non mi mettessi a fare io il discografico. In effetti sono sempre stato un musicista atipico, che si è occupato di musica a 360 gradi, non solo studiando e suonando. Sono stato tecnico e fonico, ho diretto un’orchestra, ho composto numerosi dischi di musica leggera, anche di un certo successo commerciale. Evidentemente questa flessibilità, questa propensione a pensare la musica nel suo complesso, mi ha aiutato. Così mi sono buttato nella mischia delle produzioni discografiche con totale incoscienza, assecondando quella che è sempre stata la mia personalità: affrontare le cose in modo istintivo quando mi sembra ci sia una bella sfida. Ho cominciato forte, con «Il Poeta» del Renato Sellani Quartet, il mio disco numero uno. Anche il numero due fu altrettanto bello, «Prism», con Don Friedman, Stefano Bagnoli e Marco Ricci, prodotto da Paolo Jannacci, il figlio di Enzo. Erano anni in cui qualche disco si vendeva ancora: non più i grandi numeri degli anni Ottanta o Novanta, ma c’era comunque un po’ di mercato. Trovare un distributore, però, non era affatto semplice, perché non avevano tempo da perdere con etichette neonate, con poche produzioni o poco orientate al mercato. Ho avuto un colpo di fortuna anche in questo senso, perché conoscevo il figlio di uno dei soci di IRD–International Record Distribution. Così Franco Ratti, fondatore di IRD, mi accolse grazie a un contatto del tutto casuale. Ricordo ancora che mi chiamò al telefono, dopo quindici giorni dall’inizio della distribuzione del disco, per dirmi che erano arrivati ottimi ordini, soprattutto dal Giappone. «Bene», pensai, «siamo partiti!».

Come hai scelto il nome dell’etichetta?
Sono un bassista, quindi il beat, la base del ritmo, per me ha un significato centrale. La «A» davanti è nata con un po’ di fantasia, ma anche da un piccolo ragionamento commerciale: un amico mi aveva detto che dare a un’azienda un nome che inizia per A ti mette sempre in cima alle liste. In effetti, tra fiere e cataloghi, mi ritrovo spesso lì davanti: può tornare utile! Poi c’è chi lo pronuncia all’inglese, chi lo italianizza e chi addirittura immagina un raffinato latinismo, aggiungendo una H: «Habeat».

Abeat pubblica una decina di dischi l’anno. Immagino che alle spalle ci sia un lavoro di selezione molto impegnativo. Qual è il criterio che scegli per privilegiare una registrazione, un artista o un progetto?
Prima di tutto va detto che il catalogo Abeat è molto ampio e non monotematico: ci puoi trovare progetti che vanno dal mainstream, anche se piuttosto raramente, all’avanguardia, fino a lavori che sconfinano nella world music. Questo perché cerco innanzitutto dischi che risplendano di una luce propria, con una forte identità personale, qualcosa che si percepisca già dall’aspetto esteriore. Molte etichette sono fin troppo riconoscibili dal punto di vista grafico, al punto che finisce per risaltare più il marchio dell’etichetta che non l’identità del disco. Noi seguiamo un processo esattamente opposto: un disco deve brillare per personalità e originalità proprie già dalla grafica e dalla copertina, che curiamo con particolare attenzione.

Mario Caccia Barber Shop
Mario Caccia con Stefano Bagnoli, Riccardo Fioravanti, Dado Moroni e Franco Cerri in occasione dell’uscita di «Barber Shop»

Quindi è importante l’identificabilità dell’etichetta ma anche l’individualità di ciascun lavoro…
Noi non pubblichiamo in modo insindacabile quello che vogliamo: c’è sempre un rapporto di collaborazione con l’artista, che viene messo nelle condizioni di partecipare a tutto il processo produttivo. Questo vale già a partire dalla confezione, che deve prima di tutto rispecchiare la sua personalità e l’identità del disco. Devo dire che, a distanza di anni, veniamo ancora riconosciuti proprio per questo, che è diventato un po’ il nostro tratto distintivo. L’appassionato sa che con Abeat può ascoltare progetti dall’estetica musicale molto variegata, dove però c’è sempre un segno di alta qualità. Le grafiche le realizziamo internamente e, soprattutto negli ultimi anni, sono affiancato da mia moglie Marina Barbensi, grafica di professione e artefice della maggior parte delle nostre copertine.

Tornando ai criteri di selezione, quanto spazio dai invece al tuo insindacabile gusto personale?
C’è anche quello, naturalmente, considerando che ormai siamo in una dimensione in cui il business è l’ultima delle preoccupazioni. Per fortuna ho un gusto piuttosto ampio, ma sono soprattutto interessato alla possibilità di sviluppare un rapporto duraturo con un artista. Mi piace intraprendere un percorso che non si esaurisca con la pubblicazione di un singolo lavoro ma che possa continuare negli anni, facendo maturare i risultati poco alla volta. Quando una collaborazione prende forma, tutto diventa più interessante: spesso i progetti vengono ideati insieme e poi, naturalmente, ci si augura che le ciambelle vengano col buco.

Proviamo però a ribaltare la scena dall’altra parte, facendo una sorta di controcampo. Qual è l’approccio corretto che deve avere un musicista con te, soprattutto se è giovane?
C’è una cosa, in particolare, che tende a farmi storcere un po’ il naso: quando un artista immagina la pubblicazione di un disco come la fine di un capitolo, per poi preoccuparsi subito di quello successivo. Nelle condizioni di mercato attuali bisogna invece puntare anche sulla promozione e sui concerti. Se un musicista realizza un disco senza avere l’intenzione di investire nel tempo su quel progetto, tutto rischia di diventare sterile, a partire dallo sforzo che facciamo nel pubblicare qualcosa che è comunque un grande punto interrogativo. Insomma, dietro deve esserci una motivazione forte. Io voglio essere in grado di corrispondere al meglio alle aspettative dell’artista e so di poterlo aiutare in modo propositivo e stimolante solo quando c’è una vera comunione di intenti.

Mario Caccia Franco Cerri
Mario Caccia e Franco Cerri ©Stefano Galvani

Ma qual è il senso, nel 2026, di una piccola etichetta discografica come la tua e soprattutto qual è il suo obiettivo, la sua vocazione, nell’epoca delle piattaforme e dello streaming?
Un tempo l’etichetta era in grado di provvedere economicamente a ogni aspetto della produzione e, in alcuni casi, anche di garantire delle royalties. Con il passare degli anni e la crisi del mercato fisico, tutto questo si è ridotto al lumicino. Oggi l’artista può naturalmente fare tutto in maniera autonoma, attraverso l’autoproduzione, caricando il materiale su una piattaforma o stampando delle copie. Questo però comporta un enorme dispendio di energie e di risorse economiche, con moltissimi passaggi e oneri conseguenti. E spesso manca anche la professionalità di chi fa questo mestiere da tanti anni, per non parlare dei suggerimenti e dell’esperienza. Questa consuetudine con il processo produttivo e questo tipo di professionalità possono ancora rappresentare un valore. In sostanza, direi che oggi il ruolo dell’etichetta è più assimilabile a quello di un fornitore di servizi. Ma lasciami aggiungere qualcosa sullo streaming… Per le piccole etichette, il cui core business era soprattutto la vendita di supporti fisici, l’avvento dello streaming ha segnato un cambiamento radicale. Monetizzare sulle piattaforme richiede milioni di ascolti, un traguardo impossibile per generi musicali non popolari. Però il mondo va avanti e bisogna adeguarsi, creando nuove strategie. In questa fase, artisti ed etichette devono investire sempre più tempo e denaro per ottenere visibilità. È un sistema molto più complesso e costoso rispetto al passato. Queste sono le sfide del mondo contemporaneo, che meriterebbero una discussione su come una migliore redistribuzione delle risorse potrebbe aiutare tutti. L’artista che non si trova sulle piattaforme con tutti i suoi dischi vive una specie di crisi di identità. Anche se è consapevole che da lì non gli arriva quasi nulla, tende a dimenticarlo pur di esserci. All’inizio ero un po’ restio ai cambiamenti imposti dal digitale, ma col tempo, confrontandomi con gli artisti, abbiamo deciso di affrontarli insieme, mantenendo un approccio critico condiviso.

Quando guardi il pubblico che viene ai concerti che organizzi, che sensazione hai? L’interesse, la curiosità, la preparazione, sono cresciuti?
Io ho una missione da sempre: avvicinare il maggior numero di persone al jazz, un’etichetta gigantesca sotto la quale si nascondono decine di sottogeneri. Mi piace pensare al jazz come a una musica in cui l’attitudine all’improvvisazione e la creazione istantanea sono un asse portante. Storicamente, in Italia il jazz viene spesso visto come musica per pochi adepti, dove chi improvvisa può arrivare a un punto in cui l’ascoltatore senza gli strumenti giusti non capisce più nulla. Per questo organizzo rassegne in cui, senza far sconti alla qualità, ci siano anche proposte più fruibili, con un certo tasso melodico e ritmi accessibili. I concerti sul territorio spesso si riempiono: è la prova che si può emozionare un pubblico più ampio anche con il jazz. Non voglio però rinunciare nemmeno a un’operazione – uso una parola grossa – di «educazione»: all’interno delle nostre rassegne proponiamo anche musica più articolata, più «difficile». Magari il pubblico non va a casa con l’emozione immediata, ma resta curioso, riconosce la qualità e fa un passo avanti. 

Mario Caccia Johnny O'Neal
Johnny O’Neal e Mario Caccia ©Roberto Cifarelli

Ti racconto una cosa carina. Johnny O’Neal era il pianista di Clark Terry negli anni Ottanta: pubblicai un po’ di anni fa un suo disco. È un classico pianista nero della sua generazione, abituato a darsi al pubblico: suona per emozionare chi lo ascolta. Io l’ho invitato più volte. Quando vede un pubblico eterogeneo, lo conquista piano piano con brani melodici e cantabili, facendo anche un po’ il gigione. Poi attacca con pezzi difficilissimi, ma a quel punto la gente è pronta: l’hai guidata, l’hai presa per mano. Mi piace immaginare lo stesso approccio quando curo la linea editoriale di Abeat: proporre, guidare, emozionare, senza rinunciare alla qualità e alla scoperta.

In 25 anni da discografico avrai accumulato decine di aneddoti come questo. C’è un personaggio o un momento creativo che ricordi con particolare emozione?
Potrei scrivere dei libri in proposito. Per esempio, c’è il capitolo Tom Harrell. Siamo all’inizio del 2007 e, con Dado Moroni, con il quale avevo già avviato un percorso artistico importante da anni, decidiamo di fare un disco coinvolgendo un grande ospite internazionale. Chiesi a Dado con chi avrebbe voluto collaborare e lui scelse Harrell. Solo dopo scoprii che, in quel periodo, stava vivendo uno dei momenti più traumatici della sua vita: non riusciva più a suonare con continuità e la consueta maestria, a causa di problemi che si riflettevano su labbro e muscolatura. Da anni non registrava dischi. Quando Dado mi raccontò tutto questo, decisi, in maniera un po’ incosciente, di lanciarmi in quella clamorosa sfida. La richiesta economica era importante e non c’era spazio per trattative. Disperato, a un certo punto al telefono dissi: «Va bene, ti concedo quella cifra, ma mi devi garantire un giorno aggiuntivo in studio con Dado». Lui accettò. Chiudiamo il contratto e cerchiamo uno studio super a Milano, dotato anche di una stanza anecoica, perché ogni tanto Harrell aveva bisogno di ritirarsi nel buio totale per qualche ora. Prenotiamo la settimana intera, ma dopo tre giorni non avevamo portato a casa neanche una nota. Poi, il quarto giorno, mentre chiacchieravo con il fotografo Roberto Cifarelli in studio, tenendo sempre un orecchio su quello che succedeva nella sala, sentiamo una cosa da pelle d’oca: quasi magicamente, Harrell si era sbloccato e suonò dalla mattina alla sera in maniera perfetta. Ricordo di aver detto ai musicisti di non fermarsi, di continuare finché avevano energie: mi sembrava di vivere una giornata storica. Mi piace pensare di aver contribuito alla rinascita artistica di Harrell, ma forse è più una segreta e personale illusione in cui mi cullo. Oltre a «The Cube» che avevamo immaginato insieme a Dado, Andrea Dulbecco, Stefano Bagnoli, Enzo Zirilli e Riccardo Fioravanti, riuscimmo anche a registrare «Humanity», in duo con Moroni, in una sola mattinata. Quel disco, simbolo di Abeat, mi ha fatto conoscere in tutto il mondo.

 

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