John Scofield Yankee Go Home Band

Il fiammeggiante «Roots-Rock-Jazz» di un Maestro della chitarra elettrica

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Roma, Casa del Jazz
12 Luglio 2022

Al culmine di una tre giorni che in qualche modo si riprometteva di indagare la diaspora fusion generata dal Davis elettrico (e che aveva già messo in fila le esibizioni della Mike Stern Band e del supergruppo Cobham-Brecker-Evans) si pone  il ritorno romano di un ospite sempre gradito, come John Scofield (con il suo nuovo gruppo: Yankee Go Home), che fu accanto al «Principe delle Tenebre» negli anni Ottanta, in «Star People», «Decoy», and «You’re Under Arrest».
Le serate chitarristiche sono tradizionalmente appuntamenti gremiti di pubblico e di certo non poteva fare eccezione questa, con all’opera un vero e proprio guitar hero come Scofield. Con lui un gruppo che comprende Jon Cowherd alle tastiere, Vicente Archer al contrabbasso e Josh Dion alla batteria. Cowherd partecipa alla Brian Blade Fellowship e ha suonato pure con Cassandra Wilson; Archer, già con Scofield in «Combo 66», è stato inoltre con Robert Glasper e Louis Hayes, tra gli altri; Dion, infine, batterista e cantante, è titolare di una propria band, votata all’Americana music.
I quattro, insieme, danno corpo all’idea di Scofield di suonare «Roots-Rock-Jazz» (la definizione è dello stesso leader, che la rinnega nello stesso momento in cui la offre) e di farlo con piglio ironico, come il nome della band sembrerebbe suggerire.
Ma l’affare si rivela in realtà terribilmente serio, come potrebbe ben immaginare chiunque sappia qualcosa di Scofield, e il concerto non si risolve affatto nell’esibizione di una cover band, o nel suonare «un po’ di buona vecchia musica per noi baby Boomer», come Scofield stesso ha inteso simpaticamente sottolineare presentando il gruppo. Infatti il radicamento nel rock del chitarrista è molto profondo, come la sua stessa storia dimostra e ciò, tra l’altro, lo ha reso una figura tanto amata, da un lato, quanto discussa, dall’altro, dai «puristi» e dagli amanti degli steccati tra i generi.
La serata parte con una versione fiammeggiante di Eyes Of The World (Grateful Dead), tanto per dire di quale sarà il programma, proseguendo con Mr. Tambourine Man (Dylan) e poi con una lunga versione in progressione di The Creator  Has A Master Plan (Pharoah Sanders). Una pausa più assorta è offerta da una bella versione di Wichita Lineman (Jimmy Webb), tra le pieghe della quale fa capolino Somewhere (Leonard Bernstein). La cavalcata riprende con una lunga versione di Old Man (Neil Young) per poi terminare, prima dell’appassionato blues offerto come bis, in un altro omaggio ai Grateful Dead, con una torrenziale versione di Estimated Prophet che straripa, letteralmente, in Uncle John’s Band.
Che dire della musica?
Non vi sarà certo bisogno di sottolineare troppo la capacità di Scofield di rendersi riconoscibile con il solo attacco o con poche note, per la sonorità personalissima e gli inconfondibili effetti introdotti dalla mano sinistra, come pure la sua capacità di osare, creando intricati garbugli che può sciogliere a proprio piacimento. Né l’inesausta voglia di offrirsi al pubblico, confermata anche stasera, in  un concerto di due ore. Del suo penchant per il rock ed il rhythm’n’blues abbiamo già detto, né stupisce il tributo ai Grateful Dead, una volta che doverosamente si ricordi la sua lunga collaborazione con Phil Lesh. Rimane soltanto da dire che, in almeno due passaggi, il chitarrista si esibisce in assolo che sono vere e proprie cosmogonie dello scibile chitarristico, oltre che dimostrazione del suo altissimo magistero strumentale.
Nel gruppo, assolutamente di spicco il lavoro di Cowherd, che si è confermato pianista di grande valore, capace di lucida e fluente eloquenza e di accuratezza nell’accompagnamento, con venature gospel perfettamente adatte al contesto e grande pertinenza all’organo, quando è servito riscaldare l’ambiente. L’ancoraggio di Archer è stato sempre sicuro, mentre Dion, che pure di certo non fa dell’asciuttezza una sua dote precipua, nel quadro generale si è lasciato apprezzare, dimostrando giusto in coda, col bis di cui si diceva, che le sue riferite virtù canore non sono affatto usurpate.
Un concerto di notevole spessore e di grande cuore, insomma, con il quale un grande musicista come Scofield si è preso la briga di ricordarci che anche il rock e la fusion possono essere un argomento serio, in barba alle facili categorizzazioni, e soprattutto che, se le idee non mancano, hanno ancora la possibilità di dire qualcosa.
Rimane la curiosità di chiedersi se questa musica, che ampiamente lo meriterebbe, potrà approdare su disco con la sua attuale etichetta, Ecm.
È ragionevole ritenere che gli allibratori non accetterebbero scommesse.
Sandro Cerini