Angelo Valori e la Medit Orchestra: storia di un organico eclettico

Una band capace di unire sonorità classiche ai nuovi linguaggi contemporanei, muovendosi tra jazz, canzone d’autore, elettronica e scrittura orchestrale

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Buongiorno Angelo, benvenuto su Musica Jazz. Un’estate piena di impegni per la tua Medit Orchestra. Ci vorresti dire come è nato il progetto di questo large ensemble?
La Medit Orchestra è nata solo cinque anni fa, ma raccoglie l’eredità di Suono & Oltre, un’orchestra che avevo fondato negli anni Novanta con cui tra l’altro realizzammo con John Patitucci la prima esecuzione di una sua composizione, commissionata per l’occasione. L’idea era quella di creare un organico capace di unire sonorità classiche ai nuovi linguaggi contemporanei, muovendosi tra jazz, canzone d’autore, elettronica e scrittura orchestrale. Il nome Medit richiama il Mediterraneo, luogo di scambi ed incontri: un’area culturale dove le differenze diventano ricchezza.

Spesso la Medit Orchestra ha degli ospiti d’eccellenza. Con quale criterio gli scegli?
Cerco artisti che condividano una visione aperta, curiosa e appassionata. Non cerco solo nomi importanti, ma personalità con cui si possa costruire un progetto autentico e che siano capaci di dialogare con l’orchestra, di mettersi in gioco. Mi piace costruire progetti su misura, dove l’arrangiamento diventi un ponte tra il mondo dell’ospite e la nostra identità sonora. In questo senso, ogni collaborazione è un racconto nuovo e l’arrangiamento diventa quasi una forma di drammaturgia musicale, un modo per raccontare l’artista ospite attraverso la voce dell’orchestra. Sono molto felice quando, insieme al valore musicale, si costruisce un rapporto di autentico scambio umano.

Di recente è stato pubblicato anche un disco con Ilaria Pilar Patassini, dedicato a Paolo Conte. Come avete proceduto in fase di arrangiamento e di scelta dei brani?
Con Ilaria condividiamo una profonda attenzione per la parola e la teatralità della canzone, caratteristiche che si sposano perfettamente con le canzoni di Paolo Conte, che è un autore che permette di giocare con le sfumature, con il colore e con il non detto. Abbiamo scelto brani che restituissero la sua poesia più intima e ironica, evitando l’imitazione a partire dalla rinuncia alla sezione ritmica, un’idea condivisa con il produttore del disco Roberto Catucci di Parco della Musica Records. Gli arrangiamenti sono pensati per rispettare la scrittura originale, ma proiettandola in un contesto orchestrale.

La Medit Orchestra non è di certo la tua prima esperienza nell’ambito delle orchestre e/o large ensemble. Alla direzione d’orchestra come sei arrivato?
In realtà, la direzione è nata in modo naturale dal mio lavoro di compositore e arrangiatore. Scrivendo per organici ampi, a un certo punto è stato inevitabile voler dare concretezza alla propria visione sonora. Ho studiato direzione nell’ambito della musica classica con maestri quali Mario Gusella e Donato Renzetti, ma successivamente ho cercato un approccio che fosse più vicino alle diverse musiche contemporanee, dove il gesto è anche un atto creativo. La direzione è, per me, una forma di composizione in tempo reale: il gesto serve a costruire il suono, a modellare le relazioni, a creare energia collettiva. Non è solo tecnica, ma anche ascolto e intuizione. Io credo fermamente che il gesto del direttore cambi e plasmi il suono dell’orchestra.

Quali sono le raccomandazioni/insegnamenti che rivolgi ai tuoi orchestrali?
Chiedo sempre attenzione, curiosità e rispetto reciproco. In orchestra bisogna respirare insieme: non basta leggere bene e avere una buona tecnica, bisogna ascoltarsi e reagire. Mi piace quando i musicisti portano idee, quando sentono di essere parte di un organismo vivo. L’orchestra è una comunione di sensibilità che cerco di coltivare creando un clima di serenità che permetta a ciascuno di lavorare al meglio.

I tuoi esordi nella musica sono nell’ambito della sperimentazione: mi riferisco alle tue opere eseguite all’Opera di Roma, al teatro Stabile di Torino, e così via. Poi, cosa è successo che ti ha spinto verso il jazz e verso sonorità più soul-oriented?
La mia attività nel campo della sperimentazione è giovanile ed è antecedente le esperienze all’Opera di Roma, dove scrissi le musiche per lo spettacolo di danza Cleopatra con le coreografie di Patrizia Cerroni usando un insieme di sonorità jazz, world, elettroniche. Dopo le esperienze giovanili più sperimentali, ho sentito l’urgenza di ritrovare la dimensione emotiva e comunicativa della musica. Inoltre, di testimoniare i miei interessi molteplici che andavano dal canto gregoriano alla canzone d’autore, dalla vocalità rinascimentale al jazz passando per il repertorio sinfonico e cameristico. Il jazz, con la sua libertà, e la canzone, con la sua immediatezza poetica, sono diventati i miei strumenti espressivi naturali. Ma il percorso è stato lungo e molto sofferto, con lunghi periodi di silenzio e riflessione.

Angelo Valori e Medit Orchestra
Angelo Valori e la Medit Orchestra

Quando componi ci sono dei «riti» che osservi? Quale strumento utilizzi?
Scrivo quasi sempre al pianoforte, anche solo per abbozzare. Mi piace il contatto fisico con il suono. A volte parto da un’idea melodica, altre da una progressione armonica o da un ritmo. Non cerco mai di forzare la scrittura, anche se poi torno più volte sul materiale per raffinarlo.

Quanto è importante per te l’attività di ricerca in ambito musicale?
È fondamentale e parte integrante del mio lavoro, non solo come compositore ma anche come docente. La ricerca non è solo analisi o sperimentazione, ma curiosità costante verso la trasformazione dei linguaggi. Credo che ci sia un fraintendimento sul concetto di ricerca e di innovazione, da molti vista come l’utilizzazione di materiali sempre più complessi e difficili. Bisogna lasciarsi sorprendere dalle novità e dalle molteplici strade che si possono intraprendere. Cercare di presentare al pubblico sonorità sempre più complesse ed intricate, beandosi dell’elitarismo che questo provoca, porta a mio modo di vedere ad un’arida implosione, oltre che trovare un limite nelle possibilità percettive dell’essere umano. Credo che oggi la sfida sia proprio trovare una sintesi tra tradizione e innovazione, tra cultura e comunicazione.

Quali sono i compositori ai quali fai maggiormente riferimento?
Da sempre amo Chopin, Brahms e Schubert, ma anche Ravel, Bartók e Stravinsky, per la loro capacità di fondere rigore strutturale e creatività armonica e melodica. Nel jazz direi Gil Evans, Vince Mendoza, Maria Schneider. Ma è un’approssimazione, che accetto di fare per gioco. Sono un onnivoro e ascolto anche molto pop d’autore e colonne sonore, cercando di ricevere il massimo di quello che possono trasmettermi.

Quale routine di pratica o esercizio hai sviluppato per mantenere e migliorare le tue attuali capacità musicali?
Cerco di scrivere qualcosa ogni giorno. La scrittura è come un muscolo: se non lo alleni, perde elasticità ed automatismo. Inoltre, ascolto moltissimo. Riascoltare vecchi lavori con orecchie nuove, analizzando attentamente le partiture, è spesso un esercizio più utile di qualunque tecnica e mi permette di scoprire sempre nuovi particolari. Come è già stato detto, la fruizione dell’opera cambia nel tempo grazie al nostro cambiamento.

Per la maggior parte degli artisti, l’originalità è preceduta da una fase di apprendimento e, spesso, di imitazione degli altri. Com’è stato per te? Come descriveresti il tuo percorso artistico e la transizione verso la tua essenza artistica attuale?
Credo che l’originalità non sia un punto di partenza, ma una conseguenza della autenticità artistica. Ho attraversato diverse fasi, dall’avanguardia alla canzone, dall’opera alla musica jazz e credo che ogni passaggio sia servito a liberarmi da etichette e convenzioni. L’originalità, se arriva, è frutto della autentica ricerca interiore nel tempo: quando smetti di voler «essere qualcosa o qualcuno» e semplicemente scrivi ciò che sei, allora comincia il linguaggio autentico. Quello è il momento in cui la musica che scrivi comincia a somigliarti. Dico sempre ai miei studenti che debbono trovare il proprio suono non sui manuali ma dentro di sé. Può sembrare un’ovvietà, ma è più facile a dirsi che a farsi…

Quali sono attualmente le tue principali sfide compositive?
La principale sfida è quella di riprendere a pubblicare i miei lavori, visto che l’ultimo album con mie composizioni è uscito più di dieci anni fa. Quindi il prossimo passo è pubblicare i brani scritti in questi anni, spesso restati sotto forma di abbozzo. Mi interessa sempre di più l’incontro tra orchestra e nuove tecnologie digitali, per ampliare le possibilità timbriche e narrative, cercando un linguaggio contemporaneo che resti comunicativo e che crei spazi sonori in cui il linguaggio orchestrale tradizionale possa dialogare con la contemporaneità. Insomma, quello che faccio come arrangiatore.

Angelo Valori
Angelo Valori

A tuo avviso, le orchestre jazz in Italia sono sufficientemente tutelate e considerate?
Purtroppo no. In Italia manca ancora una vera politica di sostegno alle orchestre jazz e di musica popolare contemporanea. Ci sono realtà straordinarie, ma spesso costrette a vivere di progetti episodici e che raramente ricevono l’attenzione che meritano. Le orchestre jazz sono laboratori di creatività, fondamentali a livello occupazionale per la crescita dei giovani e per la vitalità del settore. Sono veri centri di ricerca e formazione: rappresentano un patrimonio culturale che andrebbe riconosciuto e sostenuto come accade in altri Paesi europei. Qualcosa di importante si è mosso nel riconoscimento dell’Orchestra Jazz Siciliana e della Medit Nuova Orchestra come Nuove Orchestre Territoriali nell’ambito del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, ma dobbiamo sperare che sia solo l’inizio di un percorso che porti al riconoscimento di molte eccellenze presenti in Italia.

Angelo, oltre all’attività di compositore e di direttore d’orchestra, svolgi anche quella didattica – e altre di cui parleremo in seguito – presso il conservatorio di Pescara. Come giudichi il livello di conoscenza di storia della musica e, in particolare, del jazz degli studenti del conservatorio?
Inizio quest’anno accademico come insegnante di Composizione, arrangiamento e concertazione per i nuovi linguaggi nell’ambito del corso di diploma accademico di Composizione Pop/Rock, un percorso che ho iniziato io nei Conservatori Italiani sia a livello sperimentale che ordinamentale. Sono termini un po’ burocratici ma che spero trasmettano decine di anni di ostinato impegno controcorrente nell’ambito dei nuovi linguaggi. Per oltre dieci anni sono stato coordinatore delle Scuole di Pop e Jazz e debbo dirti che nel tempo c’è stata una crescita notevole nell’interesse degli studenti per le discipline storiche ed analitiche. I ragazzi hanno più strumenti, più curiosità, e un accesso immediato alle fonti. Tuttavia, il rischio è quello della superficialità: è necessario approfondire le radici storiche e culturali della musica, perché solo così si costruisce una vera consapevolezza artistica. In questo senso il rapporto con un insegnante che sappia stimolarti è fondamentale.

Tra le altre attività a cui facevo cenno prima, c’è anche la direzione artistica del Pescara Jazz Festival. In termini di tempo e di logorio, quanto incide nella tua attività di musicista?
È molto impegnativo, ma anche estremamente stimolante. Curare un festival significa immaginare un racconto collettivo e realizzare un progetto culturale che mette in relazione artisti e pubblico. Certo, richiede tempo e energie, ma lo considero parte integrante del mio lavoro di musicista.

In base a quali criteri effettui le scelte dei musicisti da ospitare?
Cerco sempre un equilibrio tra qualità artistica internazionale, innovazione e rapporto con il territorio. Mi interessa offrire una visione ampia del jazz contemporaneo, che valorizzi la forma canzone e sappia rapportarsi con gli altri generi musicali, enfatizzando la dimensione internazionale ma anche quella territoriale. Mi piace che il festival rappresenti un punto d’incontro plurimo e molteplice tra generazioni e linguaggi.

Quali sono le maggiori difficoltà alle quali l’organizzazione del festival va incontro?
Le difficoltà sono quelle comuni a molte realtà italiane: lentezze burocratiche e risorse economiche limitate, spesso ottenute con grande ritardo. Ma l’entusiasmo del pubblico e la professionalità dei miei collaboratori fanno la differenza. Il festival ha una lunga e gloriosa storia, avendo ospitato tutti i giganti del jazz. Credo che la nostra missione oggi sia quella di proiettarlo verso il futuro, senza tradirne lo spirito originario.

C’è stato un concerto del quale, a posteriori, hai pensato che avresti potuto fare a meno?
Direi di no, ad eccezione di quello di un famoso musicista che, alterato per un movimento indesiderato di un fotografo, se ne andò senza salutare nessuno. Io ringraziai il suo manager per la performance, la prima ed ultima che avremmo avuto. E così è stato. Forse qualche concerto non ha incontrato il riscontro del pubblico che mi aspettavo, ma sono tappe di un percorso necessario, specialmente quando vuoi presentare artisti nuovi. Preferisco rischiare sulle novità che realizzare un programma troppo prevedibile.

Angelo Valori e Medit Orchestra
Angelo Valori e la Medit Orchestra

Invece, qual è stato il miglior concerto che hai organizzato?
Difficile scegliere, ma sono molto legato a diversi concerti con la Medit Orchestra e gli straordinari musicisti con cui collaboro. Ricordo con particolare emozione l’abbraccio di Alain Paul dopo l’esecuzione di Birdland, che è un brano col quale sono cresciuto, con i Manhattan Transfer negli ultimi concerti sinfonici della loro carriera stellare. Ma mi commuovo ancora oggi al pensiero dell’abbraccio con Dee Dee Bridgewater, con cui collaboro da tre anni anche in Europa, dopo il nostro primo concerto. Dee Dee ha un legame particolare con la Medit, ricambiato da me e dai musicisti per la sua profonda umanità. Stessa emozione con i Take 6, uno spettacolo straordinario. Ma momenti bellissimi anche con Noa, gli Avion Travel, Sergio Cammariere, Morgan, con cui ho condiviso l’esperienza televisiva di StraMorgan.

Giusto per concludere, quest’anno sei stato eletto anche presidente di I-Jazz. Quali sono i tuoi propositi?
Le due parole d’ordine sono inclusione e innovazione. Lavoreremo su sostenibilità, formazione del pubblico, sinergia con le istituzioni e integrazione con il sistema culturale nazionale ed internazionale. Il jazz deve continuare a essere percepito come una parte viva della cultura nazionale e deve rapportarsi alle altre musiche per difendere la necessità di promuovere e sostenere la cultura contemporanea. Mi piacerebbe rafforzare la rete dei festival italiani e sostenere maggiormente la progettualità dei musicisti.

I giovani jazzisti si lamentano del fatto che, soprattutto d’estate, i festival italiani sono pieni zeppi di musicisti stranieri, perlopiù statunitensi. Cosa ne pensi e cosa potrebbe fare I-Jazz in proposito?
Capisco queste preoccupazioni, che non sono solo dei giovani musicisti. Credo però che il problema non sia tanto la presenza di artisti stranieri, ma di incrementare un reale sistema di opportunità per i musicisti italiani, giovani e meno giovani. Dobbiamo creare circuiti stabili, residenze artistiche, spazi di crescita. Dare stabilità alle Orchestre potrebbe dare un grande aiuto. I-Jazz sta lavorando proprio in questa direzione, favorendo progetti originali e la mobilità dei musicisti italiani in Europa.

Il pubblico del jazz, soprattutto in Italia, invecchia e non c’è un ricambio generazionale adeguato. Quali possono essere, a tuo avviso, i rimedi?
A volte penso che il jazz sia vittima della propria narrazione, cioè di essersi raccontato come musica esclusiva che vive solo di ricerca e sperimentazione. Caratteristiche importanti della musica jazz, ma non uniche. Occorre avvicinare i giovani con linguaggi che riconoscano la loro sensibilità, senza snaturare la qualità. Il jazz deve dialogare con gli altri generi contemporanei, con la canzone, con l’elettronica, impegnarsi maggiormente nella interdisciplinarità. L’educazione musicale nelle scuole resta un tema cruciale: il pubblico si costruisce partendo da lì.

Cosa è scritto nell’agenda di Angelo Valori?
Nuove produzioni e nuovi lavori, anche discografici, con la Medit Orchestra: le produzioni con Peppe Servillo e il Solis String Quartet, con Peppe Barra – un progetto che parte dalle villanelle per arrivare ai grandi classici napoletani, con Nick the Nightfly e con nuovi ospiti internazionali che si aggiungono ai progetti già esistenti e che confermano la mia visione molteplice del contemporaneo. Senza scordare la didattica, che mi vede impegnato, oltre che in Conservatorio, anche al CET di Mogol e al CPM di Franco Mussida. L’insegnamento continua a essere per me una forma di ricerca e di condivisione quotidiana, un contatto costante con i giovani che genera energie e sempre nuovi progetti. 

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