Tre film su John Zorn: intervista a Mathieu Amalric

I tre film su John Zorn girati dal regista e attore francese Mathieu Amalric saranno proiettati lunedì 5 giugno a Firenze in anteprima italiana

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Al cinema La Compagnia di Firenze, lunedì 5 giugno, Lo Schermo dell’arte presenterà in anteprima italiana i tre film che l’attore e regista francese Mathieu Amalric ha dedicato a John Zorn, sassofonista e compositore americano, tra i più influenti e geniali musicisti della scena attuale. La manifestazione rientra nell’ambito di «Secret Florence», il festival dedicato al contemporaneo e uno dei principali eventi dell’Estate Fiorentina.

Ingresso libero con prenotazione su www.schermodellarte.org/secret-florence-2023

Abbiamo incontrato Mathieu Amalric per parlare di questi suoi lavori (e molto altro).

Monsieur Amalric, da ben tredici anni, tra una produzione cinematografica e l’altra, lei consacra una parte consistente del suo tempo a filmare John Zorn in giro per il mondo. I tre film fuoriusciti da questo lungo lavoro, integralmente autofinanziato, e che fino allo scorso anno erano ad appannaggio dei partecipanti alle maratone musicali organizzate da Zorn, saranno oggetto della proiezione fiorentina del prossimo 5 giugno al cinema La Compagnia. Potrebbe riassumerci come sono nati Zorn (2010-2016), Zorn II (2016-2018) e Zorn III (2018-2022)?
«Da un insieme di circostanze, da un suggerimento di John, dalla volontà di filmare libero da condizionamenti esterni e dall’amicizia che oramai mi lega a John. Come hai anticipato, seguo John con camera e microfono alla mano da numerosi anni e non ho intenzione di arrestarmi: è diventata una piacevole abitudine e vi annuncio che ci sarà un Zorn IV. Nel seguire John ho imparato molto, e devo anche ammettere di essere stato influenzato parecchio dal suo modo di fare e di concepire vita e lavoro. Rispetto ai film, sono tre oggetti cui io e Caroline Detournay, montatrice cinematografica, abbiamo tentato di dare un taglio diverso. Non sono lavori concatenati. È stato come scolpire ogni volta un nuovo blocco di immagini su un medesimo soggetto. Per esempio, Zorn II è stato un tuffo negli scritti di John – scritti che riflettono una totalità artistica estremamente vasta e variegata – mentre lo sguardo sull’organo e sui batteristi è frutto del caso, del puro caso. Come del tutto casuali sono gli incontri con John. Incontrarci non significa dover filmare per forza».

John Zorn e Barbara Hannigan (dal film Zorn III)

Lei parla a giusto titolo di film e non di documentari. Ritrovo caratteristiche di ambedue le forme, anche se l’assenza di commenti e interviste tende in effetti a rafforzare la dimensione filmica.
«Il girato ci ha fatto subito pensare a un respiro naturale, per questo abbiamo deciso di non passare per la parola sottoforma di commenti e interviste: non c’era bisogno di porre delle domande. Il che può sembrare in contraddizione rispetto all’amore che John nutre proprio per la parola, per la dialettica e la torah, per le associazioni e le mescolanze, per la domanda che conduce a un’altra domanda. Tra di noi capita di discorrere a lungo, ma sono momenti di amicizia che non mi va di filmare. Le parole di Zorn II sono dei temi, «chiavi di lettura», come ho già detto altrove. E quei temi ci aiutano a comporre una personalità poliedrica, che improvvisa, provoca, aggrega, sviluppa idee. Qualcuno che assomiglia a Bach, che compone e vive la solitudine del compositore».

La sequenza sulla navetta…
«Che si conclude sul palco. E l’organo? Perché John va in cerca di organi nei posti che visita? A Den Bosch, in Olanda, città che ama molto, non sapeva dove mettere il sassofono e così ha deciso di sperimentare suonando in contemporanea organo e sax».

John all’organo e al sax alto (dal film Zorn III)

Nonostante sia passato del tempo, si ricorda come organizzò il materiale di Zorn I?
Aprivamo col botto, ma nella seconda parte veniva a crearsi un grande spazio di ascolto comune in cui John era concentratissimo nell’ascoltare questa costellazione di musicisti altrettanto concentrata a interpretare e animare la sua musica. Che domanda vuoi fare di fronte a un tale livello di concentrazione e di implicazione? Zorn III prende invece una direzione diversa. Tutto il film è fabbricato sui dettagli nascosti nella complessità di una sola opera: Jumalattaret, il cui testo – se di testo possiamo parlare – proviene dal poema epico nazionale finlandese Kalevala, composto da Elias Lönnrot a metà Ottocento. Non a caso ho menzionato il critico d’arte Daniel Arasse, autore di Le Détail. Pour une histoire rapprochée de la peinture, un celebre studio sul dettaglio. Riguardando il girato, ci siamo resi conto che valeva la pena concentrarsi sulle prove tra il pianista Stephen Gosling e la soprano Barbara Hannigan, e sulla prima presentazione del lavoro a John».

Adesso le tocca il compito più difficile: trovare un inedito angolo di lettura per Zorn IV?
«Ed è un problema, perché comincio a intravedere un asse, mentre per i primi tre non c’era nulla di predefinito, filmavo e basta. Per me è importante filmare come se stessi danzando; mi muovo munito di camera, vado dove mi porta il suono; l’atto filmico deve seguire una respirazione naturale. Non sono un cacciatore di ricordi. Cosa ci caverei dal forzare John a raccontarmi qualcosa sulla sua infanzia? Quando ci si ostina a tutti i costi a trovare qualcosa, ti sfugge ciò che in quello stesso istante sta accadendo intorno a te».

Però filmare i disegni e mettere l’accento sull’aspetto grafico di Zorn potrebbe essere un’idea per il quarto volume?
«È vero. Ma proprio perché costituisce più che un’idea, devo fare attenzione. Non voglio mettere a repentaglio quel respiro che si è venuto a creare tra di noi. Come dicevo, io e John non ci siamo mai dati appuntamento. E non seguiamo une feuille de route. André S. Labarthe mi ha insegnato a lavorare così: ho imparato da lui».

Si spieghi meglio.
«Labarthe ovvero l’hasard, il caso. Nel ritratto di Nanni Moretti che Labarthe ha realizzato per la serie Cinéma, de notre temps – il seguito di Cinéastes de notre temps, un eccezionale lavoro documentaristico –, c’è una scena che mi ha sempre colpito. Moretti si trova in accappatoio a bordo piscina, durante una pausa dalle riprese di Palombella rossa. È accasciato, la stanchezza buca lo schermo. Moretti conosce e rispetta Labarthe e comincia a parlare ma si vede che ha la testa altrove. Forse pensa alla prossima scena. Di colpo si assenta, non è più lì. Un intervistatore – un altro intervistatore – avrebbe rilanciato, Labarthe no. Continua a filmare come se niente fosse, un unico piano. In quei minuti di silenzio – due, forse addirittura tre – c’è concentrata tutta la vita di un cineasta. E come se Labarthe ci dicesse: «Se cercate qualcosa, siete finiti». Visto che parliamo di cinema, mi sembra doveroso ricordare Labarthe. Provavo una profonda ammirazione per lui, una personalità immensa del cinema francese, figura della Nouvelle Vague e amico di Jean-Luc Godard. Amavo il regista e anche lo scrittore-saggista. Ho avuto l’onore di essere l’ultimo regista cui consacrò uno dei suoi tanti ritratti, prima di lasciarci nel 2018. Qualche anno prima gli proposi di fare un’apparizione in Tournée. Lo si vede, con il consueto cappello, in una scena all’inizio del film».
Luca Civelli

[L’intervista integrale a Mathieu Amalric sarà pubblicata su Musica Jazz di luglio]