Sons d’Hiver è il celebre festival itinerante che si svolge nelle periferie di Parigi, presso diverse località del dipartimento della Valle della Marna, importante affluente della Senna. Un pubblico numeroso, attento e fidelizzato segue la storica rassegna, una delle ultime roccaforti del jazz più avanzato, declinato nelle sue molteplici forme e sempre ben lontano da un approccio mainstream che caratterizza la stragrande maggioranza delle programmazioni dei festival europei. Come suggerisce il nome della rassegna, Sons d’Hiver non limita il proprio orizzonte al solo jazz: da sempre è aperto alle più diverse contaminazioni, con suoni provenienti da ogni dove ma costantemente proiettati nella contemporaneità e mai autocelebrativi.
Il programma dell’edizione 2026 ha catturato da subito l’occhio, soprattutto per i doppi concerti inaugurali di venerdì 30 e sabato 31 gennaio: era chiaro che, in quelle date, si sarebbe scritta un’altra pagina importante nella storia del festival.
Venerdì 30 gennaio – Brandee Younger Trio / The Messthetics and James Brandon Lewis – Le Perreux-sur-Marne
Si iniziava con la serata dedicata alla Impulse!, la celebre etichetta fondata da Creed Taylor nel 1960 che, dopo anni non facili, torna protagonista di una fase di rinascita grazie a nuovi interpreti capaci di rinnovare l’Impulse! sound. Il primo set era affidato a Brandee Younger, arpista con una brillante carriera ventennale alle spalle, nel corso della quale ha avuto modo di misurarsi con icone quali Pharoah Sanders, Jack DeJohnette e Ravi Coltrane – che la volle con sé appena ventitreenne per un concerto in omaggio alla madre Alice Coltrane, di fatto lanciandone la carriera.

Al Centre des Bords de Marne di Le Perreux-sur-Marne si presentava alla guida di un trio composto da Rashaan Carter al contrabbasso e al basso elettrico (oltre che alla produzione) e Allan Mednard alla batteria. Il gruppo si distingue per un suono ricercato e assolutamente originale, proseguendo un percorso che passa inevitabilmente da figure quali Dorothy Ashby e Alice Coltrane, con un obiettivo preciso: restituire nuova dignità a uno strumento che compare in pochissime registrazioni di ambito jazzistico e che, quando appare, viene spesso confinato a un ruolo di contorno dentro grandi orchestre. La sfida è tutt’altro che scontata, eppure la Younger ne esce vincitrice, imponendo un lessico personale nel panorama contemporaneo: una musica distesa fra tensioni spiritual e inclinazioni più funkeggianti, propiziate dagli interventi al basso elettrico di Carter, che per piglio e suono porta talvolta alla mente lo stile di Matthew Garrison: grasso e pieno, a tratti più agile, a volte più meditativo.

Anche la batteria di Mednard si è rivelata fondamentale nell’economia complessiva del set: concentrazione totale, coinvolgimento autentico nel discorso musicale e alcuni assolo di ottima fattura. Un concerto che conferma il momento felice della Younger, sulla scia di Gadabout Season – album di cui avevamo parlato con la diretta interessata nel numero di settembre 2025 – e che rappresenta una tappa significativa in una ricerca ancora ricchissima di combinazioni espressive, dunque da seguire nel tempo, quando ci sarà occasione di riapprezzare dal vivo questa protagonista della Impulse! renaissance.
Il secondo set era, sulla carta, un altro evento imperdibile: uno dei gruppi rivelazione del 2024 dal punto di vista discografico. The Messthetics and James Brandon Lewis si è imposto rapidamente come una delle formazioni più convincenti e discusse della scena contemporanea. Come ci ha raccontato Lewis in un’intervista che proporremo prossimamente sulla rivista cartacea, la collaborazione con Anthony Pirog – chitarrista dei Messthetics – dura da anni e si è declinata in più progetti. I Messthetics, formazione relativamente giovane, hanno esordito nel 2018 con l’omonimo album pubblicato da Dischord. Joe Lally al basso e Brendan Canty alla batteria completano il power trio: entrambi ex membri dei Fugazi, la storica band post-hardcore fondata nel 1986 a Washington D.C.

Per la terza avventura discografica il gruppo ha accolto, dentro il proprio universo jazz-punk, il sassofono di James Brandon Lewis, una delle voci più originali del panorama attuale, da qualche anno in autentico stato di grazia. Il 20 febbraio uscirà ufficialmente «Deface the Currency», secondo album del sodalizio fra JBL e i Messthetics, ma il progetto presentato a Sons d’Hiver era una produzione originale ispirata a «Ask the Ages», testamento musicale del leggendario chitarrista Sonny Sharrock: un apice della sua parabola artistica, prodotto nel 1991 da Bill Laswell con la partecipazione, fra gli altri, di Pharoah Sanders ed Elvin Jones.

Proprio l’apparente incompatibilità fra i due mondi è ciò che ha richiamato l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori: come inserire la voce del sassofono in un impianto marcatamente post-rock, post-hardcore, con dinamiche potenti e “complete” che sembrerebbero lasciare poco spazio? La risposta, dal vivo, è stata netta. La band ha mostrato un affiatamento evidente, frutto di un’intesa maturata dopo oltre cento concerti insieme in giro per il mondo (in un paio di occasioni ospitando anche Marc Ribot). Lally e Canty conferiscono quella vena post-punk che rende il progetto immediatamente riconoscibile: accompagnamento inossidabile, nessuna concessione a sortite solistiche e un drive, un groove, letteralmente inarrestabili. Dal canto loro, Pirog e Lewis non si sono risparmiati, con assoli a raffica dentro un paesaggio sonoro attraversato da un’energia straripante.

Eppure, il punto non è la “sfida” come spettacolo, né la dimensione del crossover come provocazione. Lewis – che definisce la musica un luogo in cui occorre “essere umili” rispetto a ciò che essa richiede – qui sembra muoversi seguendo una logica limpida: inseguire energia, cercare nuove architetture, restare curioso. L’inserimento del suo sassofono in un contesto così diverso dai progetti che porta avanti da leader è risultato del tutto convincente e, soprattutto, privo di compiacimento. Un progetto di altissima caratura, capace di catturare un pubblico trasversale e sempre più numeroso.
Sabato 31 gennaio – James Brandon Lewis Quartet / Famoudou Don Moye “Diaspora Express” – Cachan
A distanza di sole ventiquattro ore, l’occasione era ghiotta: assistere a un concerto concettualmente e musicalmente agli antipodi rispetto a quello della sera precedente. Il James Brandon Lewis Quartet ha esordito discograficamente nel 2020 per la svizzera Intakt con «Molecular» e, con impressionante regolarità, ha pubblicato ogni anno un nuovo capitolo fino al più recente «Abstraction is Deliverance» (2025), senza alcuna intenzione di rallentare.

La teoria musicale del quartetto ruota attorno alla Molecular Systematic Music, un codice interpretativo sviluppato da Lewis e basato su un parallelismo fra biologia molecolare e teoria musicale: un processo che gli ha permesso di formalizzare un’intuizione – una vera e propria epifania – e, di conseguenza, aprire nuovi orizzonti con una consapevolezza rinnovata del proprio statuto di artista. In altre parole: non un sistema “per stupire”, ma un modo per rendere più preciso il rapporto fra idea e suono, fra immaginazione e forma.
A impressionare da subito è stato l’interplay affiatatissimo del gruppo: una musica che non vuole essere mainstream ma neppure deragliare in territori oltre modo informali. Il discorso resta strutturato e, pur muovendosi in situazioni astratte, la forma rimane costantemente presente nell’architettura sonora del quartetto. Ogni membro sembra trovarsi perfettamente a proprio agio dentro il sistema di Lewis e, con tutta probabilità, non esistono interpreti più adatti per questa musica.

Aruan Ortiz non è più una sorpresa da tempo e si conferma uno dei pianisti più interessanti del jazz contemporaneo di ricerca: influenze caraibiche, strutture aperte, e una sorta di affinità “cubista” nel modo di smontare e rendere essenziale il materiale della tradizione. In quartetto è un partner affidabile e creativo, capace di aprire spazi nuovi senza riempirli inutilmente. A beneficiarne in modo forse più sorprendente è il contrabbassista Brad Jones, noto anche per la collaborazione con i Jazz Passengers, protagonista di una prova maiuscola: suono robusto, fraseggio agile, senso del tempo granitico. Chad Taylor completa il quadro con un drumming potente e ricco di sfumature, sempre controllato e mai straripante: una forza motrice che alimenta senza travolgere.

In un contesto lontanissimo dalla tensione elettrica dei Messthetics, JBL riesce ancora una volta a imporsi con un contributo originale: eloquio torrenziale sì, ma insieme ragionato, organizzato, “ben architettato”. Colpiscono non solo il timbro del tenore, ma l’articolazione del fraseggio, personale e autentica. Sono stati fatti molti nomi per descriverlo, ma ogni paragone con i grandi del passato rischia di essere superficiale. Meglio ascoltarlo per ciò che è, e seguirne l’evoluzione nel presente.
Il secondo set prevedeva l’esibizione del Famoudou Don Moye “Diaspora Express”, formazione di otto elementi guidata dall’iconico batterista dell’Art Ensemble of Chicago. Il nucleo dell’ensemble è il trio “Percussion & Brass Express”, composto da Simon Sieger e Christoph Leloil, ai quali, per l’occasione, si sono uniti altri amici-colleghi per dare vita a un’imponente celebrazione di matrice tribale. Moye ha dedicato gran parte delle proprie ricerche musicali alla tradizione ritmica africana, come testimoniano i suoi innumerevoli viaggi in Marocco, Liberia e Senegal, lungo una carriera sessantennale.

Assistere allo show di “Diaspora Express” significa trovarsi davanti a un grande rito collettivo, con musicisti che cambiano spesso posizione sul palco e alternano combinazioni strumentali diverse a seconda dei momenti. Fulcri del progetto sono la brass band – le trombe di Aquiles Navarro e Christoph Leloil, il trombone di Sébastien Llado, il sousafono di Simon Sieger – e la sezione percussiva guidata da Moye con Dudu Kuaté, Doussurou Touré e Lamine Sow. Da sottolineare in particolare la prova di Sieger, formidabile polistrumentista capace di spaziare con naturalezza fra pianoforte, organo Hammond, sousafono, trombone e percussioni, oltre a firmare gli arrangiamenti.

La strada intrapresa da Moye in questi ultimi anni si muove in una direzione diversa rispetto ai fasti dell’Art Ensemble of Chicago, segno del desiderio di indagare un repertorio ulteriore e sterminato da cui attingere per nuove avventure. Un altro momento saliente è arrivato durante il bis, quando James Brandon Lewis è tornato sul palco come ospite dell’ensemble. Moye è stato insegnante di JBL in tempi non sospetti e, sebbene non abbiano suonato spesso insieme (quella di Sons d’Hiver è stata la terza occasione), i due condividono un rapporto di stima e rispetto reciproci: quando possono, amano condividere il palco. Un altro grande momento del festival.

Lunedì 2 febbraio – Rick Margitza Trio Electro – Parigi
Per non perderci la terza serata del festival, prevista per martedì 3 febbraio, ne abbiamo approfittato per visitare un altro luogo di culto della nuova scena parigina: il club La Gare, situato a pochi passi dal Parco della Villette, nel XIX arrondissement. Si tratta di un edificio che sembra uscito da un romanzo di Mary Shelley: un’antica stazione ferroviaria dismessa nel 1934, parte della Petite Ceinture, linea lunga 32 km che circonda Parigi. Grazie allo sforzo di molti volontari, il luogo è tornato a nuova vita e organizza concerti 365 giorni l’anno: in prima serata jazz, mentre da mezzanotte alle sei l’attività continua al piano inferiore (La Gore) con un dj set techno.

Un’altra peculiarità è la formula a contributo libero, che permette a ciascuno di partecipare secondo le proprie possibilità. Ne deriva un pubblico quasi totalmente composto da giovani: un segnale incoraggiante, in tempi in cui l’età media dei frequentatori di questo genere musicale continua ad alzarsi sistematicamente.
Anche l’aspetto musicale non è passato inosservato, grazie a una prova maiuscola del nuovo trio di Rick Margitza, uno degli ultimi sassofonisti ad aver suonato con Miles Davis e ormai presenza stabile alla Gare da oltre cinque anni, solitamente il lunedì sera. Un beniamino di casa che, pur vantando qualità notevoli come strumentista e direttore musicale, gode di una popolarità ben al di sotto del livello che sa esprimere sul palco.

La serata, divisa in due set, era connotata principalmente dalle atmosfere care al Miles degli ultimi anni, con la tromba evocata simbolicamente dall’elettronica di Margitza, in alcuni passaggi all’unisono con il sax tenore. In realtà la scaletta è risultata più varia: una personale versione di A Love Supreme, un canto popolare gitano, Down on the Beach (dedicato alle origini di Margitza e contenuto nel suo «Bohemia»), oltre alle arie davisiane già citate.
Era soltanto il quarto concerto di questo nuovo trio, completato da Philippe Bussonnet al basso e Xavier Desandre Navarre alla batteria, ma l’affiatamento del gruppo era già evidente e lascia intravedere un futuro promettente. Il concerto si è chiuso con una versione straripante di Be Happy: tutto il club si è messo a ballare e Margitza ha incantato con citazioni à la Dexter Gordon, inserendo fra le altre Jean Pierre e Cubano Bop dentro il proprio assolo. Una chiusura trionfale per uno di quei concerti che non vorresti finissero mai.
Martedì 3 febbraio – Sophie Agnel & Gabby Fluke-Mogul / Thumbscrew – Arcueil
Il primo set si è aperto con una performance toccante del duo Agnel–Fluke-Mogul. Sophie Agnel, parigina da sempre, ha legato la propria poetica alla ricerca e alla metafisica del suono del pianoforte, rifiutando qualsiasi canone codificato. Nonostante gravi problemi di salute ne abbiano debilitato notevolmente le capacità motorie, ha voluto esserci a ogni costo, per onorare il proprio impegno di artista.
Dopo un’introduzione affidata al violino solo di Gabby Fluke-Mogul, Agnel è entrata in scena regalando un set straniante di musica astratta, in alcuni passaggi supportata da effetti elettronici. Angoscia, dolore e ansia emergevano con forza crescente, caratterizzando un concerto emotivo e tutt’altro che scontato.
La serata si è conclusa con l’esibizione di Thumbscrew, ensemble paritario composto da Mary Halvorson, Michael Formanek e Tomas Fujiwara. Ogni membro contribuisce con due o tre brani, costruendo nel tempo un repertorio specifico per questa formazione. La caratteristica più evidente di questa musica è che l’improvvisazione occupa uno spazio minoritario rispetto alla scrittura, e proprio la complessità compositiva resta uno degli aspetti più affascinanti della poetica di Halvorson e soci, garantendo al gruppo un’immediata riconoscibilità all’ascolto. Non tutti i brani colpiscono con la stessa efficacia, ma il ricorso al vibrafono da parte di Fujiwara aggiunge colori e atmosfere ulteriori a uno dei gruppi più iconici del jazz contemporaneo di ricerca.

Insomma: un inizio eccitante, che lascia presagire altri eventi unici e di primissima qualità, all’altezza dei concerti ascoltati in questi primi giorni di festival.