AUTORE
Anna Giulia Di Panfilo
TITOLO DEL LIBRO
«Wendy Carlos»
EDIZIONI
Arcana, 2025 (159 pag.)
Per buona parte della sua oramai lunga vita (è nata nel 1939), Wendy Carlos ha condiviso la medesima condizione di Superman, trovandosi obbligata a celare la vera identità, vestendo altri panni per offrire un’immagine più rassicurante e dunque accettabile dall’intera comunità. Potrebbe sembrare un parallelismo azzardato, ma non è così. Lui, l’alieno mascherato da giovanottone imbranato e un po’ ingenuo noto come Clark Kent, e analogamente, lei, l’aliena, in pubblico giovanetto timido, addirittura restio ad apparire in pubblico. Di stazza diversa ma entrambi alieni, perché se uno era caduto sulla Terra da Krypton, l’altra arrivava dal Rhode Island su un pianeta che considerava i transessuali forse anche più extraterrestri degli esseri provenienti da altri pianeti. Inoltre, se il primo era davvero super per via dei poteri in suo possesso, l’altra lo era altrettanto per il proprio genio musicale. A questa visionaria del secondo Novecento è dedicato l’agile ma ben documentato studio di Anna Giulia Di Panfilo, un ritratto sia dell’artista che della persona, delle sue opere e del suo travagliatissimo cammino percorso per poter giungere alla piena affermazione della sua identità di genere distaccandosi da quel Walter Carlos in realtà mai esistito, così come buona parte della musica oggi non esisterebbe senza le intuizioni e le sperimentazioni che condussero al celeberrimo «Switched-On Bach», un’epifania sonora apparsa nel settembre del fatidico 1968, album coevo della sua transizione, frutto della rigogliosa collaborazione con Robert Moog e successo planetario da cui prese il via addirittura una moogmania dagli esiti variopinti. Un fenomeno discografico non apprezzato dalla stessa Carlos, che giudicava di scarso valore quelle operine, e in molti casi è difficile darle torto. Che dire per esempio di quel di «The Plastic Cow Goes MOOOOOG» (1969) intestato a Mike Melvoin? Sfoggiava in copertina una mucca imparentata con quella del pinkloydiano «Atom Earth Mother» ma dotata di cavo collegato a una presa elettrica e tanto di nuvoletta fumettistica contenente un muggito elettronico: «Mooooog».
Per fortuna le gesta di Carlos proseguirono fino a ben altre cime. Produsse un seguito bachiano arricchendolo con altre composizioni barocche (da Vivaldi a Monteverdi), si affermò sugli schermi dell’intero pianeta scrivendo le musiche del kubrickiano Clockwork Orange, alzò di nuovo il tiro prefigurando l’era digitale con la colonna sonora di Tron, scritto e diretto da Steven Lisberger nel 1982, per non dire di quello splendido affresco elettronico del 1972 intitolato «Sonic Seasonings», antesignano dell’ambient e field music. Pioneristica anche la scelta di crearsi un proprio spazio virtuale, un sito tutto per sé e per intrattenere relazioni con il pubblico, oltre che alla scelta – una volta concluse le attività dell’etichetta East Side Digital che si era fatta carico quasi per intero del suo catalogo discografico – di ritirare dal mercato i suoi lavori, rifiutando di renderli disponibili alle piattaforme di streaming.
Di Panfilo dà conto di tutto ciò e altro ancora, in particolare gli anni della formazione musicale e delle figure chiave che resero possibile il passaggio da una musicista curiosa e ricca di talento all’autrice di una rivoluzione copernicana: in particolare il succitato Robert Moog e Rachel Elkind, una compositrice jazz e producer ai tempi come Wendy Carlos per la Gotham Recordings. Sarà la sua «collaboratrice silenziosa» per una decina anni nonché un’amica. A più riprese Di Panfilo riporta, denuncia le reiterate intrusioni nella vita privata di Wendy Carlos, i tentativi ripetuti di farne un fenomeno e non un’artista prolungatisi negli anni, una serie insistita di attacchi rintuzzati non senza contraccolpi psicologici. Non avrebbe guastato un maggiore approfondimento della scena elettronica nella quale Wendy Carlos si trovò ad agire e in che misura contribuì a far emergere ed esplodere, al punto di poterla fondatamente definire «madrina della musica elettronica» come recita il sottotitolo del libro, ma va riconosciuto il merito di tornare a parlare di un genio che ha davvero dell’alieno.
Gennaro Fucile