Kremer – Dirvanauskaitė – Osokins per Amici della Musica

Il profondo respiro del Baltico

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Teatro della Pergola, Firenze

18 aprile

Attiva dal 1920, l’associazione fiorentina Amici della Musica propone una programmazione di alto livello che spazia dalla musica antica al Barocco, dal Romanticismo al Novecento, con uno sguardo rivolto anche ai compositori contemporanei. Il concerto ospitato il 18 aprile al Teatro della Pergola ha contribuito a gettare un ponte ed individuare dei nessi tra tradizione classica e musica del secondo Novecento. Protagonisti il violinista lettone Gidon Kremer, il pianista suo connazionale Georgijs Osokins e la violoncellista lituana Giedrė Dirvanauskaitė, membro stabile dell’ensemble Kremerata Baltica, l’orchestra fondata da Kremer nel 1997 con il presupposto di riunire i migliori talenti provenienti dai paesi baltici.

La scaletta del concerto era stata costruita in modo da offrire una sorta di progressione: una prima parte composta da due brani per solo piano, un terzo per violino e piano, altri due per trio; la seconda parte riservata interamente al trio. All’inizio si è assistito a un forte contrasto nell’intervento solistico del trentunenne Osokins, autentico virtuoso rivelatosi già una dozzina d’anni fa. Introdotta da Für Alina di Arvo Pärt, la sua esecuzione è sfociata nella Polonaise-Fantaisie in La bemolle maggiore op. 61 di Chopin. Nella sua brevità Für Alina, pezzo scritto nel 1976 dopo otto anni di totale stasi, esemplifica alcuni dei tratti distintivi nella poetica del novantenne compositore estone. Un lento accumulo di cellule melodiche che interloquiscono col silenzio; l’applicazione della tecnica dei tintinnabuli, ricavata dalla contrapposizione tra una linea melodica diatonica e delle triadi arpeggiate. Ne scaturisce un tessuto ricco di armonici, paragonabile al suono delle campanelline, come suggerito dal latino tintinnabuli. Dunque, un impianto che nella sua essenzialità richiede all’esecutore la massima concentrazione e attenzione alle dinamiche.

Per contro, la multiforme e sfaccettata tessitura della Polonaise ha fornito a Osokins l’estro per una veemente e sfavillante interpretazione in cui ha sfoggiato una cristallina nitidezza di tocco, uno sferzante piglio ritmico, una squisita fluidità nello sviluppo delle linee melodiche e una notevole padronanza dell’ampia gamma dinamica. Tutte caratteristiche, queste, più che appropriate per restituire la passionalità e i colori della scrittura di Chopin.

Kremer e Osokins hanno poi affrontato la Sonata n.39 in Do maggiore K 404 di Mozart, giocoso bozzetto – composto da Andante e Allegretto – ricco di invenzioni e sfumature melodiche che ricorrono (e si rincorrono leggiadre) nel pur breve sviluppo. Anche qui si è potuto riscontrare un singolare contrasto, segnatamente tra l’approccio asciutto e spartano del settantanovenne violinista – antitesi del virtuosismo – e la straripante vena del pianista.

A completamento della prima parte del concerto, ai due si è poi aggiunta Dirvanauskaitė per rileggere altre due pagine di autori contemporanei. Per primo, di nuovo Pärt, con Mozart-Adagio, scritto nel 1990 in memoria del violinista Oleg Kagan. Pur essendo basato sul secondo movimento della Sonata per piano in Fa maggiore KV 280, questo lavoro va considerato un esempio di riscrittura che Pärt ha completamente calato nella propria poetica aggiungendovi una breve introduzione, un interludio e una breve coda. Non solo, vi ha introdotto delle lievi dissonanze, sparse qua e là, distillando i nuclei melodici nel suo proverbiale rapporto col silenzio.

In chiusura della prima parte è stato proposto Middelheim, una delle ultime composizioni del georgiano Giya Kancheli (1935-2019). Come Pärt, anche Kancheli esprime nella sua musica un afflato spirituale, seppur con modalità differenti. Nella sua musica tale spiritualità si estrinseca attraverso un respiro spesso polifonico, cadenze solenni e un’innata vocalità. Basti pensare a Night Prayers, uno dei suoi capolavori, splendidamente eseguito dal Kronos Quartet nel Cd eponimo; oppure, alla magnifica versione apparsa su «Caris Mere», concepita per il sax soprano di Jan Garbarek e gli archi della Stuttgarter Kammerorchester diretta da Dennis Russell Davies. Middelheim possiede tutte le caratteristiche precedentemente elencate, tradotte in un andamento dilatato – paragonabile a una preghiera – e impreziosito dall’interazione tra i due archi e il piano, che si scambiano e rilanciano frammenti melodici preziosi.

La seconda parte è stata interamente dedicata all’esecuzione del Trio per archi e pianoforte n.7 in Si bemolle maggiore, op. 97 di Beethoven, meglio conosciuto come L’Arciduca, scritto nel 1811 in onore dell’arciduca Rodolfo di Asburgo. Qui l’interazione empatica tra Kremer e i colleghi ha toccato vertici di grande efficacia ed espressività, anche grazie alle combinazioni timbriche prodotte in tutti e quattro i movimenti. L’Allegro Moderato, di natura bitematica e caratterizzato da un’innata cantabilità, ha offerto fini impasti e felici invenzioni ritmiche e melodiche. Lo Scherzo.Allegro ha messo in evidenza i densi contrappunti e il giocoso pizzicato di violino e violoncello. Dell’Andante cantabile ma però con moto, basato su cinque variazioni, sono state valorizzate la leggerezza dello sviluppo, le accelerazioni e decelerazioni, la dialettica tra gli strumenti. Infine, l’Allegro Moderato, costruito a tempo di rondò, ha esaltato la varietà di figurazioni ritmiche e scansioni metriche. Un’esecuzione impeccabile che ha suscitato la reazione entusiastica del pubblico. Anche in questo contesto va sottolineato il ruolo di Kremer, regista discreto, attento agli equilibri collettivi e mai sopra le righe. Anzi, quasi schivo.

In conclusione, una precisazione da osservatore esterno e poco aduso a queste frequentazioni. È senz’altro lodevole che, una volta ogni tanto, in un programma riservato alla musica classica si inseriscano autori contemporanei o del secondo Novecento. Nel caso specifico, Kremer è un profondo conoscitore del repertorio di Pärt e Kancheli, avendo collaborato a lungo con entrambi. Con la Kremerata Baltica ha eseguito e inciso Tabula Rasa, Fratres ed Estonian Lullaby del compositore estone; Chiaroscuro, Twilight, Silent Prayer ed Ex Contrario del collega georgiano. Certi commenti, a dir poco singolari, ascoltati durante l’intervallo su questi due autori dimostrano che per diffondere una conoscenza capillare della loro musica c’è ancora molto lavoro da fare.

 

Enzo Boddi                                Foto cortesia Amici della Musica

 

 

 

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