Giovanni Ceccarelli – Ferruccio Spinetti «Le Grand Michel»

Dopo Ennio Morricone, Ceccarelli e Spinetti affrontano il songbook di Michel Legrand e si fanno coadiuvare da un corposo parterre di ospiti di chiara fama. Giovanni Ceccarelli ci racconta com'è andata.

- Advertisement -

Dopo «More Morricone», cosa vi ha portati a scegliere proprio Michel Legrand come nuovo universo musicale da esplorare?

Abbiamo pubblicato «More Morricone» nel 2020 e, visto il successo di pubblico e di critica, il nostro produttore Pierre Darmon di Bonsaï Music ci ha proposto di rivisitare la musica di un grande compositore francese, anche lui assai attivo in campo cinematografico: Michel Legrand. Si tratta quindi di un secondo omaggio in duo, questa volta affrontando l’opera di un eminente artista francese: stessa generazione di Morricone, anche lui con una solidissima formazione musicale: Morricone studente di Petrassi, Legrand allievo della Boulanger.

Qual è stata la prima emozione o intuizione che hai avuto quando hai iniziato a lavorare sulle partiture di Legrand?

Sono partito dalle splendide interpretazioni, registrate da Bill Evans, di alcuni brani di Legrand, che hanno fatto parte della mia formazione di pianista jazz: I Will Say Goodbye, What Are You Doing the Rest of Your Life e The Summer Knows. Poi sono andato a trovare il mio amico Massimo Cardinaletti, esperto di musica per film, il quale come per «More Morricone» mi ha fatto scoprire nuove composizioni di Legrand, dando così il via alla mia ricerca. E soprattutto, tutto il lavoro preliminare si è svolto in connessione con il mio grande amico e partner musicale, Ferruccio Spinetti. Entrambi amiamo la melodia, quindi la nostra prima emozione, prendendo contatto con Legrand, è stata provare un senso di ammirazione per la squisita cantabilità e sofisticatezza dei suoi temi.

Nel ridurre la scrittura orchestrale di Legrand al formato intimo del duo, quale elemento della sua musica ti ha dato più filo da torcere?

La musica di Legrand è più intrisa di jazz, rispetto a quella di Morricone. Quindi il nostro lavoro di arrangiamento è stato più sobrio e forse meno arduo. Ad esempio, per «Le grand Michel» non abbiamo sentito il bisogno di utilizzare tutti gli strumenti e timbri, che avevamo impiegato per «More Morricone». Io e Ferruccio abbiamo cercato di arrivare all’essenza delle composizioni di Legrand, mettendo in valore la profondità armonica e melodica della sua musica. Però alcuni suoi temi, come per esempio The Go-Between che amo molto, non si sono adattati al nostro formato di duo, quindi a malincuore abbiamo dovuto metterli da parte. A parte ciò, nessun elemento della sua musica mi ha dato filo da torcere, tutto è filato liscio come l’olio! 

Come avete deciso il repertorio finale, considerando l’enorme produzione di Legrand tra cinema, chanson e jazz?

La rosa dei brani da registrare si è composta lentamente, frutto di una vivace discussione tra Ferruccio, me e Pierre Darmon. Nella nostra scelta hanno anche inciso le identità artistiche dei nostri splendidi artisti ospiti. Mentre per Morricone ci siamo limitati alla sua produzione per il cinema, per Legrand abbiamo deciso di spaziare tra colonne sonore e canzoni. Legrand è stato un artista che si è diviso tra cinema, canzoni e jazz, vivendo e lavorando a cavallo tra la Francia e gli Stati Uniti. Nel nostro disco c’è un po’ di tutto ciò: dal cinema di Jacques Demy alla collaborazione con Nougaro, dalle canzoni premiate con l’Oscar ad alcune perle rare.

C’è stato un brano inizialmente selezionato che avete poi abbandonato perché «non funzionava» nel vostro linguaggio?

Come dicevo prima, The Go-Between è stato da noi abbandonato, perché non abbiamo avuto un’idea convincente che ci permettesse di adattarlo al nostro duo. È un tema che amo molto, ma alla fine è stato giusto, secondo me, rinunciarci.

Giovanni Ceccarelli

In che modo la tua collaborazione con Ferruccio Spinetti ha trovato un nuovo equilibrio rispetto al progetto dedicato a Morricone?

In «More Morricone» abbiamo avuto una sola ospite, Chrystel Wautier, mentre a «Le grand Michel» hanno partecipato nove ospiti. La nostra sfida, quindi, è stata quella di trovare un equilibrio tra il nostro approccio musicale come duo, allo stesso tempo comunicando ed interagendo con gli artisti che hanno registrato con noi. Visto che la maggior parte di loro sono cantanti, penso che abbia molto contato la pluriennale esperienza che io e Ferruccio abbiamo con il mondo della vocalità. Entrambi amiamo metterci al servizio della voce e del canto, è un approccio che abbiamo naturalmente quando facciamo musica. Dobbiamo anche dire che i nostri ospiti sono stati fantastici: si sono appassionati al notro progetto e hanno dato il meglio di loro stessi.

L’album coinvolge molti ospiti importanti: qual è stato il criterio con cui avete associato ogni brano al rispettivo interprete?

Per Camille Bertault, Chiara Civello e David Linx abbiamo scelto tre brani leggendari del repertorio di Legrand, che loro hanno saputo interpretare in una chiave personale ed intima. Le cinéma, celebre canzone scritta a quattro mani con Nougaro, è sembrata molto adatta, su suggerimento di Pierre Darmon, alla vocalità di Guidoni. La valse des lilas era stata scelta da un noto trombettista, che poi non ha potuto partecipare alla registrazione. David Lewis l’ha suonata con grande lirismo ed intensità. André Ceccarelli, che ha suonato e registrato a lungo con Legrand, ha arricchito con il suo fantastico sound Le cinéma e Les délinquants, forse la perla più rara del nostro disco. Per Cristina Renzetti, artista che spesso si unisce a noi nei concerti dedicati a Morricone, abbiamo scelto una delle canzoni più geniali di Legrand, The Windmills of Your Mind. Per la voce di Jody Sternberg, una bella scoperta per noi, abbiamo pensato ad un blues, scritto da Legrand per Ray Charles, Love Makes the Changes. La Chanson des jumelles mi ha fatto pensare ad un duo di pianoforti, approfittando del fatto che agli studi di Meudon ci sono uno Steinway ed un Fazioli. Pierre Darmon ci ha fatto un bel regalo, invitando il grande Enrico Pieranunzi.  

La discografia di Legrand è profondamente legata alle immagini: suonando questi brani, hai la sensazione di dialogare con il cinema o cerchi consapevolmente di emancipare la musica dalle sue scene?

Anche riguardo a questo aspetto, penso che la musica di Legrand ci abbia portati a un approccio diverso, rispetto a quella di Morricone. I brani di Legrand, nella veste che abbiamo dato loro, sono completamente emancipati dalla loro originaria destinazione cinematografica. A volte il testo delle canzoni è servito come spunto per delle idee d’arrangiamento. Per esempio, abbiamo suonato The Windmills of Your Mind in un modo quasi ipnotico, partendo dalla circolarità espressa nel suo testo.

Ferruccio Spinetti

Alcune melodie del disco — da The Windmills of Your Mind a I Will Wait for You — sono «icone» nella storia della canzone: come si affronta questa eredità senza cadere nella mera riproduzione?

Io e Ferruccio partiamo dall’emozione che queste meravigliose canzoni suscitano in noi. E cerchiamo di trasmettere in musica la purezza di questa emozione, in modo quanto più sincero e diretto. Nel corso di questa ricerca sono entrate in gioco le musicalità di ogni singolo artista ospite, ciascuno con un ricco universo espressivo, messo al servizio del nostro duo. E li ringraziamo molto per questo. David Linx ha aggiunto al nostro arrangiamento un paio d’idee a livello armonico, apportando per I Will Wait for You la sua forte ed intensa cifra artistica. Con Cristina Renzetti ci siamo confrontati, per l’arrangiamento di The Windmills of Your Mind, che è stato concepito insieme a lei. La sua interpretazione è, credo, assai originale, piena di chiaroscuri.

Quale traccia del disco ha richiesto la maggiore ricerca timbrica o formale e perché?

Il mio duo di pianoforti con Pieranunzi è stato un vero work in progress. Partendo dall’arrangiamento, scritto da Enrico, man mano che registravamo abbiamo modificato molti dettagli a livello armonico, formale e timbrico. Credo che sia parte del modo in cui Enrico lavora in studio di registrazione. Scava a fondo su ogni minimo dettaglio. Penso che ne sia risultata un’interpretazione fresca e sorprendente della Chanson des jumelles, celebre brano tratto dal film musicale Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy. In modo speculare e opposto, Ferruccio ha dialogato con sé stesso, sovraincidendo ed «effettando» contrabbassi e bassi elettrici per un cameo del nostro album: Le rouge et le noir di Legrand/Nougaro. Credo che anche lui abbiamo trascorso qualche ora in studio, per cercare la giusta alchimia per questa interpretazione in solo.

Come è cambiata la tua percezione di Legrand durante il processo di registrazione, rispetto a ciò che pensavi conoscendolo solo come ascoltatore?

Legrand, come Morricone, Mozart, Gershwin, Puccini, Jobim, Lennon/McCartney, fa parte di quei compositori che hanno operato un vero miracolo: rendere popolari dei temi che hanno un grande spessore e profondità musicale. Suonando e registrando la sua musica, ci si rende partecipi di questa magia: i brani di Legrand sono meccanismi perfetti, dove un’intuizione motivica fa scaturire un intero tema melodico. Credo che la melodia sia l’elemento che comunica al grande pubblico, mentre l’armonia arriva in modo quasi subliminale alle orecchie dell’ascoltatore non musicista. Ne ho discusso con il grande Ivan Lins, il quale fa parte di questa élite di musicisti magici. Legrand è popolare e colto allo stesso tempo. E la sua musica sgorga come acqua di sorgente, rinnovando la magia della grande musica. 

Giovanni Ceccarelli - Ferruccio Spinetti. Le Grand Michel

Le varie formazioni dal vivo — duo, trio strumentale, trio vocale, quartetto — trasformano il materiale: quali differenze emotive percepisci tra queste configurazioni?

Il mio duo con Ferruccio Spinetti è il fulcro, l’unità indivisibile. Quando ci proponiamo per concerti, siamo lieti di poter offrire l’opportunità d’invitare uno o più eccellenti solisti. Ma abbiamo allo stesso la certezza che il nostro duo è solido ed autosufficiente. Ci conosciamo dal lontano 1989 e siamo molto affiatati come duo. Ogni volta che suono con Ferruccio, si rinnova l’onore e la gioia di condividere il palco con un amico, un musicista sensibile ed un’anima affine. Abbiamo anche capito che gli ospiti si trovano a loro agio con noi. Con loro si cerca di lavorare sempre in armonia, con rispetto, ascoltando ed accogliendo per quanto possibile le loro richieste e idee.

L’intimità del duo con Spinetti è molto evidente nel disco: quali sono gli elementi non detti, quasi telepatici, che definiscono il vostro interplay?

La mia pluriennale collaborazione con Ferruccio è passata per numerose esperienze comuni: il jazz, gli standard, la composizione, il Brasile, le canzoni costituiscono un bagaglio che condividiamo come musicisti. La tendenza verso l’essenziale in musica costituisce una ricerca comune e forse deriva da una nota caratteriale di entrambi. Sia io sia Ferruccio cerchiamo di esprimere sui nostri rispettivi strumenti una cantabilità delle linee melodiche. Poi, suonando con Ferruccio, ho sviluppato un senso dello spazio in musica, dando importanza ai silenzi ed ai sottintesi. Altri due elementi fondamentali del nostro approccio sono la cura del suono e l’ascolto attivo mentre suoniamo.

Il progetto sta già avendo un forte riscontro anche in streaming: secondo te cosa sta toccando dell’immaginario del pubblico contemporaneo?

Sinceramente non lo so: pensa che il brano che sta registrando più ascolti è Les délinquants, sicuramente il meno conosciuto del nostro album, in più in versione strumentale, mentre di solito si dice che la voce comunichi più facilmente al pubblico. Posso dire che io e Ferruccio lavoriamo con passione a ogni nostro progetto, e penso che questa emozione nel suonare arrivi all’ascoltatore. Ma tutto ciò è possibile anche grazie all’ottimo lavoro svolto dal nostro produttore Pierre Darmon, il quale tanto ha creduto a questo progetto, dedicandocisi con grande coinvolgimento e professionalità.

Se dovessi sintetizzare ciò che Legrand ti ha insegnato in una sola parola — come compositore, come pianista, come narratore — quale sarebbe e perché?

Una parola? Direi «trasparenza», perché le sue idee melodiche e armoniche «arrivano» e comunicano con grande immediatezza, coinvolgendo la mente e il cuore allo stesso tempo. C’è un grande equilibrio nella sua scrittura, e dall’ascolto della sua musica emerge sempre un motivo, dal quale tutta la composizione scaturisce e prende forma, in modo appunto molto trasparente.

- Advertisement -

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti subito alla nostra newsletter per ricevere le ultime notizie sul JAZZ internazionale

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali (ai sensi dell'art. 7 del GDPR 2016/679 e della normativa nazionale vigente).

Articoli correlati

Musica Jazz di dicembre 2025 è in edicola

Musica Jazz di dicembre 2025 è in edicola: in copertina e protagonista del dossier è Jack DeJohnette, il CD di registrazioni storiche incise da John Coltrane fra il 56' e il 58', poi Enrico Pieranunzi, Gerry Hemingway, Pietro Paris, un focus sul Chicago Soul, i nuovi dischi di Franco D'Andrea e Maria Pia De Vito, un articolo su Patti Smith e molto altro ancora!

Musica Jazz di luglio 2022 è in edicola

Musica Jazz di luglio 2020 è in edicola: in copertina Henry Threadgill

Musica Jazz di ottobre 2019 è in edicola

Musica Jazz di ottobre 2019 è in edicola: Tony Williams, Elvin Jones, Bill Frisell, Daymé Arocena, Patricia Barber e molti altri.