«Mahalle» mappa Istanbul attraverso i suoi quartieri: Galata, Karaköy, Yeditepe, Asmalı, Tünel, Tersane e così via. Come è nata l’idea di costruire un disco attorno alla topografia della città? È stato un progetto premeditato o è emerso durante il processo compositivo?
Sono i quartieri in cui giro e, che frequenta in qualche modo anche la band. Mentre stavamo costruendo i groove e le melodie, pensavamo ai luoghi e alle atmosfere di quei quartieri.
Nella vita reale, qual è il tuo quartiere preferito di Istanbul? Coincide con una delle tracce del disco, o è rimasto fuori?
Cihangir è in qualche modo il centro di questi quartieri, che sono tutti collegati. Cihangir è il mio posto preferito perché è molto simile al quartiere in cui vivo a New York, nell’East Village di Manhattan. Cihangir ha quella stessa energia. C’è tanta gente autentica e interessante e si respira un’atmosfera creativa.

Da sempre le recensioni degli Istanbul Sessions citano sempre la stessa domanda: è davvero jazz? Dopo sei album questa domanda ti dà fastidio, ti diverte, o hai semplicemente smesso di pensarci?
La mia musica in generale è così. Credo sia perché non voglio essere un jazzista, mi sembra semplicemente troppo noioso. Mi piace fare musica nuova e fresca, che rifletta il momento e le persone con cui lavori. Ascolto la musica così, come un mix di generi, non un genere solo. Quella roba è vecchia per me. Non mi piacciono le cose noiose: le persone, i musicisti, la musica. Le cose devono essere sexy, emotive, spirituali e groovy, fondamentalmente.
I tuoi concerti sono più vicini a un DJ set che a una performance jazz tradizionale, i brani si mixano l’uno nell’altro e il ritmo non si ferma mai. Mahalle ha una logica narrativa molto precisa, quasi cartografica: come traduci questo album sul palco? Segui la scaletta del disco o la riscrivi ogni sera?
Sì, i set sono sempre diversi, ma l’idea è davvero quella di far entrare le persone in trance. Far cadere la gente nel groove. Cadere nell’abisso dell’amore.
Rosarita Crisafi
