Il nome (e il destino musicale) di Richard Beirach, che ci ha lasciato lo scorso 26 gennaio a settantotto anni (era nato a New York il 23 maggio 1947) è e rimarrà inscindibilmente legato a quello di Dave Liebman, più anziano di lui di una manciata di mesi, sia nei due gruppi più importanti del sassofonista, Lookout Farm e Quest, che in innumerevoli altre situazioni, soprattutto in duo. La conoscenza tra i due risale a quando entrambi avevano vent’anni e tutto, come si vuole che accada a quell’età, appariva possibile. Beirach, all’epoca, ha già fatto le sue esperienze nel mondo dei suoni: ha Iniziato a studiare pianoforte classico all’età di sei anni e ancora in età preadolescenziale ha avuto i suoi primi abboccamenti con un mondo piuttosto bizzarro, quanto affascinante: il jazz, e con esso la pratica improvvisativa. È ancora al liceo quando fa un incontro e un’esperienza essenziali per ogni musicista, di jazz ma non solo: studia per qualche tempo con Lennie Tristano, il guru del cool jazz più spericolato e avventuroso. Ha pure occasione di suonare in club con Lee Konitz, che di Tristano è stato anni prima l’alunno prediletto.
Nel 1967 si iscrive al Berklee College of Music di Boston, in un periodo in cui fra gli studenti del college ci sono anche, fra gli altri, John Abercrombie (con cui fra il 1978 e il 1980 Beirach inciderà tre album per la ECM), Miroslav Vitous e Keith Jarrett. Un anno dopo trasloca alla Manhattan School of Music, dove studia composizione con Ludmila Ulehla, altra eminenza della didattica musicale. A questo punto l’incontro con Liebman è già cosa fatta: si sono trovati fianco a fianco in una session, si sono piaciuti e di lì le loro carriere iniziano a svolgersi per buona parte in tandem. Il loro primo album in comune, peraltro, dovrà farsi attendere qualche anno: ci riferiamo a «First Visit» (Philips), inciso nel giugno 1973 a Tokio in quartetto con Dave Holland e Jack DeJohnette, mentre quattro mesi più tardi, in ottobre, nasce (a New York) «Lookout Farm» (ECM), che darà appunto il nome al primo gruppo importante dei due musicisti. Sono stavolta con loro un’autentica pletora di musicisti (fra i quali Abercrombie), che confezionano un album molto più variegato, progettuale, non immune da accenti fusion (non dimentichiamo il coevo passaggio di Liebman dal gruppo di Miles Davis).

Per Beirach questi sono anni particolarmente fertili: nel 1972 si laurea in teoria musicale e composizione, con Holland e DeJohnette gira il mondo nel quartetto di Stan Getz, mentre un po’ più tardi (1977) sarà Chet Baker il suo datore di lavoro (due album incisi). Prosegue ovviamente anche il sodalizio con Liebman: nel 1975 è nel megaorganico che incide «Sweet Hands» (A&M Horizon), che spinge ancora più in là il punto focale (la poli-idiomaticità) di «Lookout Farm», pur con qualche eccesso di misura, e poi ancora nel collettivo (Frank Tusa, anche autore di tutti i temi, Badal Roy e Jeff Williams gli altri firmatari) «Father Time» (Enja) e, in duo, «Forgotten Fantasies» (A&M Horizon), mentre data 1978 «Pendulum» (Artists House), il cui intero primo lato è coperto dall’omonima composizione proprio di Beirach, sancendo per più versi il distacco dalla modalità-Lookout Farm. Si tratta infatti di un album per intero acustico, in quintetto con Tusa, Randy Brecker e Al Foster. Nel 1981 nascerà poi Quest.
A questo punto dobbiamo però fare un robusto passo indietro. Fin dal 1974, infatti, Beirach ha inciso il primo album a suo nome, «Eon» (ECM), in pieno nel suo stile, pacato, ben poco incline a qualunque eccesso di misura. Sono con lui il solito Tusa al basso e Jeff Williams alla batteria, mentre non c’è traccia di Liebman. Come tanti colleghi che hanno vissuto una fetta preponderante della propria carriera accanto a un sodale che ha inevitabilmente finito per far loro ombra, anche il pianista, quando diventa titolare dell’incisione, rivendica la sua autonomia, e – appunto – la sua titolarità. Con gli stessi partners, Beirach non a caso incide nel 1975, «Methuselah», e in duo col solo Tusa «Sunday Song», entrambi a Tokio su etichetta Trio, che di lì a poco editerà pure «Zal», a tripla firma con Terumasa Hino, tromba, e Yoshiaki Masuo, chitarra, cinque duetti (i due nipponici non suonano mai insieme) e un piano solo, e «Leaving», in duo col flautista Jeremy Steig. La predilezione per le forme minime del fare musica, in linea con le già sottolineate coordinate della sua poetica, Beirach la ribadisce ancora nel solitario «Ubris» (1977), suo secondo capitolo ECM, in cui si avverte con grande nitore tutto il suo background classico.

Da qui in avanti le incisioni targate RB si moltiplicano (con soli e duetti in grande numero). Ma noi torniamo a Quest, la cui paternità è formalmente divisa fra Beirach e Liebman. Ci sono anzitutto, fra il 1981 e il 1987, un «Quest», un «Quest II» e un «Quest III», il primo su Trio gli altri due su Storyville, il secondo live, la dimensione in cui il gruppo si esprime ai massimi livelli. Nel primo al contrabbasso c’è George Mraz e alla batteria Al Foster, mentre fin dal secondo (1986) il gruppo assume la sua fisionomia definitiva, con Ron McClure per Mraz e Billy Hart per Foster. Il terzo è invece ripreso nell’aprile 1987 al Club Montmartre di Copenaghen, nel corso dello stesso tour europeo in cui noi abbiamo avuto occasione di ascoltarlo a Genova, ricavandone una grande impressione e intrattenendoci anche nell’intervallo (quando si facevano) col sassofonista. L’impressione più schietta è stata di trovarci di fronte a un gruppo solido quanto capace veramente di emozionare, col suo post-coltranismo palpabile quanto creativo. Sono gli anni in cui Liebman antepone sempre più marcatamente il soprano al tenore (extra-Quest spesso a titolo esclusivo), mentre il pianismo di Beirach s’inspessisce, si fa più pieno e affermativo, rinverdendo una certa vena tyneriana.
Fra il 1988 il 2011 Quest realizza altri sei album (almeno a nostra scienza), con un’ampia pausa in mezzo, mentre l’accoppiata Liebman/Beirach ci regala ancora numerosi album (e concerti) di valore, fra i quali, a celebrare la parabola finale della collaborazione. «Empathy» (Jazzline), monumentale box di cinque cd in cui i due musicisti raccolgono materiale inciso fra il 2016 e il 2020, in parte condiviso (due cd) con qualche amico, primo fra tutti Jack DeJohnette. Liebman dà per l’occasione di piglio a tutto il suo armamentario (pianoforte compreso, mentre Beirach si produce anche sul piano elettrico). In realtà solo il primo cd, già edito per proprio conto appunto come «Empathy» nel 2018 su Jazzline, è in duo, perché gli altri due senza ospiti vedono impegnati i due firmatari a turno. Quello destinato a Beirach, «Heart of Darkness» (ogni cd ha il suo titolo), è il più recente (luglio 2020) e contiene settanta minuti di musica molto concentrata e parsimoniosa, mentre nei duetti – puro il primo, spuri gli altri due – le cose migliori (molte) arrivano dal cd con DeJohnette, ottimamente calato nella parte e in grado di offrire un arricchimento timbrico senz’altro prezioso, e più ancora, diremmo, nel cd in quartetto (con Florian Van Volxem, synth, e Leo Henrichs, timpani e gong), un unico brano di cinquanta minuti in cui l’aggiunta dell’elettronica fornisce una sorta di substrato, non di rado giocato in chiave dialettica (peraltro senza alcuna frizione) rispetto alle tastiere di Beirach, istigando nel contempo in Liebman la voglia di circuitare (o volteggiare, talora anche vertiginosamente) su quattro fiati. Il tutto lungo cinque ore appena scarse da sorseggiare a piccole dosi.

Il box esce nel 2021. Beirach, che dall’inizio del nuovo millennio vive in Germania, dove fra il 2001 e il 2014 ha insegnato pianoforte jazz all’Università di Lipsia, è già alle prese con svariati problemi di salute (il principale è un tumore ai polmoni), che nel 2023 gli impongono di interrompere l’attività. Nel 2025 viene attivata una campagna su GoFundMe per sostenerne le forti spese mediche, il che però non allontana di molto la fine di un musicista discreto, essenziale, quanto elegante e capace di dire la sua senza mai pretenderla da prima donna. Sarà il caso di non dimenticarlo troppo in fretta, come invece accade spesso anche con musicisti ben più dentro alla tenzone jazzistica di lui.
