Vicenza Jazz New Conversations

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Vicenza Jazz New Conversations
Rava-Portal-Reijseger-Cyrille, foto di Francesco Dalla Pozza

Vicenza, varie sedi, 16-18 maggio

Come sempre articolato in un arco temporale ampio (9-19 maggio), il festival vicentino – approdato alla XXIV edizione – ha mantenuto il suo carattere di rassegna improntata al confronto e al dialogo tra stili e culture differenti, con eventi distribuiti in vari suggestivi spazi della città di Palladio. Questa ormai proverbiale impostazione ha assunto un significato metaforico particolarmente rilevante in un anno in cui si celebrava il quinto centenario della partenza del navigatore vicentino Antonio Pigafetta per la spedizione di circumnavigazione del globo condotta da Magellano. Tant’è vero che il titolo scelto per questa edizione dal direttore artistico Riccardo Brazzale era Oltre le colonne d’Ercole, alla ricerca di una nuova luna.

Brazzale è stato anche ideatore e promotore di due produzioni originali presentate in prima assoluta, la prima delle quali ha visto protagonisti (il 16 maggio al Teatro Olimpico) il pianista David Virelles e il trombettista Ambrose Akinmusire. Il loro incontro ha rivelato nuove potenziali prospettive per la poetica del duo. La loro dialettica ha preso spesso spunto e vita da microcellule esplorate con meticoloso controllo dei timbri e delle dinamiche. Dal progressivo aggregarsi e accumularsi di tali elementi scaturiscono, in perfetta simbiosi, progressioni e crescendo di assoluto rigore formale, ed efficaci scambi di chiamate e risposte. Come dire: lo schema di call and response delle work songs, i canti di lavoro, trasposto e trasformato in un contesto contemporaneo di matrice afroamericana. Il trombettista costruisce il suo discorso partendo spesso da note in staccato, sospese e sostenute con una nitidezza poi occasionalmente (e deliberatamente) «sporcata» con soffiato e sovracuti. L’articolazione del fraseggio è concatenata compiutamente, secondo una logica stringente e senza sprecare una singola nota. Il pianista spezza, frammenta, disarticola e ricompone le strutture, trasmettendo una sequenza di segnali al collega e innestando in filigrana – quasi occultandoli – tratti ereditati dal patrimonio della natia Cuba in una concezione sostanzialmente europeizzante: figure secche e cupe disegnate sul registro grave, un tocco ritmico deciso e sferzante. Una dialettica così viva e fertile trasfigura nel finale anche uno standard consumato come All The Things You Are, giocando sull’impianto armonico e parafrasando la linea melodica.

David Virelles e Ambrose Akinmusire, foto di Francesco Dalla Pozza

Da un pianista all’altro, e da un continente all’altro. Shai Maestro è tra i più affermati esponenti del vitale circuito del jazz israeliano trapiantato a New York. Dotato di tecnica sopraffina, Maestro è uno di quei pianisti contemporanei «post-evansiani» che, dopo aver preso le mosse dall’eredità di Bill Evans, stanno cercando di definire una loro poetica privilegiando le valenze melodiche. Con il connazionale Ofri Nehemya alla batteria e il contrabbassista peruviano Jorge Roeder Maestro intesse un fitto interplay basato su densi impianti ritmico-armonici e temi provvisti di melodie accattivanti. Nell’attuale repertorio, costituito in buona parte da brani tratti dal recente «Dream Thief», non emergono (come invece ci si potrebbe aspettare) elementi palesemente derivanti dal retroterra ebraico. Piuttosto, il trio sembra voler sviluppare un approccio che racchiude tanto suggestioni dettate da un modello come lo Standard Trio di Keith Jarrett, quanto la predilezione per l’analisi di implicazioni melodiche distintiva di alcune formazioni europee. Si pensi ad esempio a gruppi scandinavi, pur diversi tra loro, come il trio di Bobo Stenson, E.S.T. o il Tingvall Trio. Ne risultano esecuzioni generose, a tratti torrenziali e perfino debordanti, in alcuni casi fin troppo rileccate o addirittura leziose. Le strutture portanti sono sostenute da Roeder con cavata profonda, fraseggio fluido e pensiero melodico. Nehemya esibisce un atteggiamento ricettivo, dialettico, e predilige figurazioni costantemente scomposte, avvalendosi anche di un doppio rullante. Maestro si dimostra più incisivo quando riesce a dosare l’inventiva o a distillare il fraseggio con consapevolezza dello spazio e del silenzio, come in una ballad dedicata a Charlie Haden e Hank Jones, che di questa pratica erano maestri. Quando invece si lascia prendere la mano da certe smanie virtuosistiche, rischia di disperdersi in mille rivoli, risultando alla lunga un po’ stucchevole. Forse è proprio la mancanza della capacità di sottrazione e sintesi, unita a un certo autocompiacimento, il fattore che per ora impedisce al trio di spiccare il volo e acquisire un’identità più definita.

Il trio di Shai Maestro, foto di Cesare Greselin

Svoltasi al Teatro Comunale, la seconda serata è stata imperniata sui musicisti italiani premiati nell’ambito del referendum Top Jazz indetto dalla nostra rivista. Lo Horn Trio della contrabbassista Federica Michisanti – vincitrice nella categoria Miglior nuovo talento – approda dall’informale alla forma attraverso un processo graduale di analisi e aggregazione di cellule, compiuto grazie a uno scrupoloso lavoro collettivo. Tutto si coagula intorno alla scarna, ma fluente, pulsazione del contrabbasso che costruisce capaci contrafforti, viatico efficace per la dialettica tra Francesco Bigoni e Francesco Lento. Il tenorista si avventura su percorsi accidentati con fraseggio spigoloso e un suono abrasivo, ricco di armonici. Il trombettista si ritaglia spazi e digressioni di asciutto lirismo, caratterizzato da un periodare privo di fronzoli e un suono terso. In virtù di un puntiglioso ascolto reciproco, via via prendono lentamente forma temi provvisti di quel lirismo spartano che era proprio di Don Cherry, Ornette Coleman e Dewey Redman. Specchio fedele della concezione compositiva di Federica.

Lo Horn Trio: Francesco Lento, Federica Michisanti e Francesco Bigoni, foto di Francesco Dalla Pozza

New Things è il nome del nuovo trio di Franco D’Andrea, insignito per l’ennesima volta del riconoscimento di Musicista dell’anno. Una nuova tappa dell’instancabile percorso del pianista, sempre alla ricerca di nuove sfide, che con Mirko Cisilino alla tromba ed Enrico Terragnoli, alla chitarra e all’elettronica, mette a confronto voci insolite ed esperienze disparate. Come suo costume, D’Andrea detta segnali e richiami mediante frammenti melodici e tematici, cupe figure ritmiche sulle ottave basse, frasi brevi ma eloquenti. Nella poetica applicata con questo trio si ritrovano in nuce i capisaldi della sua concezione pianistica e compositiva. Ellington, per la pregnante stringatezza delle frasi introduttive. Monk, per la frammentazione e la disarticolazione asimmetrica delle strutture. Tristano, per il lavoro approfondito sul registro grave e la costruzione di possenti linee di basso. Emergono poi il sostrato del blues e il retroterra di New Orleans. In questo contesto Cisilino si rivela interlocutore molto efficace in virtù di una vasta gamma espressiva, in cui confluiscono l’eredità delle avanguardie afroamericane, la consapevolezza della tradizione, specie nell’uso molto «ellingtoniano» della sordina, e un ampio spettro timbrico. Per parte sua, Terragnoli agisce con discrezione in veste di sonorizzatore mediante un impiego anticonvenzionale – prevalentemente in chiave ritmica e coloristica – della chitarra e dei supporti elettronici (una piccola tastiera Casio collegata alla pedaliera). Pur trattandosi del primo concerto dal vivo del trio, ne è scaturito un set di grande acume e profonda verifica, un passo avanti verso nuovi traguardi.

New Things: Franco D’Andrea, Enrico Terragnoli e Mirko Cisilino, foto di Francesco Dalla Pozza

Premiata nella categoria Formazione dell’anno, la Lydian Sound Orchestra – guidata come sempre da Riccardo Brazzale – rappresenta un raro esempio di longevità artistica, specie per una formazione di queste dimensioni. Brazzale prosegue la propria ricognizione attraverso temi e capitoli della storia del jazz moderno in un’ottica onnicomprensiva. Mare 1519 è il titolo di un nuovo progetto di prossima incisione (la cui pubblicazione sarà curata da Parco della Musica), realizzato per celebrare il 500° anniversario della partenza di Magellano e del vicentino Antonio Pigafetta alla volta della circumnavigazione del globo. Perfetta metafora per rappresentare la storia del jazz, veicolo di incroci culturali, nonché il percorso compiuto dalla stessa orchestra in una trentina d’anni. Le nuove composizioni sono caratterizzate da temi dalle fluenti e avvolgenti linee melodiche, ed arricchite da preziose tessiture, scambi ed intrecci (anche timbrici) tra le sezioni. Quella degli ottoni – con Roberto Rossi (trombone), Gianluca Carollo (tromba), Glauco Benedetti (tuba) – è rinforzata da una nuova voce, quella del corno francese di Giovanni Hoffer. Le ance sono affidate a Robert Bonisolo (tenore e soprano) e Rossano Emili (baritono e clarinetto basso). L’impianto ritmico-armonico è sostenuto dalla consolidata intesa tra Marc Abrams (contrabbasso) e Mauro Beggio (batteria), e dal sapiente contributo di Paolo Birro (piano). Le implicazioni melodiche e armoniche sono sviluppate in molti brani dall’ospite Ambrose Akinmusire (anche lui destinatario di un riconoscimento per il Disco dell’anno in ambito internazionale) con nitidezza di pronuncia e chiarezza espositiva invidiabili, e superbo controllo dell’attacco e del fraseggio. La vocalist Vivian Grillo esibisce personalità, enfasi declamatoria, capacità narrativa e di identificazione, sulle tracce di Abbey Lincoln, nella versione di Lonesome Lover. Infine, l’acuta scrittura di Brazzale rigenera e potenzia le strutture asimmetriche delle monkiane Evidence e Misterioso.

Lydian Sound Orchestra, foto di Francesco Dalla Pozza

Alla mezzanotte tra il 17 e il 18 maggio il Cimitero Maggiore ha ospitato il concerto del trio di Gabriele Mirabassi, con Nando Di Modugno (chitarra classica) e Pierluigi Balducci (chitarra basso acustica), più l’ospite d’onore Ernst Reijseger. La poetica del trio si basa su fini intarsi e intrecci chitarristici e sulle divagazioni adamantine del clarinettista, che anche nelle parti improvvisate mantiene un ammirevole controllo dei registri, una cristallina nitidezza di pronuncia e un compiuto senso della forma. Prevalgono l’amore per il Brasile di Edu Lobo (Chôro bandido) e Toninho Horta (Festa em Olinda), e più in generale per costruzioni melodiche ampie ed articolate, come il tema da I girasoli di Henry Mancini, nonché per echi di culture popolari. L’ingresso di Reijseger ha l’effetto di introdurre quel tocco di geniale e giocosa follia, tipica del violoncellista, che arricchisce il tessuto ritmico col suo inconfondibile pizzicato e integra con bordoni densi e vibranti arcate la dialettica con le altre corde, sempre all’insegna del piacere di fare musica.

Free Connection: Enrico Rava, Michel Portal, Ernst Reijseger e Andrew Cyrille, foto di Francesco Dalla Pozza

La sera del 18 maggio, al Teatro Olimpico, Reijseger figurava tra i protagonisti dell’altro evento concepito dalla direzione artistica del festival e presentato in prima assoluta sotto il titolo Free Connection. Riuniti dunque per l’occasione, il violoncellista, gli 80enni Enrico Rava (flicorno) e Andrew Cyrille (batteria), l’84enne Michel Portal (clarinetto basso) sono saliti sul palco senza accordi prestabiliti né prove preliminari, con il preciso intento di confrontare esperienze e retroterra culturali all’insegna della più libera improvvisazione. Ne è scaturito un lungo set senza soluzione di continuità, della durata di un’ora e un quarto, di grande intensità e sincerità, nonché di indubbia onestà intellettuale. Lo hanno testimoniato il continuo scambio di stimoli e suggerimenti, il gioco di chiamate e risposte tra Rava, che alternava rapide sequenze crepitanti a frammenti di asciutto lirismo, e Portal, prodigo di spirali sinuose e sfumature timbriche, spesso impegnato in brucianti contorsioni. Lo ha confermato e certificato Cyrille, sostenendo l’apparato delle esecuzioni con il suo approccio poliritmico, atavicamente africano, raccogliendo e rilanciando stimoli e spunti (talvolta anche con l’ausilio del solo rullante). In altre parole, a sua volta raccontando una storia come una sorta di moderno erede dei griots dell’Africa subsahariana. In questo contesto Reijseger si è calato come un topo nel formaggio, trattando come al solito il violoncello come uno strumento polivalente per produrre una vasta gamma di funzioni: ronzanti bordoni, a volte in tandem con il clarinetto basso; un pizzicato di tipo contrabbassistico per la costruzione di linee discorsive; unisoni con la voce; percussioni sulla cassa armonica; «maltrattamenti» con l’inserimento dell’arco a contrasto tra corde e cassa in prossimità del ponticello. Dunque, non si è assistito né a una celebrazione, né tantomeno a un revival del free. Piuttosto, a una piccola lezione di come si possa praticare la libera improvvisazione nel reciproco ascolto e rispetto, accompagnandola con un sano senso ludico.

Enzo Boddi