La parabola di Hadley Caliman, un sassofonista eclettico

Musicista di grandi qualità, che ha raccolto assai meno di quanto le sue notevoli doti gli avrebbero potuto consentire, è stato un leader infrequente ma un sideman di notevole pregio

- Advertisement -
scrivere pushbar

Chi scrive ricorda ancora il piacevole stupore provato, da adolescente, all’ascolto di Eternal Caravan of Reincarnation, brano di apertura di «Caravanserai», quarto album dei Santana. Una costruzione modale, sintomo dell’innamoramento del chitarrista per la musica di John Coltrane e preludio al suo progressivo accostamento all’estetica del jazz-rock. Il brano era introdotto da lunghe e cavernose volute di sax tenore che solcavano un sottofondo costituito dal frinire dei grilli. Ne era responsabile lo sconosciuto sassofonista Hadley Caliman (Idabel, 1932 – Seattle, 2010), tra l’altro protagonista – ma non accreditato nelle note di copertina – di un belluino assolo di flauto in Every Step of the Way, il lungo strumentale scritto dal batterista Michael Shrieve che concludeva il disco. Con Santana Caliman aveva avuto già a che fare, avendo partecipato a «Carlos Santana & Buddy Miles Live!» (1972) e a «For Those Who Chant» (1971), disco del trombettista Luis Gasca in cui figuravano – oltre al chitarrista messicano – alcuni membri dei Santana ma anche Joe Henderson, George Cables e Stanley Clarke. Tuttavia, dalla biografia di Caliman emerge la figura di un jazzista preparato e versatile, attivo su più fronti soprattutto tra la seconda metà degli anni Sessanta e l’intero arco dei Settanta, ma la cui carriera è stata spesso interrotta da gravi problemi di droga. Insomma, una sorta di musicians’ musician, un musicista per i musicisti, secondo una definizione cara agli americani. 

Caliman era nato nell’Oklahoma rurale da una donna afro-americana e un uomo bianco. Lo scandalo, nell’America redneck dell’epoca, fu tale che la famiglia del padre riuscì a far annullare il matrimonio, e quindi il bambino fu cresciuto dalla sola madre. Nel 1942 il padre, cuoco su treni a lunga percorrenza e grande appassionato di jazz, venne trasferito a Los Angeles e portò con sé il figlio. In California il giovane Caliman poté immergersi a fondo – grazie alla passione paterna – nella scena jazzistica, ascoltando spesso dal vivo l’orchestra di Duke Ellington e alcuni sassofonisti emergenti come Johnny Griffin, dal quale fu profondamente colpito. Iscritto alla Jefferson High School, dove insegnava musica il trombettista Art Farmer, iniziò a prendere lezioni di sassofono da Dexter Gordon, sua prima influenza strumentale (ma anche esempio di tossicodipendenza). Nella prima metà dei Cinquanta, tra un arresto e l’altro per consumo di eroina – che gli costeranno poi ben quattro anni di carcere – Caliman divenne ben presto una presenza fissa nei club della Central Avenue, guadagnandosi il soprannome di Little Dex. Il parallelo con Gordon – ma anche con Harold Land – era motivato dalla rotondità del suono e dalla costruzione del fraseggio, articolata e ben ponderata. Peraltro, nello stile del Caliman più maturo (quello degli anni Settanta) si può riscontrare anche qualche affinità con Joe Henderson. 

Hadley Caliman
Hadley Caliman ©Getty Images

Scorrendo alcune tappe del suo percorso, tra il 1967 e il 1969 si registra un’intensa attività in ambito orchestrale. Prima di tutto con Gerald Wilson, in quattro album pubblicati dalla Pacific Jazz: «Live and Swinging», «California Soul», «Everywhere», «Eternal Equinox». Tutti lavori pregevoli, valorizzati dal contributo di musicisti del calibro di Charles Tolliver, Harold Land, Anthony Ortega, Bill Perkins, Howard Johnson, Ernie Watts, Bobby Hutcherson, Joe Pass, Tommy Flanagan, George Duke. Nel 1969 Caliman fornisce il suo contributo anche alla registrazione di «The New Don Ellis Band Goes Underground» (Columbia), in cui il trombettista e compositore si cimenta con la popular music – arrangiando brani di Al Kooper, Harry Nilsson, Sly Stone e Laura Nyro – e con vertiginosi tempi dispari desunti dalla tradizione balcanica. Infatti, Bulgarian Bulge (in 33/16!) è la rielaborazione del tradizionale bulgaro Sadovsko horo, segnalato a Ellis dal pianista Milcho Leviev. Qui Caliman si ritrova a far parte di una nutrita sezione ance composta da validissimi musicisti quali John Klemmer, Fred Selden, Mike Altschul, Lonnie Shetter e Sam Falzone. Contemporaneamente a queste esperienze orchestrali Caliman aveva fatto parte anche di un gruppo considerato tra gli antesignani del jazz-rock, fondato e diretto dal tubista Ray Draper, e più tardi conosciuto sotto il nome di Red Beans and Rice. Al 1969 risale anche la collaborazione con il percussionista cubano Mongo Santamaria per l’incisione di «Stone Soul» e «Afro American Latin», pubblicati dalla Columbia e che allineavano solisti del calibro di Sonny Fortune, Hubert Laws e Lew Soloff. 

Questa febbrile quanto diversificata attività fu il preludio per la realizzazione tra il 1971 e il 1972 dei primi album come titolare, entrambi per la Mainstream Records. Il primo, eponimo, in quintetto con Larry Vuckovich al piano; il secondo «Iapetus», più maturo sul piano compositivo e più stilisticamente definito, in una formazione allargata comprendente Luis Gasca, percussioni latine e il pianista Todd Cochran, in seguito conosciuto con lo pseudonimo Bayeté Umbra Zindiko. A un’impostazione più classicamente jazzistica sarebbero stati improntati i due successivi album incisi come titolare tra il 1976 e il 1977 per la Catalyst: «Projecting» e «Celebration», in quartetto con il pianista sudafricano Hotep Cecil Barnard e (limitatamente al secondo disco) una ritmica composta da David Williams ed Elvin Jones. Sempre nell’arco degli anni Settanta si contano innumerevoli altre collaborazioni e partecipazioni, che dimostrano la versatilità di Caliman e la stima di cui godeva nell’ambiente. Spiccano quelle con Joe Henderson («Canyon Lady» e «Black Miracle» per la Milestone), Freddie Hubbard, Hampton Hawes, Eddie Henderson, Julian Priester, Bobby Hutcherson, Jon Hendricks e Flora Purim. Dopodiché, per più di vent’anni segue un lungo periodo di silenzio discografico in cui Caliman si dedica prevalentemente all’insegnamento, come apprezzato docente, presso il Cornish College of the Arts di Seattle, città dove poi si trasferirà e concluderà la sua esistenza nel 2010, all’età di 78 anni. Proprio negli ultimi anni di vita Caliman torna a incidere tre dischi per la Origin, sempre in quintetto: «Gratitude», con Joe Locke al vibrafono e Joe La Barbera alla batteria; «Straight Ahead»; «Reunion», insieme al sassofonista Pete Christlieb, suo sodale negli anni Cinquanta in quel di Los Angeles. Un ritorno al jazz della West Coast assorbito in gioventù, in una simbolica chiusura di un ciclo. 

 

- Advertisement -
Push Bar Conad

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti subito alla nostra newsletter per ricevere le ultime notizie sul JAZZ internazionale

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali (ai sensi dell'art. 7 del GDPR 2016/679 e della normativa nazionale vigente).

Articoli correlati

Musica Jazz di marzo 2026 è in edicola

Musica Jazz di marzo 2026 è in edicola: protagonista della cover story è Maria Schneider, il CD allegato «Monk on Red» della Red Records. 27 recensioni di dischi, poi Maria Pia De Vito, Hadley Caliman, Angelo Valori, lo speciale su Miles Davis e sull'estate londinese del 1968, un dossier sulla Red Record per celebrare i suoi 50 anni di storia, Jordan Williams, nuovo astro nascente del piano jazz, Francesco Bearzatti, Rocco Papaleo, Simona Severini, un articolo sul documentario di Jeff Buckley, l'ultimo disco di Amaro Freitas e molto altro!

In edicola Musica Jazz di luglio 2019

Musica Jazz di luglio 2019 è in edicola: Chick Corea, Stan Getz, David Amram e molti altri. Il CD: Gil Mellé «Interstellar Jazz».

Enzo Pietropaoli Wire Trio «Woodstock Reloaded»

AUTORE Enzo Pietropaoli Wire Trio
TITOLO DEL DISCO «Woodstock Reloaded»
ETICHETTA Via Veneto Jazz