Joel Ross Parables e James Brandon Lewis An UnRuly Manifesto

Doppio concerto di grandi talenti internazionali

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Roma, Casa del Jazz
16 luglio 2023

Il doppio concerto di domenica 16 luglio ha presentato al pubblico due giovani talenti del jazz africano americano, il vibrafonista Joel Ross, esibitositi con il suo settetto Parables, e James Brandon Lewis, alla guida di un quintetto che prosegue in qualche modo l’opera che era stata iniziata dal gruppo che aveva inciso nel 2019 l’album «An UnRuly Manifesto» e ne riprende il nome.

Joel Ross Parables

Ross è venuto alla ribalta nel 2019, pubblicando il suo disco di esordio per la Blue Note, «Kingmaker»; sono seguiti «Who Are You?» (2020) e «The Parable Of The Poet» (2022).  L’interesse della critica nei suoi confronti è stato tanto immediato quanto entusiastico: è stato infatti nominato miglior vibrafonista nella categoria Rising Star del referendum dei critici della rivista DownBeat nel 2019 e, lo stesso anno, è stato votato come miglior nuovo talento (Premio Gian Mario Maletto) nel nostro Top Jazz.
Il settetto del concerto è stato, in realtà, una forzata riduzione del gruppo che ha inciso «The Parable Of The Poet», per la mancanza di Kalia Vandever (trombone). Inoltre, non c’era neppure Gabrielle Garo, al flauto, la cui presenza pure era stata annunciata. Il gruppo si è così presentato, oltre che con il leader, naturalmente al vibrafono, con Marquis Hill (tromba), Godwin Louis (alto), Maria Grand (tenore), Sean Mason (piano), Rick Rosato (basso) e Craig Weinrib (batteria).

Joel Ross Parables

Il programma è stato esattamente quello del disco (qui la recensione): una suite in sette movimenti (Prayer, Guilt, Choices, Wail, The Impetus (To Be And Do Better), Doxology (Hope) e Benediction). Dunque una struttura compositiva strutturata e complessa, ma dalla quale promana un senso di grande compiutezza. L’impressione che deriva dall’ascolto è del tutto analoga a quella del disco, ossia quella di una musica capace di suscitare una grande fascinazione emotiva, pur nell’andamento quieto, che trova soprattutto nell’evidente coesione del gruppo la sua forza. Pur in questo encomiabile lavoro d’insieme, non si può sottacere il ruolo svolto dai tre fiati, di assoluta eccellenza: se ciò era quasi scontato per Hill, meno attese, forse, le maiuscole prestazioni della Grand, spesso sugli scudi, e di Louis. Ross ha avuto anch’egli buone occasioni per dimostrare il proprio virtuosismo, ma è ben evidente che, almeno in questo contesto, quel che maggiormente gli sta a cuore è il lavoro di composizione e di direzione. La missione può dirsi compiuta, a fronte di quanto ascoltato, in termini di stratificate tessiture, interplay finissimo e intensità.

An UnRuly Manifesto

Il secondo set è stato riservato a James Brandon Lewis, rispetto al quale parlare di «giovane talento» è estremamente riduttivo, a fronte della carriera già sviluppata, sebbene sia soltanto quarantenne. Chi legga la rivista sa con quanta assiduità lo abbiamo sempre seguito, da anni (quasi un decennio, ormai). Questa attenzione è infine culminata nella vittoria nel Top Jazz 2021 come miglior musicista internazionale dell’anno (premio Pino Candini).  Quanto alle sue più recenti pubblicazioni discografiche, basti pensare che esse consentono di mettere in fila gemme di assoluto valore come «An UnRuly Manifesto» (Relative Pitch, 2019), «Molecular» (Intakt, 2020), «Code of Being» (Intakt, 2021), «Jesup Wagon» (Tao Forms, 2021), «Molecular Systematic Music – MSM Live» (Intakt, 2022), «Eye Of I» (ANTI-Records, 2023).
A fronte di una simile sequenza di allori, discutere del valore del tenorista sembra specioso: egli è già uno dei principali protagonisti della scena jazzistica mondiale e la sua forza strumentale è ben udibile, ma altrettanto è a dirsi per la prospettiva che evidentemente lo anima, espressa attraverso una forza performativa formidabile: egli è destinato a cambiare le cose ed chiaro che ha in mente un percorso, che passa anche attraverso un rinnovamento linguistico e l’abbattimento delle barriere stilistiche. Durante il concerto lo ha ribadito, invitando espressamente il pubblico a non fermarsi di fronte ai propri limiti, «superando i confini».
Il gruppo presentato alla Casa del Jazz è in gran parte nuovo, soprattutto per la ritmica e presenta, al fianco del tenorista, Kirk Knuffke alla cornetta (è un sodale abituale di Lewis e membro del Red Lily Quintet, che ha già pubblicato il ricordato «Jesup Wagon» ed è atteso a breve per un nuovo disco, dedicato a Mahalia Jackson, annunciato in uscita per Settembre), Anthony Pirog alla chitarra elettrica (parte del progetto di «Eye Of I» e nei Messthetics, accanto a Brendan Canty e Joe Lally, già nei Fugazi) e – qui la novità assoluta – Shahzad Ismaily (basso elettrico) e Ches Smith (batteria), già ammirati qualche giorno fa nei Ceramic Dog accanto a Marc Ribot.

An UnRuly Manifesto

Il gruppo è stato presentato come una prosecuzione del progetto An UnRuly Manifesto, che aveva pubblicato il disco dallo stesso titolo (ricordiamo che in quella band vi era la presenza della compianta Jaimie Branch alla tromba, a cui Lewis ha dedicato un ricordo, di Luke Stewart al basso e di  Warren Trae Crudup III alla batteria; del gruppo aveva fatto parte anche Ava Mendoza, alla chitarra, almeno dal vivo). In realtà la scaletta ha proposto una intelligente crasi dei degli ultimi tre progetti del leader presentando pezzi tratti in prevalenza da «Eye Of I» (ricordiamo almeno le infiammate versioni di Someday We’ll All Be Free, The Blues Still Blossoms, Middle Ground, Within You Are Answers, Send Seraphic Beings e Fear Not), senza trascurare né «An UnRuly Manifesto» (Haden Is Beaty, Sir Real Denard), né «Jesup Wagon» (Lowlands Of Sorrow). Si tratta, del resto, di dischi rispondenti ad una estetica piuttosto omogenea, nell’ambito di una carriera sinora pianificata in modo assolutamente perfetto.
La presenza di Ismaily (che ha già collaborato con Lewis per le parti di post-produzione e missaggio di  «Eye Of I») e Smith consente al gruppo di muoversi in sicurezza, appoggiandosi sulle fondamenta di un suono ciclopico e viscerale. Se da un lato questi volumi impongono ai due fiati di salire costantemente in avanti, per non essere sopraffatti – e questo modifica in qualche modo l’impatto sonoro (è vero che rispetto a «Eye Of I» tutto è più proiettato in primo piano e più frenetico, ed è vero anche che l’interazione tra Lewis e Knuffke è diversa da quella che il tenorista intratteneva con la Branch, più dialogica e meno d’assalto) -, il risultato finale, in termini di impatto e di coinvolgimento, è per larghi tratti entusiasmante, specialmente quando alle due voci si aggiunge la chitarra di Pirog e le progressioni che ne derivano sembrano davvero prive di limiti. La musica, pur se tendente verso un senso di saturazione, non appare mai priva di senso.
Sulle capacità dei musicisti, già largamente note c’è ben poco da aggiungere, se non un pieno apprezzamento per il lavoro fiammeggiante di Pirog, chitarrista dotato di visibilità ancora immeritatamente limitata. Lewis si conferma musicista unico, per capacità strumentali, grinta, passione, lucida visione, esercizio della leadership: davvero un protagonista di questi tempi, che sta fortemente contribuendo a forgiare nuove possibilità espressive, operando anche come catalizzatore e aggregatore di una scena sempre più ampia.

Sandro Cerini