Round About Miles. Intervista a Ugo Sbisà e Roberto Ottaviano

Il progetto originale ideato e curato da Ugo Sbisà e con Roberto Ottaviano e Flavio Boltro.

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Round About Miles è un progetto originale di musica e narrazione dedicato al centenario della nascita di Miles Davis, figura rivoluzionaria e imprescindibile della storia del jazz mondiale. A cento anni dalla sua nascita, uno spettacolo che rende omaggio non solo all’artista, ma anche all’uomo, attraverso un racconto intenso e autentico costruito sulle testimonianze dirette raccolte da Ugo Sbisà, storico del jazz e unico giornalista europeo ad aver instaurato con il trombettista statunitense un rapporto personale e di amicizia. Tra musica dal vivo e parole, Round About Miles accompagna il pubblico in un viaggio attraverso le tappe fondamentali della carriera del grande trombettista: gli incontri con leggende come Charlie Parker, Thelonious Monk, John Coltrane e Jimi Hendrix, ma anche le relazioni con protagonisti della cultura internazionale come Jean-Paul Sartre e Juliette Gréco. Un mosaico di ricordi, aneddoti e riflessioni che restituisce il ritratto umano e artistico di una personalità unica e irripetibile. A dare voce e suono a questo universo è un cast di assoluto prestigio: il ruolo della tromba di Miles Davis è affidato a Flavio Boltro, tra i più importanti interpreti del jazz italiano contemporaneo. Accanto a lui, la band guidata dal sassofonista Roberto Ottaviano, con Eugenio Macchia al pianoforte, Giuseppe Bassi al contrabbasso e Lorenzo Tucci alla batteria. La narrazione è affidata alla voce dello stesso Ugo Sbisà, custode diretto di una memoria preziosa e irripetibile.

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Ugo Sbisà

Ugo, tu sei stato uno dei pochissimi giornalisti europei ad avere un rapporto di amicizia con Miles Davis. Qual è stato il momento in cui hai capito che il vostro rapporto aveva superato il semplice ambito professionale?
Quando Miles realizzò che la mia compagna dell’epoca era fuori dalla porta della sua suite d’albergo, aspettando il momento propizio in cui avrei potuto presentargliela. Mi rimproverò per averla fatta aspettare senza dirgli nulla e, dopo averla ammessa, ci trattenne fino a notte fonda conversando con noi di musica, di arte, ma anche di cose di tutti i giorni, informandosi sui nostri lavori, sul nostro legame ed elargendoci consigli come se fosse stato uno di famiglia. In quel momento mi resi conto che era accaduto l’impensabile.

Round About Miles non è un semplice concerto-tributo ma un racconto in prima persona. Quando è nata l’idea di far parlare Miles attraverso i suoi ricordi?
Un anno prima della ricorrenza del centenario. Mi è sempre piaciuta l’abbinata di musica e parole e avevo già fatto qualcosa di simile con Roberto Ottaviano. Ovviamente immaginavo – come effettivamente è accaduto – che di omaggi a Miles Davis ne sarebbero stati allestiti molti, ma poi ho pensato che avrei potuto ideare qualcosa di diverso semplicemente facendo parlare Miles delle cose che mi raccontava quando ci incontravamo. Sentirlo dire di Coltrane: «Un grande, ma suonava troppe note per i miei gusti», o affermare «Se non conosci «Kind of Blue» non sai niente di me» va ben oltre le analisi musicologiche o le narrazioni critiche.

Round About Miles attraversa epoche musicali molto diverse della carriera di Miles Davis. Come avete costruito il percorso sonoro dello spettacolo?
Intanto abbiamo scelto di utilizzare quasi esclusivamente musiche di Miles. Troppi tributi diventano pretestuosi quando didascalicamente vengono usati brani “interpretati da…” E’ una cattiva abitudine, è fuorviante ed ha dettato la struttura disinformativa delle piattaforme musicali. Quindi da “Solar” a “Jean Pierre”, anche formalmente il riferimento è stato alla scrittura di Miles. Poi ho adattato la scelta al testo. C’è una diretta relazione tra narrazione e musica, tanto nell’azione della band, quanto nei commenti solistici inseriti insieme alla lecture.

Avete scelto di ricreare fedelmente alcune atmosfere storiche o di reinterpretarle con una sensibilità contemporanea?
Diciamo che abbiamo cercato di ricostruire un “suono” che potesse far convergere oltre quarant’anni di visioni Davisiane che andavano dall’asprezza hard bop al taglio più aperto e sospeso del secondo quintetto fino all’avvento della elettrica urban jungle del dopo Bitches Brew. Dopo di che ognuno di noi, come è giusto che sia, ci ha messo quella parte di bagaglio personale che fa, o che dovrebbe fare, del jazz una avventura che non può essere circoscritta in una cosa museale.

Roberto Ottaviano Foto di Gianni Cataldi

Il ruolo della tromba è affidato a Flavio Boltro. Cosa rende Boltro la scelta giusta per questo progetto?
Se parliamo di trombettisti italiani, con il capostipite Enrico Rava e poi con Paolo Fresu e Fabrizio Bosso, Flavio è uno dei più rappresentativi. Credo abbia dalla sua la tecnica, la letteratura, ma anche e soprattutto la sensibilità per dare un contributo significativo al nostro progetto.

Qual è stata la sfida più difficile nel trasformare una figura così iconica in uno spettacolo vivo e umano?
Conservare il suo modo di esprimersi, di essere graffiante, senza però lasciare troppo in secondo piano l’umanità colloquiale emersa negli ultimi anni della sua vita. E anche fare in modo che la notorietà della sua musica, amata dai fan di tutto il mondo, non fagocitasse la parte parlata. Poi c’è la questione del carisma, quel magnetismo animale che faceva di lui un vero Dark Magus. All’inizio avevo pensato che ci sarebbe voluto un attore per interpretare i testi, ma poi ho capito che avrebbe finito per appropriarsi del personaggio, per cui ho preferito andare in scena di persona. Magari non saprò recitare, ma ogni volta che racconto quelle storie, mi sostiene l’emozione di rivivere i nostri incontri e credo che resti tutto più genuino.

Nel raccontare musicalmente Miles Davis, avete scelto di evocare il suo universo sonoro o di attraversarlo con una voce completamente vostra? Dove si colloca il confine tra omaggio e reinterpretazione?
Un tributo autentico dovrebbe aprire una porta verso qualcosa che ancora non conosciamo, tutto il resto ci invita a restare dove siamo già stati. Penso che i grandi. Se potessero parlare, probabilmente ci chiederebbero meno omaggi e più disobbedienza…E’ un processo rischioso ma è di certo la mia, la nostra ambizione, quella di non cedere alla tentazione della replica ma, a partire da quel materiale artistico, proseguirne il gesto e provare a inventare, rompere, cercare anche a costo di fallire. Un atteggiamento diverso sarebbe, a mio avviso, un tradimento di questo pensiero.

Round About Miles mette insieme memoria, racconto e improvvisazione. Quanto spazio lasciate, ogni sera, all’imprevisto e all’interazione emotiva tra i musicisti sul palco?
C’è ovviamente una griglia da seguire, ma ci muoviamo sempre in ambito jazzistico e in questo senso gli insegnamenti di Miles, il modo in cui realizzava molti suoi dischi, rappresentano una stella polare per chiunque, non solo per noi. Guardare all’emotività e soprattutto agli imprevisti come a delle risorse è il migliore antidoto contro la routine.

Dopo le prime date già annunciate, il progetto sembra avere una vita lunga. Pensate che possa evolversi ulteriormente strada facendo?
Il centenario ci ha fornito l’occasione, ma un personaggio come Miles Davis andrebbe celebrato ogni giorno dell’anno, per cui la risposta è sì: vorremmo continuare a portarlo in giro anche oltre il 2026 e infatti abbiamo già delle richieste. E chi lo sa, potremmo anche pensare di arricchirlo ulteriormente.

Se oggi Miles Davis entrasse in teatro durante Round About Miles, quale momento dello spettacolo pensate potrebbe sorprenderlo davvero?
Beh, diciamo che i primi a essere sorpresi saremmo noi, un po’ come quando mi sibilò, con la sua voce da serpente, «Cosa stai facendo con la mia tromba in mano?», gelandomi il sangue nelle vene. Ma forse, più dei suoi ricordi musicali, lo sorprenderebbe la parte in cui mi raccontava che lo sguardo della mia compagna era simile a quello di sua madre. Nel dirmi quelle cose e nel parlarmi subito dopo del suo amore impossibile per Juliette Greco, si aprì con me come non credo avesse mai fatto molte altre volte con un estraneo: tutto sommato ci conoscevamo da poche ore e lui era già a parlarmi di sentimenti, di amore. Un aspetto molto lontano da quello dell’uomo burbero, caratterialmente impossibile che lo accompagnava da sempre. Ho pensato a lungo se “violare” quella sua confidenza, ma poi ho concluso che fosse giusto far conoscere anche questo suo momento più privato.
Alceste Ayroldi

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